giovedì 14 settembre 2017

Carrie Fisher, la principessa Leia... e io

La vita del traduttore è varia quanto i libri che le case editrici ti propongono: quando si ha fortuna, capitano bei romanzi, memoir affascinanti, saggi su argomenti che ti interessano, e il lavoro - che è lungo mesi e assomiglia all'accumulare delle provviste di una formichina: si procede giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, un pochettino per volta - diventa anche un piacere. Altre volte, il libro su cui lavori proprio non ti prende, ma pazienza: a quel punto, per quanto mi riguarda, il piacere consiste comunque nel rendere quelle pagine al meglio delle tue possibilità, e bene o male, anche quando i personaggi non ti conquistano, ne prendi comunque a cuore le vicende. Devi convivere con loro per parecchio, in ogni caso.

Da quando ho iniziato questo mestiere, sono stata piuttosto fortunata, e ho tradotto alcuni libri che mi sono rimasti nel cuore. Oggi ve ne segnalo uno a cui sono particolarmente affezionata, e che è stato un vero onore per me tradurre: I diari della principessa. Io, Leia e la nostra vita insieme, di Carrie Fisher, che da oggi trovate nelle librerie grazie a Fabbri Editori.

Guerre Stellari è stato uno dei primi film che ricordi di aver visto: dall'infanzia in avanti, le gesta di Han, Luke e Leia mi hanno accompagnato, appassionato, meravigliato. Luke è stato il primo personaggio tormentato che ho conosciuto; Leia la prima tipa tosta, senza paura di imbracciare un fucile (laser) ma che non rinunciava a essere donna e non si comportava come un maschio mancato; e Han, be', è stato forse il mio primo amore cinematografico, lo scoundrel ironico ma coraggioso, il fuorilegge con il cuore al posto giusto. Se Star Wars è diventato un mito, il primo fenomeno cinematografico a raggiungere certe gigantesche proporzioni, a travalicare i generi e i mezzi di espressione, è anche per questi personaggi, diventati amici e compagni di un'infinità di spettatori.

Ma dietro i personaggi ci sono gli attori. Harrison Ford che non ha bisogno di presentazioni, Mark Hamill con le sue memorabili battute, e lei, "LA" principessa, Carrie Fisher. Confesso che, prima di leggere e poi tradurre il suo memoir, la conoscevo superficialmente: ma queste pagine mi hanno offerto una finestra sulla sua anima, e lo spettacolo è stato più coinvolgente di quanto mi sarei mai aspettata.
Donna intelligente, ironica e autoironica - una rarità da tenersi stretta - Carrie Fisher racconta in queste pagine la sua giovinezza da figlia d'arte, l'impatto del gossip che coinvolgeva i suoi genitori, Debbie Reynolds e Eddie Fisher, sulla sua adolescenza, i primi passi nel mondo del cinema, quando in realtà, be', non era affatto sicura di voler intraprendere quella strada. E poi il provino che le cambiò la vita: quello per Guerre Stellari, un piccolo film su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo. Girato nella Londra degli anni Settanta in economia, tra pettinature improbabili (e sì, leggendo queste pagine scoprirete anche come sono nati i famigerati "cipolloni" di Leia) e marijuana fumata tra attori, tra bevute di troppo e scene modificate per motivi di budget. Pochi mesi durante i quali George Lucas dava inizio a una leggenda, e la giovanissima Carrie era decisa a mostrarsi donna sicura di sé e determinata, nascondendo fragilità, insicurezze... e sentimenti. Perché un flirt inaspettato, con un uomo all'epoca già sposato, proprio l'Harrison Ford futura star carismatica e magnetica, si trasformerà per Carrie in una storia breve e intensissima, carica di passione e silenzi, di dubbi e segreti. Per la prima volta l'attrice la racconta apertamente, anche attraverso i diari scritti all'epoca: e non vi dico di più, perché il modo migliore per comprendere la vicenda e i suoi protagonisti è proprio apprenderla dalla voce di Carrie stessa.
E poi il successo improvviso e travolgente, l'ascesa, le spese pazze, i momenti bui, l'amore e la follia dei fan, le convention in un mondo sempre più "social" e globalizzato, e l'ormai eterno, inevitabile sdoppiamento: Carrie e Leia, Leia e Carrie. Chi è l'una senza l'altra? Come può la Carrie che invecchia, che ingrassa, che affronta la realtà quotidiana sulla Terra competere con la luminosa ombra della Leia eternamente giovane, sogno erotico di milioni di persone e principessa di un'avventurosa galassia lontana lontana? Qual è il rapporto tra la vera Carrie e la Leia divenuta inaspettatamente più reale di quanto chiunque avrebbe mai creduto?

Che siate fan di Star Wars come me o meno, il memoir di Carrie Fisher è imperdibile: uno sguardo dietro le quinte di Hollywood, una riflessione ironica, tragica, buffa, amara e lucida sulla fama e i miti, sulla vita e sulle maschere, scelte o affibbiate, una penna affilata e inconfondibile che sono grata di aver potuto tradurre.

lunedì 11 settembre 2017

A tutti i creatori di bellezza

Cena fuori, l'altra sera, nei tavolini esterni di un ristorante di Arona, per godersi le ultime sere in cui il clima lo permette. Ad allietare l'attesa dei piatti ordinati, due giovani ballerini, che si sono esibiti in strada raccogliendo mormorii di meraviglia, applausi, sorrisi e, spero, abbastanza monete e banconote da riempire il loro cappello per le offerte.
Sono stata felice di offrire il mio contributo, e ho augurato loro, con tutto il cuore, di continuare così: bravi, aggraziati, bellissimi nei movimenti incredibili eseguiti con incredibile scioltezza, splendenti di una luce tutta loro con cui quella dei lampioni non poteva competere. Ho sperato che non trovassero mai, sulla loro strada, le persone grette e aride che inquinano internet e non solo con commenti sprezzanti e ottusi - "con la cultura non si mangia", "l'arte non serve a niente", "studiare è inutile", "mandateli via questi capelloni che si mettono a raccattare soldi per strada", che si tratti di musicisti, giocolieri, acrobati.
Ho ringraziato quei ragazzi che hanno reso più belle le strade della mia città. Così come ringrazio quegli artisti che realizzano meraviglie - oggetti, statue, quadri, gioielli e tanto altro - e mi fanno sgranare gli occhi alle fiere. I musicisti e i cantanti che fanno da colonna sonora alle mie giornate, mi emozionano, mi fanno saltare ai concerti, accompagnano le mie gioie, le mie malinconie, il divertimento, il lavoro.

E gli scrittori, naturalmente, i narratori di storie - autori di romanzi, racconti, serie televisive, film, musical, opere teatrali. Questo week end ho letto in anteprima, e tutto d'un fiato, un libro scritto da una cara amica, che vi segnalerò fra qualche settimana, quando uscirà; è stato un piacere e un privilegio, perché non si tratta solo di un'amica: è una scrittrice coi fiocchi. Ho avuto la fortuna, nel corso degli anni, di conoscere molti autori e autrici che apprezzo come persone e come scrittori, e seguo volentieri i loro lavori.
Solo che.
Solo che, concluso il libro di cui vi ho parlato, ho iniziato a sfogliare i romanzi in attesa di lettura nel mio ebook reader. Che comprende anche una vasta cartella di saggistica su argomenti disparati e manuali di scrittura. Poi però ci sono anche i libri che posseggo in edizione cartacea e devo ancora leggere: ancora una volta, romanzi e saggi. E tutti quelli che sono in lista desideri, magari da anni.
Perché leggere è un piacere e una passione, e la quantità di libri che vorrei sfogliare è infinita. Ma sono anche autrice, editor, insegnante di scrittura; perciò, al di là del piacere, devo essere aggiornata sulle uscite nel genere che prediligo scrivere, il fantasy, ma anche su quelle di tutti gli altri generi, perché lavoro con autori di ogni tipo. Devo recuperare i testi fondamentali (ancora una volta, fantasy e non) usciti in passato. In italiano o in inglese, certo, perché molte opere interessanti da noi non arrivano. E be', vuoi non aver letto i classici? E per quanti ne abbia letti, senz'altro molti mi mancano. E poi si continua a leggere manuali di scrittura, perché mi piace e perché fa parte del lavoro. E c'è una quantità di argomenti che mi interessano e che vorrei approfondire (anche qui, in italiano o in inglese...) E ci sono quelli su cui mi documento per le prossime storie da scrivere. Tutto questo, naturalmente, nel tempo libero; poi ci sono tutti i romanzi che leggo direttamente per lavoro.
Moltiplicate il problema per tutte le serie tv "imperdibili" ("ma come, non hai visto quella? Non puoi perderti quell'altra, è geniale?"), i film, la musica, e capirete perché ho rinunciato da tempo a leggere anche fumetti e dedicarmi anche ai videogiochi. Già così non riuscirò mai a leggere/vedere/sentire tutto quello che vorrei...

And not enough time...
E dunque, che fare? Un patto col diavolo per riuscire a leggere un romanzo intero al minuto? No: semplicemente... ho scelto di accettare la realtà, e seguire l'istinto. Di leggere quello che mi colpisce, di ritagliare tempo per coltivare le mie passioni, di perderne meno per ciò che non merita, e di seguire i consigli di persone fidate. Perché è bellissima, l'abbondanza di creatività, arte, intrattenimento (insomma: di storie) che abbiamo a disposizione nella nostra epoca. È infinita. Ma non lo è il nostro tempo, e oltre a leggere, scrivere, lavorare... sempre più mi rendo conto che ho bisogno anche della vita al di fuori delle pagine.
Ho bisogno di passeggiate e di vagare per i boschi, di tempo trascorso con le persone care e di riposo, di mettere alla prova il mio fisico con gli esercizi o l'aikido e di viaggiare in posti nuovi. Ho fatto pace con l'idea che non riuscirò mai a fare tutto, visitare tutto, leggere tutto, e va bene così. Farò del mio meglio e continuerò a mettere in lista libri o film, a trovare nuove storie che mi appassionino e ad alimentare quelle che scrivo con la vita che vivo, fingendo consapevolmente di poter leggere, vedere, fare tutto quello che vorrei.

E quindi, a tutti i creatori di bellezza là fuori: grazie. Che balliate per strada o scriviate romanzi, che realizziate il film dei vostri sogni o suoniate in piazza. Vi vorrò sempre bene, tiferò sempre per voi. Rendete più bella la vita, con la vostra arte; rendete la vita speciale.
Ma scusatemi, se non riuscirò sempre a dedicare a tutti voi il tempo che desiderereste. Scusatemi, se preferisco impiegare le ore a leggere la storia di un autore o un'autrice che mi ha colpito con una trama originale o un estratto azzeccato, piuttosto che rispondere allo spam selvaggio con cui i social network ci inondano (no, chiedere l'amicizia su Facebook e scrivere "ciao, se ti interessa questo è il link per comprare il mio libro" non è un buon modo per vendersi, quanto meno non con me). Ve lo prometto: cercherò di scoprirvi. Non vedo l'ora di farmi abbagliare dalla vostra luce. Abbiate pazienza se vi farò aspettare. Perdonatemi, se non riuscirò a scoprire proprio voi, ma magari solo il vostro vicino. Fa parte del gioco.
L'importante è goderselo, questo labirinto di infinite possibilità.


Le immagini vengono da Pinterest.

lunedì 4 settembre 2017

Ghostbusters are "Real!" - A Ghostbusters Tale

Quest'estate io e Luca Tarenzi abbiamo invaso il set di Real!, meraviglioso film dedicato all'universo Ghostbusters e ambientato a Roma. Un'immensa emozione per me, da sempre appassionatissima dei due film originali, e un immenso piacere conoscere, grazie al grandissimo Edoardo Stoppacciaro - doppiatore, scrittore, attore, persona squisita e amico fantastico -, tante persone animate da passione e talento. Non potete neanche immaginare la professionalità e l'impegno con cui si sta portando avanti il progetto e non vedo l'ora di vederlo concluso per parlarvene ancora. È questa la magia del cinema... E vederne i "dietro le quinte" fa guardare con occhi diversi il lavoro di attori, registi, sceneggiatori e di tutte le altre figure più o meno conosciute che concorrono a realizzare i film e i telefilm che amiamo.

Nel frattempo cercate su Facebook Real! - A Ghostbusters Tale e mettete un bel "mi piace" (Facebook.com/Real.il.film). Perché questi ragazzi se lo meritano, tutti. Perché sono attori veri, che hanno messo in piedi un progetto professionale e di qualità. Perché ne vorremmo di più, in questo Paese, di serietà, passione e talenti così. E perché se avete amato il Ghostbusters originale non potrete che adorare questo - e magari commuovervi un po', anche...
In bocca al lupo ragazzi, è stato un onore essere tra voi!



giovedì 31 agosto 2017

Film horror per l'estate - 3

In ritardo causa impegni, ma ecco alfine anche l'ultimo post dedicato al recupero di film horror visti negli scorsi mesi: oggi è l'ultimo giorno di agosto e a quanto pare già sta per avvicinarsi l'autunno, anche se spero che dopo i temporali previsti per questi giorni si possa rivedere il sole. Per aggrapparsi ancora un po' all'estate, qualche bella serata horror è l'ideale.
Oltre a recuperare i film consigliati nei post precedenti (questo e questo), potreste dare una chance a questi tre.

Last shift: Film scoperto grazie alla segnalazione dell'ineffabile Lucia, risale al 2014 e ha come protagonista una giovane poliziotta impegnata in un turno di notte in una vecchia centrale di polizia ormai in disuso. Nonostante questo, la telefonata di una ragazza in lacrime e in pericolo darà il via a un vero incubo; il posto non è affatto tranquillo come sembra, il sanguinoso passato di una crudele setta di assassini torna a galla e presto oscure presenze (inquietanti sul serio...) inizieranno ad assediare la povera protagonista. Un film adatto a chi non ha paura di angosciarsi davvero, che riesce a far immedesimare lo spettatore nella giovane poliziotta determinata e tenace ma preda di visioni terribili che la fanno precipitare a poco a poco in un vero e proprio incubo a occhi aperti. Il crescendo del film è assolutamente efficace, l'interpretazione di Juliana Harkavy nei panni della protagonista assoluta è impressionante; insomma, tutto funziona a puntino, la claustrofobia sale, e una situazione apparentemente banale - personaggio in luogo infestato che non può abbandonare - viene affrontato in maniera tale da non risultare banale per niente. Siete avvisati! Rimando anche all'articolo di Erica Bolla per ulteriori dettagli.

The invitation: il secondo film di oggi ce lo regala Karyn Kusama (perché le donne non sanno fare horror/fantasy/fantascienza, certo... e scusate se martello sempre su questo punto: non lo farei se smettessi di leggere in giro i commenti geGnali di chi dice queste cose sul serio). Il tema di The invitation mi ha intrigato appena ho letto la trama: il protagonista riceve dall'ex moglie un invito a una cena con vari altri amici. Oltre al comprensibile disagio della situazione, si aggiunge la scoperta che l'ex consorte e il suo nuovo compagno sono entrati a far parte di una setta molto particolare, di cui parlano con entusiasmo. Solo che, quando il protagonista inizia a nutrire sospetti sulle vere motivazioni dietro l'invito a cena, nessuno gli crede... Insomma, niente spettri e soprannaturale, a differenza che con Last shift, ma non mancano paranoia, dubbi, confusione e incertezza: ancora una volta, un crescendo di tensione ben gestito grazie a un accumulo di dettagli mai casuali, di frasi e mezze frasi, di allusioni e apparenze troppo perfette per essere reali...
Anche qui, un'analisi più approfondita la trovate sul Bollalmanacco o a casa Lucia.

Ma cos'è l'estate senza giovani campeggiatori fatti a pezzi da mostri e serial killer? Ecco, a prima vista Summer camp sembra la solita solfa trita e ritrita, ma pur non essendo un capolavoro indimenticabile riesce qua e là a sorprendere, giocando consapevolmente con i luoghi comuni e le aspettative dello spettatore, seminando montagne d'indizi per tirare fuori una storia di "zombie" (virgolette d'obbligo) diversi dal solito. Regista italiano (Alberto Marini), ambientazione spagnola, personaggi americani calati nella vecchia Europa e alle prese con una brutta disavventura e una matassa difficile da dipanare, per tentare di salvarsi la pelle... Se avete una serata da riempire, potreste concedergli una chance. Ne parla Lucia qui.

Dulcis in fundo, c'è un motivo preciso se vi consiglio di recuperare anche La madre, di cui vi avevo già parlato qui: questo bell'horror è diretto da Andrés Muschietti. All'epoca, di lui dicevo: "mai sentito prima, lo ammetto, ma d'ora in poi lo terrò d'occhio". Non immaginavo che sarebbe stato il regista di It, in uscita a settembre (ovunque) e ottobre (da noi sfigati italiani): forse, finalmente, una degna rappresentazione di uno dei capolavori di Stephen King (uno dei suoi romanzi che preferisco, in coppia con L'ombra dello scorpione). Dopo l'orrenda serie tv di svariati anni fa (sì, lo so, "ma c'era Tim Curry!"... Permettetemi un: chissene: bravo Tim, ma il resto faceva pena), i trailer, le scene intraviste, i promo vari promettono un film con i controfiocchi e un It da far gelare il sangue (grazie a Bill Skarsgård). In attesa di scoprire se le promesse verranno mantenute, e di scovare un cinema dove poter vedere il film in lingua originale - voglio godermi la voce originale di It - ripescate La madre, non ve ne pentirete.

mercoledì 16 agosto 2017

Film horror per l'estate - 2

Rieccomi a consigliare qualche film horror che potreste recuperare per un brivido estivo in più: opere viste negli scorsi mesi, ma che per un motivo o per l'altro non ho fatto in tempo a segnalare prima sul blog. Dopo i tuffi negli abissi e l'incontro con i djinn portati dal vento della settimana scorsa, oggi cambiamo registro. Pronti?

Man in the Dark: ecco un film che m'incuriosiva moltissimo, e che purtroppo avevo perso al cinema l'anno scorso. La trama, riassunta in due righe, è: tre giovani ladri s'intrufolano in una casa per derubare un anziano cieco... che si rivelerà molto meno indifeso, e molto più psicopatico, di quanto si aspettassero. Un concept che, come scrive anche la Bolla, al cui post rimando per una recensione coi fiocchi, ricorda quello de La casa nera, uno dei miei primi horror, incubo diretto da Wes Craven su un ragazzino costretto a difendersi da una coppia di psicopatici rifugiandosi nelle labirintiche intercapedini dell'edificio. Qui, il nemico è un uomo privo della vista, ma con udito e olfatto assai sviluppati, caratteristiche che aprono diverse possibilità narrative, in un thriller o in un horror, ... Man in the dark è un film efficace nel costruire la tensione che vi consiglio per una gradevole serata (e anche per ritrovare Stephen Lang, già folle assassino in uno dei miei personali cult, Insieme per forza con Michael J. Fox e James Woods). Su un tema simile, però, vi segnalo ancora di più il bellissimo Hush, di cui vi ho già parlato qui, dove troviamo invece una ragazza sordomuta in lotta contro un serial killer. Di Man in the dark, col titolo originale Don't breathe, parla anche la sempre ineffabile Lucia (come al solito, sono lei e la Bolla a "spacciarmi" i film, e non smetterò mai di consigliarvi di seguirle ^^)

Fear, Inc.: Sempre del 2016 è anche questo simpatico filmetto su una particolarissima "ditta" specializzata nel far vivere ai clienti una nottata da incubo, realizzando le loro peggiori paure. Il protagonista (che vi verrà spesso voglia di prendere a schiaffi: lo vedete lì, che se la ghigna in locandina? Ecco.) contatta la Fear, Inc., costringendo anche fidanzata e amici a partecipare a un gioco che presto si rivelerà molto più reale di quello che immaginava lui... Il film non ha grandi pretese, ma è godibile e riesce qua e là a confondere abbastanza le acque, e il confine tra finzione e realtà, da ingannare anche lo spettatore. Divertitevi con le numerose strizzate d'occhio a cliché e classici dell'horror, ma non aspettatevi certo un capolavoro. Vi avviso, dopo la visione noi siamo andati avanti per giorni a ripetere come il protagonista "It's Fear, Inc.!"... spero che, come me, possiate condividere il tormentone con qualcuno che non vorrà strangolarvi!
Al solito, rimando al post della straordinaria Bolla e a quello di Lucia per una disamina più approfondita.

The Monster: ecco infine, per chiudere questo post, un vero gioiellino che non dovete assolutamente lasciarvi sfuggire; dei tre film proposti questa settimana, di sicuro il mio preferito è questo. Stavolta torniamo ad avere una coppia di protagoniste madre e figlia, come in Under the shadow, ma siamo in territorio americano e, tra le due, la più matura sembra paradossalmente la figlia.
La madre, infatti, è una sbandata che beve troppo e ha già procurato alla ragazzina il suo bel numero di traumi. Come se non bastasse, le due poverette si ritrovano con la macchina in panne in una strada deserta che attraversa un bosco, di notte; e si sa che, col buio, i mostri vanno a caccia...
Il film si farà apprezzare non solo per l'indubbia tensione, ma anche per una narrazione intelligente che riesce con poche scene e qualche flashback conciso e azzeccato a delineare due personaggi ben sfaccettati e il loro rapporto d'amore-odio, un legame disfunzionale ma fortissimo che sfugge alle possibili banalità in cui tanto facilmente si può incappare. Insomma, uno di quei film che consiglierei di studiare agli aspiranti narratori... Se volete saperne di più, leggete la Bolla o (anzi, meglio: e) Lucia, ma soprattutto recuperate il film e godetevelo!

giovedì 10 agosto 2017

Buon compleanno Hansi!

Quando mi ha letteralmente cambiato la vita, Hansi Kürsch di anni ne aveva 32. E, ovviamente, non era affatto consapevole dell'effetto che avrebbe avuto il primo ascolto del capolavoro Nightfall in Middle Earth - e tutti gli innumerevoli ascolti successivi delle sue canzoni e delle sue lyrics, passate, presenti e future - su una ragazzina di sedici anni che, nel lontano 1998, entrava per la prima volta nel mondo dei Blind Guardian.
E forse questa introduzione potrebbe sembrarvi scritta dalla stessa ragazzina: esagerata, adolescenziale... addirittura "cambiato la vita"? Può la musica - o una qualsiasi opera d'arte - fare tanto? A dar retta all'uomo della strada, magari a quelli orgogliosamente redneck che pensano solo a soldi, calcio, lussi, certamente no. Ma, se state leggendo queste righe, è probabile che amiate, come me, libri, musica, quell'impalpabile fremito che danno e quei semi che gettano nell'anima e poi germogliano silenziosi. E a sedici anni, quando avevo appena iniziato ad ascoltare seriamente musica e a scoprire il multiforme mondo del metal, Nightfall in Middle Earth e gli altri dischi dei Blind Guardian ebbero su di me l'impatto di un terremoto: per la quantità di emozioni diverse che riuscivano a esprimere con il loro stile sfaccettato, epico e, in definitiva, unico, e per la bellezza dei testi scritti da Hansi Kürsch, anche lui appassionato di fantasy e mitologia come me (in fondo, è proprio grazie a quel disco, dedicato al Silmarillion, che ho scoperto Tolkien). In ogni opera e in ogni forma d'arte, ho sempre amato proprio questo: la possibilità di esprimere una vasta gamma di sentimenti, pensieri e sensazioni insieme, accostate come i colori di un arcobaleno, perfettamente distinguibili eppure fusi insieme con confini incerti. Sempre questo ho cercato di esprimere quando scrivevo, immergendomi nella mente dei personaggi con la dedizione di un attore del metodo Stanislavskij.
E se ho iniziato a scrivere così è stato proprio, e anche, per lo stile con cui Hansi Kürsch compone i suoi testi, calandosi nei panni dei personaggi di cui racconta la storia come il bardo che è. Sì, prima ancora dei manuali, delle riflessioni consapevoli sulla "terza persona limitata", delle sperimentazioni, delle esplorazioni... e da lì che ho cominciato a trovare il mio modo di scrivere.
Perciò auguri, adorabile bardo crucco venuto su dalla piccola Krefeld: auguri per il tuo primo "mezzo secolo di vita + un anno". Aspettiamo di ascoltare altre storie.


La foto viene dal sito ufficiale della band.

mercoledì 9 agosto 2017

Film horror per l'estate - 1

Estate tradizionale stagione horror, sarà per le numerose pellicole a tema acquatico, sarà per la vecchia "Notte Horror" di Italia Uno che anch'io, come tanti, un tempo seguivo con costanza; sarà perché durante le vacanze si vogliono film "disimpegnati", direbbero magari i cVitici SeVi, come se a- un prodotto d'evasione fosse di per se stesso roba da poco, e b- tutti i film horror fossero "disimpegnati". Ma eviterò l'ennesima discussione sul valore delle opere di genere e passerò direttamente al tema del post: una piccola carrellata di consigli horror per il vostro agosto e non solo. Non si tratterà dei film di questa estate, ma di alcuni recuperi che potrebbero interessarvi: film recenti che per un motivo o per l'altro (leggi: il fatto di avere meno tempo per scrivere sul blog...) non ho segnalato, ma che meritano una visione. Così, questa settimana (e le prossime...) dopo la "notte horror" del martedì vi aspetto con i "consigli horror del mercoledì". Un grazie speciale va come al solito alle ineffabili Erica Bolla e Lucia Patrizi, le mie esperte di fiducia, che mi fanno sempre scoprire opere interessanti per le serate horror di casa, nutrendo con la loro competenza e il loro acume la mia amatoriale passione per questo genere.

E visto che si tratta di una "rubrica" estiva, iniziamo con un paio di tuffi al mare, vi va?

Paradise Beach - The Shallows: Film emblematico non solo della passione con cui in Italia si banalizzano i titoli stranieri modificandoli in favore di versioni sciape, quando non assolutamente cretine, ma anche di come si può riprendere una situazione classicissima - "aiuto! C'è uno squalo!" - per rinnovarla in maniera intelligente. Nancy (Blake Lively, la protagonista - bionda, bella, ma non scema, ragazzi miei: ecco una donna forte e femminile, che non ha bisogno di venire caratterizzata come un uomo con le tette o come la fantasia erotica del maschio medio) visita un'isolata spiaggia messicana nota solo ai locali, a cui è legato il ricordo della madre scomparsa. Appassionata di surf e in crisi personale, scoprirà ben presto che nella piccola laguna isolata una carcassa di balena ha attirato uno squalo bianco, che morde Nancy e la costringe a rifugiarsi su uno scoglio. Come tornare a terra senza finire preda del terribile animale? Come chiedere aiuto?
The Shallows non perde un colpo dall'inizio alla fine: ha ritmo, tensione, una narrazione rapida che sfrutta la tecnologia moderna a portata dei personaggi, una protagonista umana e determinata, spaventata ma tenace, e un'ambientazione talmente bella da farvi venire voglia di tuffarvi nello schermo... finché non arriva lo squalo, almeno. Consigliatissimo.
Se volete approfondire, ecco l'articolo di Lucia e quello di Erica.


In the deep: Altro film a tema squali, stavolta molto più claustrofobico del precedente. Se infatti The Shallows prendeva Nancy e la abbandonava su uno scoglio tra il cielo infinito e lo sconfinato oceano, In the deep mette due povere turiste in cerca d'emozioni in una gabbia antisqualo... che si blocca nelle profondità marine. Ed è lì sotto che lo spettatore resta per quasi tutto il film, in una prigione senza confini e senza luce. E se gli squali sono la minaccia feroce che può calarti addosso all'improvviso, nemmeno restare fermi nella gabbia garantisce salvezza: perché l'ossigeno a disposizione delle due ragazze finirà, più prima che poi.
La situazione è intrigante (sì, sì, la facile battuta "mozzafiato" ve la risparmio) e il film merita sicuramente una visione, anche se, tra le due opere che vi ho segnalato, la mia preferita resta The Shallows. Di sicuro, non per stomaci deboli: no, non è un film splatteroso, ma metterà a dura prova i vostri nervi a mano a mano che la situazione si fa più disperata ed estrema.
Anche qui, approfondite sul blog di Lucia (che vi racconta come si deve cosa vuol dire ritrovarsi sott'acqua a 47 metri di profondità... se non avete paura di leggerlo) e su quello di Erica.


Under the shadow: in chiusura, cambiamo totalmente ambientazione. Vi segnalo stavolta un'opera  assolutamente imperdibile, che mi ha fatto ripensare a un film di per sé ben diverso, l'immenso Babadook, per due motivi: per l'altissima qualità, e perché anche qui abbiamo una madre e un figlio (o meglio, in questo caso, una figlia) al centro di un horror che ha a che fare con incubi reali ancora più che con il "mostro" soprannaturale. Ecco, approfittatene e ripescatevi anche Babadook: fatto? Bene.
Under the shadows ci porta a Teheran, negli anni Ottanta, per mano del regista iraniano Babak Anvari, e ci racconta la storia di Shideh, una donna affamata di indipendenza in un'epoca e in un Paese che non le consentono di studiare né di uscire di casa senza velo. Assediata dalla guerra sempre più vicina, Shideh si aggrappa tenacemente alla protezione delle mura di casa, dove, almeno lì, può essere se stessa e cedere alle sirene della cultura occidentale grazie ai video di aerobica di Jane Fonda. Finché con i venti di guerra giungono anche creature che con il vento si muovono: i djinn, a cui Shideh si rifiuta di credere nonostante la fede musulmana imponga di farlo. E il sibilo minaccioso del vento che invade il piccolo appartamento minacciato dalle bombe dà il via a una serie di eventi sempre più inquietanti, che mettono in pericolo lei e la figlia.
Un'opera ottimamente costruita, insolita per l'ambientazione, il sapore e il folklore descritti, che non si farà dimenticare (ancora oggi, a mesi dalla visione, qui da me si discute delle sue molteplici sfaccettature e dei suoi molti significati). Non perdetevi questo film, e preparatevi a momenti di pura paura, di angoscia, di smarrimento: per mano dei "mostri", ma anche per mano dell'uomo...

Eternamente grazie, come al solito, a Lucia e a Erica per aver segnalato e analizzato questa perla.

martedì 1 agosto 2017

Lughnasad, tra raccolto e semina

Preparandosi a festeggiare... aiutati da un gatto curioso
Nei giorni scorsi ho sfruttato i momenti liberi per stabilire come avremmo festeggiato quest'anno la festa di Lughnasad, celebrazione del raccolto che negli anni scorsi avevamo celebrato con il falò del Castlefest, in Olanda. Quest'anno, invece, si tratterà di una celebrazione più intima, e saremo solo noi a decidere quali passi compiere.

Questa è una delle cose che più amo della spiritualità vissuta da "free pagan": riscoprire tradizioni e rinnovarle, pescare un po' qui e un po' là quello che è in sintonia con il mio animo al momento, di anno in anno ritrovarsi a ripetere riti e a modificarli, aggiungendo, togliendo e variando, per istinto e amore, curiosità e preghiera, nel privato di casa e all'aperto, da sola, in due o tra la folla - e spesso, in momenti diversi e modi diversi, in tutte e le tre modalità. E così profumi, sapori e colori si mescolano e diventano un ringraziamento, una festa, un desiderio, una magia. Così, il mondo intorno parla e canta, lo spirito si ristora e si rafforza.

Oggi dunque si celebrerà il raccolto passato e quello futuro, e mentre il sole riscalda la terra già si saluta l'autunno che pian piano si avvicina. Di là, in cucina, in questo momento sta lievitando l'impasto per la focaccia da consumare e da offrire, in frigo attende una birra speciale per brindare, e molto altro è in preparazione per la giornata. E si medita, perché non si tratta di avere una scusa per passeggiare nella natura e bersi qualcosa: quest'anno Lughnasad è per me un punto di svolta, o almeno così mi sento... e ho imparato a dare ascolto alle sensazioni.
Cogliamo i frutti, gettiamo nuovi semi, riceviamo e doniamo, e a ogni tappa un ciclo si conclude e un altro inizia. Felice Lughnasad anche a voi!

Qualche parola su Lughnasad

On air:
Hear me, Anette Olzon
Call me Satan, Omnia

UPDATE: la focaccia fatta in casa (e... già quasi spazzolata via ^^)

lunedì 24 luglio 2017

Letture - inverno, primavera... insomma, il 2017 finora

Ohibò, con la latitanza dal blog ho anche saltato uno degli appuntamenti stagionali con il punto sulle letture fatte, in corso e programmate. Vabbe', l'ultimo post in merito era stato addirittura a dicembre, vediamo un po' di recuperare!

Ho letto i libri segnalati nello scorso post?
Solo alcuni. Poi, come al solito, ho pescato a seconda dell'umore e delle occasioni e la programmazione è saltata... ma d'altronde mi piace fare così, svolazzare di libro in libro quando "mi parlano". Ho terminato come previsto Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa di Eraldo Baldini e Giuseppe Lippi, che vi consiglio in coppia con Halloween. Nei giorni che i morti ritornano, letto anni fa: se nei prossimi mesi vorrete prepararvi alle feste d'autunno-inverno, ve li consiglio assolutamente! Ho letto anche Rivers of London di Ben Aaronovitch (uscito in italiano come I fiumi di Londra, ma il resto della saga lo trovate solo in inglese): non male, molto British, anche se non mi ha appassionato fino in fondo. Diciamo che continuo a preferire l'urban fantasy di Jim Hines (LEGGETELO ACCIDENTI) e Jim Butcher.

Cosa ho letto di bello di recente?
A proposito di quest'ultimo, ho letto anche il terzo capitolo dei Dresden FilesGrave Peril, e sto leggendo (a rilentissimo, per motivi di tempo) il quarto, Summer Knight. Sono sempre libri scorrevoli e simpatici, pertanto, se leggete in inglese, ve li consiglio.
Per il resto, ho letto svariati libri che non avevo ancora citato qui: la mitica Tough Guide To Fantasyland di Diana Wynne Jones, indispensabile se volete scrivere fantasy (rispolverarla non farebbe male, visto che in Italia, ahimé, ancora si discute di argomenti che all'estero sono già stravecchi). Poi ho spaziato dalla favola Codarotta di Tim Bruno al manuale The Art of War For Writers del sempre apprezzabile James Scott Bell, una guida di sopravvivenza che spazia da consigli di scrittura a coaching psicologico a salvagenti per non annegare nel mondo editoriale (ovviamente riferiti al mercato americano, ma è utile confrontare un po' le situazioni e fare... un bagno di realtà). Ho letto anche Building Fiction di Jesse Lee Kercheval (non si finisce mai di studiare) e l'interessantissima raccolta di saggi The Geek Feminist Revolution di Kameron Hurley (consigliatissimo qui). Mi sono poi buttata su qualche classico: La strada di Cormac McCarthy e La promessa di Friedrich Dürrenmatt: di entrambi ho parlato in questo post. Ho ritrovato la carissima Jane Austen, di cui in passato ho letto tutti i romanzi completi, con il brevissimo ma simpatico Lady Susan. Ho letto anche altro, un po' per lavoro un po' per piacere, ma queste sono le cose che mi premeva di più segnalare. Ce ne sarebbero altre due, in realtà, ma non sono ancora uscite in italiano... anche se lo faranno presto: appena succederà, vi dedicherò un post.

Cosa leggerò nei prossimi mesi?
Appena concluso il già citato Summer Knight di Jim Butcher e Rhetorics of Fantasy di Farah Mendlesohn, densissimo saggio sul linguaggio del fantastico (eh già, all'estero si sono accorti che il fantasy non è solo "robetta da bambini", ma guarda un po'!) toccherà... a un altro saggio simile, Stories about stories. Fantasy and the remaking of myth di Brian Attebery, che mi incuriosisce moltissimo (anche perché ultimamente, nella scrittura, affronto tantissimo folklore, leggende e mitologie... come si dice, "lavori in corso" che spero presto di iniziare a farvi conoscere). Sempre per quanto riguarda saggistica & dintorni, ho in lista How novels work di John Mullan (come sopra: non si finisce mai di studiare) e Seidweys. Shaking, swaying and serpent misteries del caro Jan Fries, sulla tradizione nordica del seidr, oltre a svariati testi sul vampirismo che pian piano affronto (è sempre un tema a me caro, che approfondisco con piacere). Per quanto riguarda la narrativa, proseguirò ancora con i Dresden Files, naturalmente, un po' per volta, e ho qui con me un po' di Murakami e di Franzen... e poi ho un'altra tonnellata di libri in lista, ma se li scrivessi tutti starei qui l'intera estate! Purtroppo il tempo è sempre pochissimo e la sera, dopo una giornata passata a leggere, scrivere e tradurre per lavoro, non sempre ho la forza di leggere ancora. Ma un po' per volta si macinano pagine!

Questo è tutto, per ora. Alla prossima!

On air:
Shine, di Anette Olzon, che ultimamente mi fa da colonna sonora fissa

lunedì 17 luglio 2017

Addio George

Ecco una notizia che speravo proprio di non leggere così presto: ci ha lasciato il buon George Romero, regista di culto che ha cambiato per sempre il cinema horror con la trilogia capolavoro La notte dei morti viventi, Zombie-Dawn of the Dead e Il giorno degli zombie.

Come al solito, quando si parla di opere di una tale portata, limitare il loro impatto al "genere" è assurdo, anche se in Italia la "cultuVa" ufficiale non se n'è ancora accorta (per fortuna ci sono anche voci preparate che ci ricordano che altrove non è così). Ma questo post non è stato scritto per addentrarsi in polemiche, né per disquisire sulla filmografia di Romero, che certo ci ha lasciato alcuni capolavori ma anche vari prodotti mal riusciti. Questo post è solo un ricordo personale, un ringraziamento dovuto a un uomo che ha potentemente influenzato l'immaginario di una ragazzina troppo piccola per guardare gli horror e che pure li guardava lo stesso. Avere un fratello maggiore maschio faceva sì che le idiozie tipo "ma questa non è roba per femmine" non mi toccassero, e così potevo giocare con le Barbie e con i Masters, guardare i cartoni animati delle maghette e Ammazzavampiri. O i film di zombie, appunto.
E se i vampiri sono i miei "mostri" preferiti per un milione di motivi (tutti saldamente radicati nell'epoca pre-Twilight), gli zombie sono i miei "pet": la passione inspiegabile tra divertimento e disgusto, la variazione sul tema che mi interessa sempre scoprire, l'argomento con cui un giorno vorrei baloccarmi anche scrivendo ma che ancora non ho mai affrontato. Chi mi sta accanto sa che quando esce un nuovo film di zombie prima o poi lo vedrò, punto; e che i miei sogni notturni contemplano zombie più spesso di quanto ci si potrebbe aspettare.

Ecco, il merito di tutto questo è, direttamente e indirettamente, del buon George. Che ha influenzato cinematografia e letteratura come nessun altro, inventandosi lo zombie moderno per antonomasia. E che ha dato vita ad alcuni dei pochissimi film che davvero sanno inquietarmi e che da piccola faticavo a vedere da sola. Film che non risparmiavano colpi allo stomaco ma che non erano gratuiti; film che senza retorica lanciavano messaggi molto più profondi di sette stagioni di noiosi bla bla di The Walking Dead. Pensiamo a quel La notte dei morti viventi uscito alla fine degli anni Sessanta, eversivo e innovativo, un incubo in bianco e nero a cui seguì il mio personale preferito, Zombie - Dawn of the Dead: ecco, per me Romero sta in quei primi minuti minimali e allucinati in cui in uno studio televisivo ormai preda dell'anarchia si dibatte sulla soluzione razionale al problema dei morti che ritornano: la protagonista si sveglia da un incubo per trovarsi immersa in un incubo peggiore, e la razionalità invocata è già svanita, tra i raid dei soldati che uccidono morti e vivi alla stessa maniera, il razzismo e gli istinti peggiori di un'umanità che si dà a ruberie e dissacrazione, e in cui la speranza esile di uno sparuto gruppo di protagonisti - destinati a soccombere puntualmente se e quando cedono essi stessi alla rabbia o al godimento di uccidere - sopravvive a stento sullo sfondo di una terra ormai desolata e dominata dai morti. Perché "quando i morti camminano, bisogna smettere di uccidere". Da non dimenticare la colonna sonora straordinaria firmata Goblin.
E poi c'è Il giorno dei morti, conclusione della trilogia - poi continuata con altre pellicole che, quale più riuscita quale meno, non mi hanno mai impressionato allo stesso modo. Il giorno dei morti con l'umanità ormai sepolta sotto la pila di cadaveri che camminano, con lo scontro tra ragione e violenza, scienza e istinti già destinato alla sconfitta della razionalità, della collaborazione, della solidarietà che sole potrebbero combattere la marea di morte e morti che avanza e domina ormai il pianeta.

Ecco, questi sono i ricordi e le emozioni che mi ha regalato il buon George. Questi tre - gli originali, eh, non i discutibili remake che con il tempo sono stati realizzati - i film che vi consiglio di scoprire o riscoprire. Innumerevoli omaggi, citazioni, parodie, opere affini sono state poi realizzate negli ultimi cinquant'anni o giù di lì, certo; concludo perciò consigliandovene due, quelle che più di tutte, a mio parere, meritano di venire apprezzate. Certo, non sono le uniche opere a tema zombie valide, ma credo che queste siano assolutamente imprescindibili.
La prima è una parodia come le parodie andrebbero veramente realizzate: con l'eleganza dello humour inglese e l'amore degli appassionati, un omaggio e allo stesso tempo un'opera che sta perfettamente in piedi da sola, il primo capitolo della trilogia-capolavoro di Edgar Wright e Simon Pegg (anche protagonista), Shaun of the Dead (in italiano - vabbe'... - L'alba dei morti dementi). Recuperatelo e amatelo (e poi innamoratevi pure di Hot Fuzz, omaggio al cinema action, e World's End, a tema fantascientifico).
La seconda opera che vi consiglio senza se e senza ma è invece un libro (ma percaritàdegliddèi solo il libro, lasciate perdere il film omonimo che con il romanzo non c'entra un tubo di niente): il capolavoro World War Z - La guerra mondiale degli zombie di Max Brooks, che vi ho già citato spesso in passato. Si tratta di uno dei libri più belli che abbia letto, negli ultimi anni e in generale: una delle poche opere che riesce a innovare l'argomento zombie e a renderlo allo stesso tempo spaventosamente horror e magnificamente attuale, un affresco della nostra realtà in cui la guerra contro gli zombie è reale quanto qualsiasi vero conflitto dei nostri tempi. Un romanzo straordinario che non smetterò mai di consigliare.

On air:

 

mercoledì 17 maggio 2017

Ci vediamo al Salone!

Buongiorno! Maggio ha finalmente portato il sole - e i gelati passeggiando sul lungolago: aaah, Arona, quanto ti voglio bene! Ed è anche ora di un appuntamento annuale per me imperdibile da... accidenti, neanche saprei dire da quanto, perché nei miei ricordi il Salone del Libro di Torino è un "fixed point", parafrasando il Dottor Who. Dalle gite scolastiche durante le quali vagavo a bocca aperta da uno stand all'altro con la voglia di comprare tutto, quando scoprivo più case editrici di quello che mi sarei mai immaginata (sì, era l'epoca pre-internet, pre-Amazon, pre-globalizzazione sfrenata) agli incontri con gli amici lettori, blogger e scrittori degli ultimi anni: come Lucca Comics, il Salone è un'occasione per salutare e abbracciare tutte quelle persone speciali che tengo a ringraziare di persona per l'affetto, il sostegno e la simpatia che mi trasmettono durante tutto l'anno.
Perciò, se volete che vi salti al collo, se vi va di prendere un caffè insieme o se volete dirmi tutto quello che non avete mai osato tirare fuori, mi troverete in giro per i padiglioni sabato 20 maggio, fino al tardo pomeriggio. Al mattino parteciperò come ospite all'incontro organizzato da Gainsworth:


Ore 10.30 – L’OSPITE CHE NESSUNO HA INVITATO (c/o Spazio Incontri)
Quanto fantasy c'è nel fantasy che ci fanno leggere?
Con Aislinn, Luca Tarenzi, Julia Sienna, Ester Trasforini, Diego Tonini, Lorenzo Sartori.
(graditissima la presenza in costume fantasy)

Poi, potrete beccarmi in giro, allo stand Gainsworth (K21) per i saluti e ovunque vorrete... basta che mi scriviate qui o in privato su Facebook per fissare ;-)
Tra i tanti altri incontri, ve ne segnalo in particolare uno da non perdere, sempre sabato, alle 14.30: Gli arcani del Rinascimento italiano – Incontro con l’autore Luca Tarenzi che leggerà i Tarocchi Visconti-Sforza ai primi 10 lettori che lo raggiungeranno allo stand K21 di Gainsworth.

A sabato! Read on :-)

UPDATE: Ringrazio Gabriele che proprio ieri ha pubblicato questa mia intervista sul suo sito La Soglia Oscura!


martedì 9 maggio 2017

Combattere nel fango

Buffe, le coincidenze.
Qualche giorno fa si riaccendeva la polemica legata alle dichiarazioni raggelanti di un'autrice italiana secondo la quale, sostanzialmente, le donne stanno  meglio "male accompagnate che sole". E proprio qualche giorno fa io finivo di leggere The Geek Feminist Revolution, raccolta di saggi brevi e articoli dell'autrice americana Kameron Hurley. Il titolo è esplicito, ma nel libro non si parla solo di "femminismo" o di "donne nerd": il discorso si allarga a comprendere tutte le minoranze virtualmente invisibili attive nel campo della letteratura di genere e, in senso più ampio, nella società tutta. Si parla dell'immagine della donna nei film e nei romanzi fantasy o di fantascienza e di premi letterari recentemente travolti da scandali, di razzismo e di relazioni abusive. Alcuni dei testi contenuti nella raccolta sono inediti, e tutti sono caratterizzati da accesa passione, da riferimenti concreti alle esperienze vissute dall'autrice in prima persona, da un costante appello a non tacere, a far sentire la propria voce, a lottare per i propri obiettivi - che si tratti di diventare scrittori o di raccontare le storie di chi è stato dimenticato dalla Storia.
Non è un libro semplice da digerire: non offre compromessi, non cerca di essere "simpatico", non lascia indifferenti, questo è certo. Ma ve lo consiglio. Un po' perché illuminante, in alcuni dei suoi saggi. Un po' perché è sempre utile, nell'asfittico Paese in cui viviamo, rendersi conto che altrove c'è una scena letteraria viva, vitale, dove anche i generi che ormai qui da noi vendono quanto il ghiaccio al Polo e vengono considerati regolarmente "roba da bambini" (sì, sto parlando del fantasy, ovvio) sono oggetto di discussioni seri, portatori di tematiche attuali e niente affatto disprezzati o sottovalutati. E un po' perché c'è bisogno - un disperato bisogno - di diffondere un semplicissimo concetto: è ora di difendere la realtà che desideriamo.

Perché se vogliamo che si smetta di dire "ma quella è stata stuprata perché aveva la minigonna". Se vogliamo smetterla di sentire frasi che iniziano con "io non sono razzista ma loro..." Se vogliamo che gli adolescenti la smettano di suicidarsi perché gay e presi in giro o picchiati dai compagni. Se vogliamo che si smetta di equiparare le donne a incubatrici buone solo per "donare figli" alla patria. Ecco, se vogliamo tutto questo, allora dobbiamo essere noi, in prima persona, a dichiararlo ad alta voce. A scrivere storie in cui il maschio alfa stalker di turno viene preso a solennissime ginocchiate nelle palle, invece che "guarito" dalla crocerossina di turno che si realizza solo quando si libera dalla "zitellaggine" e capisce che scopare le piace solo quando arriva il suo principe azzurro. A scrivere storie in cui una relazione omosessuale tra due personaggi non ha bisogno di essere sottolineata a furia di gomitate nel fianco del lettore e stereotipi, ma viene considerata per quello che è - una relazione, punto, esattamente come quelle eterosessuali. A scrivere i libri migliori che possiamo scrivere, in definitiva, anche se non finiranno in vetrina.

No, non sono ottimista. Non penso affatto che sia facile o rapido. Non mi illudo che bastino poche righe sul mio misconosciuto blog a smuovere le masse, né che i libri validi là fuori - e ce n'è - domani miracolosamente entreranno in classifica (è già tanto se escono in un centinaio di copie). Ma le poche righe sul mio blog, le storie che voglio scrivere, la voce che posseggo, queste sono le uniche armi di cui dispongo e non ho intenzione di lasciarle ad arrugginire in cantina. Non butteranno giù il maniero dell'Oscuro Signore, ma magari, prima di finire trafitta dalle lance degli orchetti, potrò svellerne una pietra, anche una sola. E se domani qualcun altro farà lo stesso, e dopodomani ancora, prima o poi il fottuto maniero finirà in rovina.
E a demolirlo non saranno guerriere sexy in bikini di metallo e pose provocanti né eroi stereotipati con il testosterone al posto del cervello. Saranno uomini e donne pronti a combattere nel fango, insieme.


mercoledì 19 aprile 2017

Vento di primavera

Ieri Arona sembrava decisa a volersela filare a Oz, sradicata da un vento impetuoso che ha spazzato la città rovesciando vasi, strapazzando persiane e rendendo arduo camminare sul lungolago. Niente pioggia, però: lo stesso sole luminoso e gentile che sfolgora anche in questo momento fuori dalla mia finestra.
L'immagine viene da WeHeartIt
Primavera.
Ho sempre preferito le stagioni di luce: svegliarmi con il sole, vestirmi leggera, trovare fiori colorati che punteggiano gli angoli della città, anziché imbaccuccarmi per ripararmi dalla pioggia di giornate troppo corte. In questo periodo così meditabondo, un  po' di attese un po' di maturazione, un po' di semi che attendono di sbocciare un po' di dubbi, bevo la luce del sole come un nettare. E il vento di ieri, con tutti i disagi che ha portato, mi è tuttavia sembrato amico: portateli via i dubbi, vento, portati via tutte le paure e i rancori, le ferite e la rabbia. Ripulisci l'aria che respiro e gonfia le mie ali.
Ecco, un augurio per questa primavera, un desiderio soffiato via come le delicate piumette di un dente di leone.
Aprile scorrerà via tra impegni e lavori di cui occuparsi; a maggio si vedrà. Vorrei tornare a scrivere; vorrei avere risposte; vorrei iniziare nuovi lavori e progetti e continuare a sfidare il mio corpo. Vorrei riempire le mie giornate di cose belle, soprattutto: concedermi qualche volta di non lavorare nel week end, o di restare a letto fino a tardi; scoprire posti, camminare, andare.
Mi tengo stretta la luce e prego gli dèi.

Intanto, però, primavera è anche Pasqua, ed esperimenti culinari. Questa torta alle fragole, per esempio: buonissima, leggera e facile, ve la consiglio ;-) Spero di rifarla presto, anche perché stavolta è stata spazzata via prima di fotografarla... L'aspetto non è quello che vedete nelle foto al link della ricetta, comunque: la crema di fragole è rossa come si deve!
Dall'impasto al forno... al piatto ^_^
Avendo poi delle mandorle in casa ho deciso di sperimentare una variante di cookies, i biscotti burrosi all'americana. Ho preso gli ingredienti e le dosi per la base dalla ricetta dei chocolate chip, i cookies con le gocce di cioccolato, dal libro Biscotti e dolcetti di Carla Bardi, mia personale miniera di ricette buonissime, che assolutamente vi consiglio (grazie Sam che me l'hai regalato tanti anni fa! <3 ) Poi però ho variato andando a gusto personale e aromatizzandoli con mandorle a pezzetti, cannella e scaglie di cioccolato fondente. Il risultato: irresistibile, dolce e croccante. Se non avete il libro, potete cercare una classica ricetta per cookies on line e poi aggiungere all'impasto mandorle, cioccolato fondente a gocce o scaglie e cannella a piacere. Sono biscotti velocissimi da fare perché non c'è bisogno di stendere l'impasto e ritagliarlo con i tagliabiscotti, basta fare delle palline e una volta in forno si scioglieranno assumendo la tipica forma rotondeggiante e un po' grezza dei cookies.
E adesso basta dolci che è meglio...
A presto!

mercoledì 29 marzo 2017

Taste of India

Oggi mi trasformo in "food blogger"... no, mi viene da ridere solo a scriverlo. Diciamo che oggi vi racconto un esperimento culinario, e chissà che non vi stuzzichi.
Amo la cucina etnica - giapponese, cinese, indiano, eritreo... ditene una e se non l'ho provata la proverò (basta che non ci infiliate insetti di mezzo, ecco. Lì metto un paletto.)
Anyway, anche su richiesta dei miei assaggiatori di fiducia ho voluto provare a preparare l'halwa di carote, un dolce indiano che spesso gustiamo in un ristorante della mia zona. Problema: on line, se provate a cercare, si trovano mille ricette tutte abbastanza diverse tra loro per dosi e ingredienti. Pertanto, ho usato questa come base, con una spruzzatina di questa, e sono andata a istinto, adattando il procedimento a mio/nostro gusto. Per esempio, nella ricetta classica ci vogliono anche le uvette, ma siccome qui non piacciono a nessuno le ho eliminate senza pentimenti.
Se volete tentare l'impresa (non difficile, solo un po' lunghetta in quanto a tempi) ecco quello che ho fatto io, altrimenti scegliete una delle ricette che vi ho linkato o cercate anche voi on line la versione che vi piace di più!

Ingredienti:
500 gr di carote lavate e sbucciate
500 ml di latte
200 gr di zucchero
1 gr di cardamomo
15 gr di anacardi non salati
15 gr di pistacchi non salati + altri per guarnire
15 gr di mandorle + altre per guarnire
un pochino di burro

Procedimento:
Grattugiate con santa pazienza le carote, schiaffatele in pentola antiaderente con il latte, lo zucchero e il cardamomo (se avete il pestello tritatelo un po') e cuocete. Mescolando. Mescolando. Mescolando. Finché tutto il latte si è asciugato (calcolate tra la mezz'ora e l'ora, a seconda della fiamma). A quel punto, mettete da parte la pentola e tritate la frutta secca (fine o grossolana, a preferenza), tostatela in padella con un po' di burro e aggiungetela al composto di carote mescolando bene e cuocendo ancora un po'.
Distribuite in stampini di budino o in ciotoline, fate raffreddare e prima di servire decorate a piacere con pistacchi e/o mandorle tritate.
Avviso: è un dolce parecchio dolce, ergo consiglio porzioni contenute. Nel caso tenetene da parte per il bis!

On air:
Ovviamente Taste of India degli Aerosmith :-)

lunedì 27 marzo 2017

Irish girl

Se mi chiedete quali sono le mie città preferite al mondo, tra quelle che ho visitato, ovviamente, vi risponderò senza alcun dubbio Edimburgo (anzi, Edinburgh) per... tutto quanto, e Amsterdam, per la libertà che qui ci sogniamo su tutti i livelli. La Scozia è la terra che più mi affascina, ruvida e bellissima, e le Orcadi il luogo dove comprerei una casetta, se potessi, per farci ogni tanto un ritiro spirituale. Eppure, sono più una ragazza irlandese.
In comune, Scozia e Irlanda hanno quel meraviglioso clima da "four seasons in a day", come hanno detto i proprietari del graziosissimo bed & breakfast dove sono stata da poco, sperduto nella campagna nordirlandese, una grande casa in delizioso stile britannico dove ci hanno coccolato tra stanze graziosissime (ciascuna con il nome di un personaggio della mitologia irlandese) e colazioni abbondanti ed eccellenti. Pioggia, sole, cinque minuti di grandine, sole con un vento da portarti via, pioggerellina e ancora sole: questi i giorni irlandesi che ho passato sotto l'Equinozio. E, quanto meno in questo periodo, anche il mio umore funziona così: una - sfibrante - alternanza di tranquillità, ansia, preoccupazioni, ottimismo, depressione, pensieri fuori controllo che si inerpicano lungo i peggiori scenari possibili, immaginando dialoghi e tocchi e scene peggio che nei miei libri. Non sono molto brava a fingere calma, perciò è facile che dal mio viso nubi, tempeste e raggi di sole trapelino (evidenti, anche se sono solo la punta dell'iceberg!)
Certo, il clima mutevole è tanto irlandese quanto scozzese. La storia di queste due terre è molto complessa e non pretendo certo di riassumerla in poche righe di blog, né di coprire interamente la vastità delle vicende, lo spirito di questi popoli, i secoli - i millenni - che hanno condotto alla Scozia e all'Irlanda (Eire e Irlanda del Nord) moderne; quindi, per favore, non venitemi a dire "ma in realtà", "ma però", "ma invece", quando leggerete le prossime righe. Non sto scrivendo un post di storia, sociologia, politica o altro; sto appuntando su virtuale carta le mie personali impressioni e niente di più; ciò che lo spirito di quelle terre mi trasmette.
Quando sono in Scozia, percepisco la fierezza e l'orgoglio, miste alle risate di corpo e alle pacche sulle spalle mentre ti viene offerta una rossa doppio malto con cui buttar giù lo stufato. Un po' di autoironia e una litigiosità bonaria, se ha senso questo ossimoro; il calore di un camino dove accogliere i viandanti e la spada appesa al muro ma a portata di mano, ché non si sa mai. Le fate, qui, sono quelle casiniste di Fate a New York di Martin Millar, per intenderci. I mostri sono quelli giganteschi che si fa a gara per affermare di avere visto.
Un saluto dalla campagna nei dintorni di Belfast
In Irlanda, pioggia e sole bagnano una terra intrisa di malinconia e musica struggente. Certo, una Guinness non si nega ad alcun pellegrino, e il buon cibo, e un posto davanti al fuoco; e non mancano i guerrieri, anche se forse un po' stanchi; solo che la loro stanchezza è un silenzio un po' serioso che balena a tratti, mentre quella dei guerrieri scozzesi la si nasconde perché no, siamo sempre guerrieri, cazzo. Lo spirito irlandese conosce dolcezze, e le sue fate hanno i tratti eterei e delicati - ma anche letali, a volte - di quelle disegnate ad acquerello da Alan Lee, e non serve vantarsi di averle viste, perché se succede te lo si legge nelle linee che ti incidono la pelle intorno agli occhi.
Per questo dico di essere irlandese, più che scozzese, per quanto Edimburgo sarà sempre una delle mie mete predilette un gradino sopra Dublino; perché tra uno sbalzo vertiginoso da pioggia a sole a grandine a vento e una buona birra - rossa o scura, mi vanno bene tutte - mi ritirerò in silenzio, a cercare  nel fuoco del camino risposte che  non riesco a leggere. Le mie divinità mi abbracciano e mi mettono la spada in mano, mi trascinano in un ballo e mi azzannano. E se ci sarà musica canterò, e sarà di desideri e di storie, di ferite che ogni tanto riprendono a sanguinare e sì, anche di gioia di vivere e danzare. E non riesco a guardare al futuro senza pensare al passato, e temo e spero, e non trovo l'equilibrio tra questa terra e quella al di là del velo, tra il coraggio e la paura, tra ciò che sono e ciò che vorrei essere.

mercoledì 22 marzo 2017

Letture: La strada - La promessa

Ci sono libri che lasciano in bocca un sapore amaro - di cenere e sangue, di terra bruciata e di dolore. Non sono letture facili, ma non me ne sono mai pentita: sono quei libri che mostrano aspetti oscuri e spietati dell'animo umano, che svelano quello che c'è sotto la patina di civiltà sottile come una pelle che ci portiamo addosso. Mi vengono in mente Il Signore delle mosche di William Golding o Profumo di Patrick Süskind, libri letti molti anni fa ma mai dimenticati, e che ancora, a ripensarci, evocano sensazioni vividissime.
Entrambi i libri che vi segnalo oggi, letti per caso a poca distanza l'uno dall'altro, rientrano nella medesima categoria. Sono libri molto diversi, sia per stile sia per cadenza, ma entrambi li consiglio caldamente... stavo per scrivere "agli stomaci forti", ma evocherei immagini sbagliate. Diciamo che ve li consiglio se non temete di affrontare letture dure come diamanti e sporche come carbone.

La promessa di Friedrich Dürrenmatt è "Un requiem per il romanzo giallo", dice il sottotitolo. Una storia che ha per protagonista un detective eccezionale, ossessionato dalla promessa fatta alla madre di una bambina uccisa barbaramente in un bosco svizzero: trovare l'assassino, a costo della sua anima. E l'anima la perderà, il detective - non è uno spoiler: lo si sa fin dalla sua prima apparizione. Perché la genialità, l'intuizione, i piani visionari, la tenacia a volte portano al trionfo, a volte si scontrano con banalità grandi come sassolini ma capace di inceppare i meccanismi più complessi: la volontà non basta sempre a sconfiggere il caso. Non vi dico di più: il romanzo è breve, si legge velocemente, ma non si fa dimenticare con facilità.

Breve lo è anche La strada di Cormac McCarthy, e personalmente l'ho trovato ancora più indimenticabile. Bastano poche righe per ritrovarsi immersi in un mondo aspro e decaduto, dove gli uomini sono cannibali o sopravvivono racimolando gli ultimi rimasugli di cibo e oggetti utili da paesaggi e città decadute, dove la natura è morta e sterile, dove non esistono più colori e tutto è grigio a parte il sangue. L'unica luce, l'unico obiettivo del protagonista è proteggere il figlio, in una lotta per la sopravvivenza che può guardare solo al presente, perché il futuro potrebbe svanire da un istante all'altro. Tutto in questo libro è permeato da una forza inimmaginabile: i dialoghi scarni, i dettagli scelti alla perfezione, l'atmosfera minimale e intensa allo stesso tempo. Una storia di frammenti nudi che si piantano nel cuore e nella mente. Consigliato, se siete disposti a immergervi nel futuro sporco dell'umanità.


mercoledì 22 febbraio 2017

Nel mezzo del cammino...


... Ci si rende conto, a volte, di aver proseguito sempre e comunque, anche quando ci si ritrovava tra i rovi a piedi nudi, anche quando si perdevano i compagni di viaggio, anche quando il bagaglio sulle spalle era troppo pesante, seguendo il bagliore di una stella, in cielo, che non era affatto una stella, ma la luce dell'aereo di qualcun altro. Poi l'aereo svanisce in lontananza, e il cielo rimane nero.
Forse allora bisogna guardare la terra, il qui e ora, invece di mondi distanti che neanche esistono. Il qui e ora è pieno di affetto, pieno di dolcezze, pieno di fortune. Non mi dispiacerebbe, però, avere comunque la luce di una stella a guidarmi. Non voglio restare ferma - ho già troppo spesso la sensazione di arrancare, di restare indietro quando le persone intorno a me guardano oltre, vanno oltre, trovano altro, scoprono altro, incontrano altri - ma ho bisogno di qualche momento per ricalcolare la rotta, forse. Ho un nido in cui riposare, nel frattempo, ed è più di quanto abbia mai avuto in passato.

Perciò oggi che gli anni sono diventati 35, e quanto sembra enorme questa cifra... oggi ripenso a una bambina impacciata, piena di slanci costantemente bacchettati perché goffi o inappropriati o ridicoli, piena di fantasie perennemente frenate o da una presa in giro o da un'urlata da una sberla più o meno reale e più o meno metaforica, la bambina che vedeva le fate e ancora le cerca, la bambina che amava i gesti romantici che non sono più di moda e le casette con i mobili di legno e mura spesse che tenessero lontano tutto quello che non andava, dove vivere per sempre felici e contenti con qualcuno che le avrebbe sempre e solo detto quant'era speciale, la bambina circondata da uomini che, a vario titolo, l'hanno fatta sentire sbagliata, diversa, troppo grassa, troppo debole, troppo stupida, troppo molesta, troppo ingombrante, mai giusta, mai abbastanza, la bambina che a ogni sbaglio che commetteva, a ogni rimprovero o mortificazione veniva fatto capire che era l'ennesimo strike, che aveva perso altri punti, che presto la gente si sarebbe stufata di sopportare la sua inadeguatezza, i suoi continui errori, il suo essere sostanzialmente sbagliata e incapace, e quindi doveva faticare il doppio per rimediare o i punti si sarebbero esauriti del tutto e sarebbe rimasta sola, sola e basta, sola a guardare come tutti gli altri invece abbastanza lo erano, e non avevano neanche bisogno che qualcuno lo dicesse. Dobbiamo fare due chiacchiere, io e quella bambina. Devo levarle dalla testa quelle parole odiose, il mai abbastanza. Devo restituirle un po' di polvere di fata, e cullarla sotto un baldacchino di foglie finché si addormenterà guardando nuove stelle, stelle vere. E si sveglierà riposata e avrà di nuovo voglia di giocare con le fate.
Adesso, però, c'è bisogno di riposo.

Grazie a tutte le meravigliose persone che mi hanno mandato auguri, pensieri, abbracci, regali. Love you, always.



giovedì 16 febbraio 2017

Keep learning

Negli ultimi mesi "imparare" sembra diventato il leit motiv della mia vita. Impara a tenerti del tempo per te e difendere almeno un giorno di riposo alla settimana (ahahahahah... sto ancora imparando, appunto. Se avessi già imparato, magari aggiornerei il blog più spesso). Impara ad affrontare storie diverse dal solito, sfida le tue sicurezze (e così ho tremila romanzi in mente, di generi molto diversi tra loro). (Re-)impara a scrivere fregandotene delle attese e dell'ansia (ok, qui sono ancora in alto mare). Continua a imparare, sempre: cresci come scrittrice, cresci come traduttrice (e ogni romanzo tradotto è una sfida ma è anche un passo avanti), cresci come insegnante di scrittura - e anche qui, nulla come la pratica e il confronto con i miei meravigliosi studenti aiuta a imparare, sempre e comunque, qualcosa di nuovo ogni giorno. Finché ti accorgi che le conoscenze, le esperienze, le tecniche apprese sono davvero diventate parte di te e riemergono naturalmente al momento giusto, un po' per istinto, un po' per pratica, un po' per intuito.

Siamo tutti apprendisti in un’arte di cui nessuno diventa mai maestro, diceva il buon Ernest Hemingway (a cui dobbiamo anche un'altra perla di saggezza: la prima stesura di qualsiasi cosa è merda). E così a ogni pagina scritta si impara qualcosa, da ogni libro letto si impara qualcosa, da ogni manuale di scrittura si ricava qualcosa, anche quando ormai il 90% di quello che ci si trova lo hai già letto e imparato in tutti gli altri manuali letti prima. Ma a me piace scoprirne sempre di nuovi: non sono dogmatica e non mi metto ad applicare pedissequamente quello che vi trovo - anche perché non mancano le differenze e le contraddizioni tra l'uno e l'altro - poiché la scrittura non è questo, ma lo considero un utile confronto tra colleghi. Una fonte di spunti da sperimentare, fare miei oppure scartare. Un modo per ritrovare l'ispirazione e il coraggio nei periodi difficili.
Spring is coming... (grazie a Valeria per i fiori! <3 )
In questo senso, la mia ultima lettura, The Art of War for Writers di James Scott Bell (già autore di Plot & Structure e Revision & Self-Editing letti anni fa e uno dei manualisti che mi stanno più simpatici), è stata utile per meditare, per ri-affilare la spada che le battaglie tendono a spuntare e rendere opaca e malconcia, per riflettere o ri-riflettere su svariate questioni, sia di tecnica narrativa sia di sopravvivenza nel torbido mare editoriale. Un libro per professionisti (indipendentemente dal fatto che abbiate pubblicato o meno: è questione di testa) ispirato a The Art of War di Sun Tzu. Un libro che si legge rapidamente, e che vi consiglio, insomma. Un po' di... terapia di sostegno psicologico a portata di mano, e chiunque ami scrivere sa che il sostegno psicologico a volte è davvero indispensabile: questo mestiere porta a tirar fuori parecchi demoni interiori, e se già lottare con quelli è complicato, figuriamoci quando poi ci si mette pure il mondo esterno a cercare di azzopparti e strapparti la spada di mano...

Niente può sostituire la pratica, le ore di scrittura e revisione e ancora scrittura, il sudore, insomma. Ma così come amo scrivere perché amo leggere, allo stesso modo amo i testi sulla scrittura perché amo il mio mestiere, la mia passione. E oggi ho bisogno di rinfocolare quella passione e andare avanti sempre e comunque, nonostante le tante domande e le poche risposte.

martedì 17 gennaio 2017

Un gioco serio - Escher a Milano


Jareth il Re dei Goblin sale e scende scale dalle prospettive impossibili sulle note di Within You. Questo è stato, credo, il mio primo, indiretto incontro con l'arte di Maurits Escher. Poi, certo, tutti conoscono le sue opere più famose, iconiche e sorprendenti, intrecci ed evoluzioni impossibili, angoli dietro i quali si incontrano figure umane che sembrano uscite da un mazzo di tarocchi e animali che forse sono alieni.
Qualche giorno fa sono riuscita finalmente a visitare la mostra dedicata a questo immenso artista ospitata al Palazzo Reale di Milano. Il mio lavoro è un gioco, un gioco molto serio. Questa frase di Escher accoglie i visitatori all'inizio dell'esposizione, riassumendo con immensa semplicità l'essenza stessa dell'arte - la capacità di giocare con la realtà per offrire prospettive nuove, di vedere colori dove tutto è grigio, in una ricerca faticosa dove serietà e leggerezza si intrecciano. Quello che la maggioranza degli italiani - per esempio, quelli che se hai i capelli lunghi e sei un musicista ti dicono "vai a lavorare", e che se dici "scrivo" rispondono "sì ma hai anche un lavoro vero?" - non capirà mai.
E così la mostra di Escher diventa un viaggio, e quelle prospettive assurde rendono molto più interessante la realtà di chi vive solo a tre dimensioni. Tre, che povertà; che noia, diceva lo stesso artista riferendosi alle linee geometriche delle nostre case con i loro precisi angoli retti*. Preferisco vedere i mostri dietro l'angolo, fare un passo e ritrovarmi sul soffitto, chiedermi cosa si cela dietro il sorriso di una strana figura che non mi aspettavo di incontrare. L'artista in fondo inventa angoli dove non ce ne sono, si libera della noia dei "lavori normali" sbirciando dimensioni che filtrano nella nostra senza che la gente se ne accorga. Pone domande a cui lui stesso cerca risposte.
E ci vuole serietà per giocare a questo gioco; occorre giocare - e rischiare, e sfidarsi e sfidare - per vedere davvero l'invisibile.

La mostra è visitabile ancora per una manciata di giorni (fino al 22 gennaio). Vogliatevi bene e approfittatene, se già non l'avete fatto.

* Non ricordo la citazione precisa, lunga e sicuramente più efficacia della mia parafrasi, ascoltata grazie all'audioguida fornita a tutti i visitatori

L'immagine di Relativity di Escher viene da internet. Sito ufficiale dell'artista.

mercoledì 4 gennaio 2017

Oceania - spingersi lontano

Non pensavo che il primo film di cui avrei parlato nel 2017 sarebbe stato un cartone animato della Disney, e invece eccomi sull'onda (è proprio il caso di dirlo) dell'entusiasmo dopo aver visto al cinema Oceania, ambientato nei mari della Polinesia. Il primo film Disney che vedo al cinema da millenni (credo che l'ultimo sia stato Il Re Leone). Un film che mi interessava per le atmosfere e l'ambientazione insolite, e per il fatto di avere tra i personaggi principali il semidio Maui. Un film su cui nutrivo timori perché, be', diciamo che gli ultimi prodotti d'animazione Disney che ho visto non mi hanno particolarmente emozionato (non offendetevi, ma tolta Let it go e l'animazione spettacolare del ghiaccio, Frozen mi ha lasciato proprio pochino: più un sapore da occasione sprecata che altro).

E dunque, Oceania.
Mamma mia che splendore.
Ecco. Punto e basta, basterebbe questo. Ma se volete sapere perché, be', i motivi sono tantissimi. Oceania è un film insolito, sì, ma allo stesso tempo archetipico. Un film dove l'animazione è a livelli eccelsi (guardate i colori del mare, guardate i capelli della protagonista) e le canzoni non ti fanno venire voglia di saltare le scene e strapparti le orecchie (nonostante la resa italiana dei testi inglesi mi abbia convinto fino a un certo punto... è una mia impressione o le traduzioni delle canzoni all'epoca de La bella e la bestia o Aladdin era migliore?). Anzi, alcuni dei brani ti si piantano in mente e wow, li sto già riascoltando.
Oceania mi ha commosso a tratti (sì, commosso) e mi ha fatto ridere, rendendo splendidamente la natura di "trickster" di Maui con tutte le sue sfumature imprevedibili; un po' cialtrone, un po' eroe, egoista e generoso, divino e molto umano insieme*. Ma a conquistarmi è stata anche la protagonista, Vaiana, coraggiosa e ostinata: una ragazza che finalmente, in un mondo dove la caratterizzazione delle adolescenti nei libri che mi capitano per le mani fa mediamente raggelare (perché in fondo la morale che propongono è: conta solo conquistare il figo di turno anche se ti tratta di merda), non ha bisogno di essere definita in rapporto a un uomo o alla conquista di un uomo, che trova se stessa senza bisogno di sacrificarsi per fare la crocerossina - che, in fondo, ha l'evoluzione a tutto tondo che daremmo a un personaggio maschile senza bisogno di SEMBRARE un maschio. Oceania è un film d'avventura che ironizza sulle tipiche protagoniste Disney ma senza cadere nell'umorismo becero. E, ed è stata una gioia per gli occhi e per il cuore, è anche un film sciamanico su tanti livelli: pensiamo alla visione di Vaiana provocata dal suono del tamburo, o alla nonna-spirito guida in forma animale (una manta), tanto per citare solo un paio dei molti elementi possibili. Oceania è un film sugli dèi e sui demoni e su come siano inevitabilmente legati agli uomini - anche quando si nascondono nelle forme delle colline o nelle profondità di una grotta. Sarebbe bello che le persone li sapessero vedere un po' più spesso.
Brava, Disney, stavolta ci hai preso davvero.

*(Non potevano comunque mancare polemiche... mah.)

On air: