mercoledì 17 maggio 2017

Ci vediamo al Salone!

Buongiorno! Maggio ha finalmente portato il sole - e i gelati passeggiando sul lungolago: aaah, Arona, quanto ti voglio bene! Ed è anche ora di un appuntamento annuale per me imperdibile da... accidenti, neanche saprei dire da quanto, perché nei miei ricordi il Salone del Libro di Torino è un "fixed point", parafrasando il Dottor Who. Dalle gite scolastiche durante le quali vagavo a bocca aperta da uno stand all'altro con la voglia di comprare tutto, quando scoprivo più case editrici di quello che mi sarei mai immaginata (sì, era l'epoca pre-internet, pre-Amazon, pre-globalizzazione sfrenata) agli incontri con gli amici lettori, blogger e scrittori degli ultimi anni: come Lucca Comics, il Salone è un'occasione per salutare e abbracciare tutte quelle persone speciali che tengo a ringraziare di persona per l'affetto, il sostegno e la simpatia che mi trasmettono durante tutto l'anno.
Perciò, se volete che vi salti al collo, se vi va di prendere un caffè insieme o se volete dirmi tutto quello che non avete mai osato tirare fuori, mi troverete in giro per i padiglioni sabato 20 maggio, fino al tardo pomeriggio. Al mattino parteciperò come ospite all'incontro organizzato da Gainsworth:


Ore 10.30 – L’OSPITE CHE NESSUNO HA INVITATO (c/o Spazio Incontri)
Quanto fantasy c'è nel fantasy che ci fanno leggere?
Con Aislinn, Luca Tarenzi, Julia Sienna, Ester Trasforini, Diego Tonini, Lorenzo Sartori.
(graditissima la presenza in costume fantasy)

Poi, potrete beccarmi in giro, allo stand Gainsworth (K21) per i saluti e ovunque vorrete... basta che mi scriviate qui o in privato su Facebook per fissare ;-)
Tra i tanti altri incontri, ve ne segnalo in particolare uno da non perdere, sempre sabato, alle 14.30: Gli arcani del Rinascimento italiano – Incontro con l’autore Luca Tarenzi che leggerà i Tarocchi Visconti-Sforza ai primi 10 lettori che lo raggiungeranno allo stand K21 di Gainsworth.

A sabato! Read on :-)

UPDATE: Ringrazio Gabriele che proprio ieri ha pubblicato questa mia intervista sul suo sito La Soglia Oscura!


martedì 9 maggio 2017

Combattere nel fango

Buffe, le coincidenze.
Qualche giorno fa si riaccendeva la polemica legata alle dichiarazioni raggelanti di un'autrice italiana secondo la quale, sostanzialmente, le donne stanno  meglio "male accompagnate che sole". E proprio qualche giorno fa io finivo di leggere The Geek Feminist Revolution, raccolta di saggi brevi e articoli dell'autrice americana Kameron Hurley. Il titolo è esplicito, ma nel libro non si parla solo di "femminismo" o di "donne nerd": il discorso si allarga a comprendere tutte le minoranze virtualmente invisibili attive nel campo della letteratura di genere e, in senso più ampio, nella società tutta. Si parla dell'immagine della donna nei film e nei romanzi fantasy o di fantascienza e di premi letterari recentemente travolti da scandali, di razzismo e di relazioni abusive. Alcuni dei testi contenuti nella raccolta sono inediti, e tutti sono caratterizzati da accesa passione, da riferimenti concreti alle esperienze vissute dall'autrice in prima persona, da un costante appello a non tacere, a far sentire la propria voce, a lottare per i propri obiettivi - che si tratti di diventare scrittori o di raccontare le storie di chi è stato dimenticato dalla Storia.
Non è un libro semplice da digerire: non offre compromessi, non cerca di essere "simpatico", non lascia indifferenti, questo è certo. Ma ve lo consiglio. Un po' perché illuminante, in alcuni dei suoi saggi. Un po' perché è sempre utile, nell'asfittico Paese in cui viviamo, rendersi conto che altrove c'è una scena letteraria viva, vitale, dove anche i generi che ormai qui da noi vendono quanto il ghiaccio al Polo e vengono considerati regolarmente "roba da bambini" (sì, sto parlando del fantasy, ovvio) sono oggetto di discussioni seri, portatori di tematiche attuali e niente affatto disprezzati o sottovalutati. E un po' perché c'è bisogno - un disperato bisogno - di diffondere un semplicissimo concetto: è ora di difendere la realtà che desideriamo.

Perché se vogliamo che si smetta di dire "ma quella è stata stuprata perché aveva la minigonna". Se vogliamo smetterla di sentire frasi che iniziano con "io non sono razzista ma loro..." Se vogliamo che gli adolescenti la smettano di suicidarsi perché gay e presi in giro o picchiati dai compagni. Se vogliamo che si smetta di equiparare le donne a incubatrici buone solo per "donare figli" alla patria. Ecco, se vogliamo tutto questo, allora dobbiamo essere noi, in prima persona, a dichiararlo ad alta voce. A scrivere storie in cui il maschio alfa stalker di turno viene preso a solennissime ginocchiate nelle palle, invece che "guarito" dalla crocerossina di turno che si realizza solo quando si libera dalla "zitellaggine" e capisce che scopare le piace solo quando arriva il suo principe azzurro. A scrivere storie in cui una relazione omosessuale tra due personaggi non ha bisogno di essere sottolineata a furia di gomitate nel fianco del lettore e stereotipi, ma viene considerata per quello che è - una relazione, punto, esattamente come quelle eterosessuali. A scrivere i libri migliori che possiamo scrivere, in definitiva, anche se non finiranno in vetrina.

No, non sono ottimista. Non penso affatto che sia facile o rapido. Non mi illudo che bastino poche righe sul mio misconosciuto blog a smuovere le masse, né che i libri validi là fuori - e ce n'è - domani miracolosamente entreranno in classifica (è già tanto se escono in un centinaio di copie). Ma le poche righe sul mio blog, le storie che voglio scrivere, la voce che posseggo, queste sono le uniche armi di cui dispongo e non ho intenzione di lasciarle ad arrugginire in cantina. Non butteranno giù il maniero dell'Oscuro Signore, ma magari, prima di finire trafitta dalle lance degli orchetti, potrò svellerne una pietra, anche una sola. E se domani qualcun altro farà lo stesso, e dopodomani ancora, prima o poi il fottuto maniero finirà in rovina.
E a demolirlo non saranno guerriere sexy in bikini di metallo e pose provocanti né eroi stereotipati con il testosterone al posto del cervello. Saranno uomini e donne pronti a combattere nel fango, insieme.


mercoledì 19 aprile 2017

Vento di primavera

Ieri Arona sembrava decisa a volersela filare a Oz, sradicata da un vento impetuoso che ha spazzato la città rovesciando vasi, strapazzando persiane e rendendo arduo camminare sul lungolago. Niente pioggia, però: lo stesso sole luminoso e gentile che sfolgora anche in questo momento fuori dalla mia finestra.
L'immagine viene da WeHeartIt
Primavera.
Ho sempre preferito le stagioni di luce: svegliarmi con il sole, vestirmi leggera, trovare fiori colorati che punteggiano gli angoli della città, anziché imbaccuccarmi per ripararmi dalla pioggia di giornate troppo corte. In questo periodo così meditabondo, un  po' di attese un po' di maturazione, un po' di semi che attendono di sbocciare un po' di dubbi, bevo la luce del sole come un nettare. E il vento di ieri, con tutti i disagi che ha portato, mi è tuttavia sembrato amico: portateli via i dubbi, vento, portati via tutte le paure e i rancori, le ferite e la rabbia. Ripulisci l'aria che respiro e gonfia le mie ali.
Ecco, un augurio per questa primavera, un desiderio soffiato via come le delicate piumette di un dente di leone.
Aprile scorrerà via tra impegni e lavori di cui occuparsi; a maggio si vedrà. Vorrei tornare a scrivere; vorrei avere risposte; vorrei iniziare nuovi lavori e progetti e continuare a sfidare il mio corpo. Vorrei riempire le mie giornate di cose belle, soprattutto: concedermi qualche volta di non lavorare nel week end, o di restare a letto fino a tardi; scoprire posti, camminare, andare.
Mi tengo stretta la luce e prego gli dèi.

Intanto, però, primavera è anche Pasqua, ed esperimenti culinari. Questa torta alle fragole, per esempio: buonissima, leggera e facile, ve la consiglio ;-) Spero di rifarla presto, anche perché stavolta è stata spazzata via prima di fotografarla... L'aspetto non è quello che vedete nelle foto al link della ricetta, comunque: la crema di fragole è rossa come si deve!
Dall'impasto al forno... al piatto ^_^
Avendo poi delle mandorle in casa ho deciso di sperimentare una variante di cookies, i biscotti burrosi all'americana. Ho preso gli ingredienti e le dosi per la base dalla ricetta dei chocolate chip, i cookies con le gocce di cioccolato, dal libro Biscotti e dolcetti di Carla Bardi, mia personale miniera di ricette buonissime, che assolutamente vi consiglio (grazie Sam che me l'hai regalato tanti anni fa! <3 ) Poi però ho variato andando a gusto personale e aromatizzandoli con mandorle a pezzetti, cannella e scaglie di cioccolato fondente. Il risultato: irresistibile, dolce e croccante. Se non avete il libro, potete cercare una classica ricetta per cookies on line e poi aggiungere all'impasto mandorle, cioccolato fondente a gocce o scaglie e cannella a piacere. Sono biscotti velocissimi da fare perché non c'è bisogno di stendere l'impasto e ritagliarlo con i tagliabiscotti, basta fare delle palline e una volta in forno si scioglieranno assumendo la tipica forma rotondeggiante e un po' grezza dei cookies.
E adesso basta dolci che è meglio...
A presto!

mercoledì 29 marzo 2017

Taste of India

Oggi mi trasformo in "food blogger"... no, mi viene da ridere solo a scriverlo. Diciamo che oggi vi racconto un esperimento culinario, e chissà che non vi stuzzichi.
Amo la cucina etnica - giapponese, cinese, indiano, eritreo... ditene una e se non l'ho provata la proverò (basta che non ci infiliate insetti di mezzo, ecco. Lì metto un paletto.)
Anyway, anche su richiesta dei miei assaggiatori di fiducia ho voluto provare a preparare l'halwa di carote, un dolce indiano che spesso gustiamo in un ristorante della mia zona. Problema: on line, se provate a cercare, si trovano mille ricette tutte abbastanza diverse tra loro per dosi e ingredienti. Pertanto, ho usato questa come base, con una spruzzatina di questa, e sono andata a istinto, adattando il procedimento a mio/nostro gusto. Per esempio, nella ricetta classica ci vogliono anche le uvette, ma siccome qui non piacciono a nessuno le ho eliminate senza pentimenti.
Se volete tentare l'impresa (non difficile, solo un po' lunghetta in quanto a tempi) ecco quello che ho fatto io, altrimenti scegliete una delle ricette che vi ho linkato o cercate anche voi on line la versione che vi piace di più!

Ingredienti:
500 gr di carote lavate e sbucciate
500 ml di latte
200 gr di zucchero
1 gr di cardamomo
15 gr di anacardi non salati
15 gr di pistacchi non salati + altri per guarnire
15 gr di mandorle + altre per guarnire
un pochino di burro

Procedimento:
Grattugiate con santa pazienza le carote, schiaffatele in pentola antiaderente con il latte, lo zucchero e il cardamomo (se avete il pestello tritatelo un po') e cuocete. Mescolando. Mescolando. Mescolando. Finché tutto il latte si è asciugato (calcolate tra la mezz'ora e l'ora, a seconda della fiamma). A quel punto, mettete da parte la pentola e tritate la frutta secca (fine o grossolana, a preferenza), tostatela in padella con un po' di burro e aggiungetela al composto di carote mescolando bene e cuocendo ancora un po'.
Distribuite in stampini di budino o in ciotoline, fate raffreddare e prima di servire decorate a piacere con pistacchi e/o mandorle tritate.
Avviso: è un dolce parecchio dolce, ergo consiglio porzioni contenute. Nel caso tenetene da parte per il bis!

On air:
Ovviamente Taste of India degli Aerosmith :-)

lunedì 27 marzo 2017

Irish girl

Se mi chiedete quali sono le mie città preferite al mondo, tra quelle che ho visitato, ovviamente, vi risponderò senza alcun dubbio Edimburgo (anzi, Edinburgh) per... tutto quanto, e Amsterdam, per la libertà che qui ci sogniamo su tutti i livelli. La Scozia è la terra che più mi affascina, ruvida e bellissima, e le Orcadi il luogo dove comprerei una casetta, se potessi, per farci ogni tanto un ritiro spirituale. Eppure, sono più una ragazza irlandese.
In comune, Scozia e Irlanda hanno quel meraviglioso clima da "four seasons in a day", come hanno detto i proprietari del graziosissimo bed & breakfast dove sono stata da poco, sperduto nella campagna nordirlandese, una grande casa in delizioso stile britannico dove ci hanno coccolato tra stanze graziosissime (ciascuna con il nome di un personaggio della mitologia irlandese) e colazioni abbondanti ed eccellenti. Pioggia, sole, cinque minuti di grandine, sole con un vento da portarti via, pioggerellina e ancora sole: questi i giorni irlandesi che ho passato sotto l'Equinozio. E, quanto meno in questo periodo, anche il mio umore funziona così: una - sfibrante - alternanza di tranquillità, ansia, preoccupazioni, ottimismo, depressione, pensieri fuori controllo che si inerpicano lungo i peggiori scenari possibili, immaginando dialoghi e tocchi e scene peggio che nei miei libri. Non sono molto brava a fingere calma, perciò è facile che dal mio viso nubi, tempeste e raggi di sole trapelino (evidenti, anche se sono solo la punta dell'iceberg!)
Certo, il clima mutevole è tanto irlandese quanto scozzese. La storia di queste due terre è molto complessa e non pretendo certo di riassumerla in poche righe di blog, né di coprire interamente la vastità delle vicende, lo spirito di questi popoli, i secoli - i millenni - che hanno condotto alla Scozia e all'Irlanda (Eire e Irlanda del Nord) moderne; quindi, per favore, non venitemi a dire "ma in realtà", "ma però", "ma invece", quando leggerete le prossime righe. Non sto scrivendo un post di storia, sociologia, politica o altro; sto appuntando su virtuale carta le mie personali impressioni e niente di più; ciò che lo spirito di quelle terre mi trasmette.
Quando sono in Scozia, percepisco la fierezza e l'orgoglio, miste alle risate di corpo e alle pacche sulle spalle mentre ti viene offerta una rossa doppio malto con cui buttar giù lo stufato. Un po' di autoironia e una litigiosità bonaria, se ha senso questo ossimoro; il calore di un camino dove accogliere i viandanti e la spada appesa al muro ma a portata di mano, ché non si sa mai. Le fate, qui, sono quelle casiniste di Fate a New York di Martin Millar, per intenderci. I mostri sono quelli giganteschi che si fa a gara per affermare di avere visto.
Un saluto dalla campagna nei dintorni di Belfast
In Irlanda, pioggia e sole bagnano una terra intrisa di malinconia e musica struggente. Certo, una Guinness non si nega ad alcun pellegrino, e il buon cibo, e un posto davanti al fuoco; e non mancano i guerrieri, anche se forse un po' stanchi; solo che la loro stanchezza è un silenzio un po' serioso che balena a tratti, mentre quella dei guerrieri scozzesi la si nasconde perché no, siamo sempre guerrieri, cazzo. Lo spirito irlandese conosce dolcezze, e le sue fate hanno i tratti eterei e delicati - ma anche letali, a volte - di quelle disegnate ad acquerello da Alan Lee, e non serve vantarsi di averle viste, perché se succede te lo si legge nelle linee che ti incidono la pelle intorno agli occhi.
Per questo dico di essere irlandese, più che scozzese, per quanto Edimburgo sarà sempre una delle mie mete predilette un gradino sopra Dublino; perché tra uno sbalzo vertiginoso da pioggia a sole a grandine a vento e una buona birra - rossa o scura, mi vanno bene tutte - mi ritirerò in silenzio, a cercare  nel fuoco del camino risposte che  non riesco a leggere. Le mie divinità mi abbracciano e mi mettono la spada in mano, mi trascinano in un ballo e mi azzannano. E se ci sarà musica canterò, e sarà di desideri e di storie, di ferite che ogni tanto riprendono a sanguinare e sì, anche di gioia di vivere e danzare. E non riesco a guardare al futuro senza pensare al passato, e temo e spero, e non trovo l'equilibrio tra questa terra e quella al di là del velo, tra il coraggio e la paura, tra ciò che sono e ciò che vorrei essere.

mercoledì 22 marzo 2017

Letture: La strada - La promessa

Ci sono libri che lasciano in bocca un sapore amaro - di cenere e sangue, di terra bruciata e di dolore. Non sono letture facili, ma non me ne sono mai pentita: sono quei libri che mostrano aspetti oscuri e spietati dell'animo umano, che svelano quello che c'è sotto la patina di civiltà sottile come una pelle che ci portiamo addosso. Mi vengono in mente Il Signore delle mosche di William Golding o Profumo di Patrick Süskind, libri letti molti anni fa ma mai dimenticati, e che ancora, a ripensarci, evocano sensazioni vividissime.
Entrambi i libri che vi segnalo oggi, letti per caso a poca distanza l'uno dall'altro, rientrano nella medesima categoria. Sono libri molto diversi, sia per stile sia per cadenza, ma entrambi li consiglio caldamente... stavo per scrivere "agli stomaci forti", ma evocherei immagini sbagliate. Diciamo che ve li consiglio se non temete di affrontare letture dure come diamanti e sporche come carbone.

La promessa di Friedrich Dürrenmatt è "Un requiem per il romanzo giallo", dice il sottotitolo. Una storia che ha per protagonista un detective eccezionale, ossessionato dalla promessa fatta alla madre di una bambina uccisa barbaramente in un bosco svizzero: trovare l'assassino, a costo della sua anima. E l'anima la perderà, il detective - non è uno spoiler: lo si sa fin dalla sua prima apparizione. Perché la genialità, l'intuizione, i piani visionari, la tenacia a volte portano al trionfo, a volte si scontrano con banalità grandi come sassolini ma capace di inceppare i meccanismi più complessi: la volontà non basta sempre a sconfiggere il caso. Non vi dico di più: il romanzo è breve, si legge velocemente, ma non si fa dimenticare con facilità.

Breve lo è anche La strada di Cormac McCarthy, e personalmente l'ho trovato ancora più indimenticabile. Bastano poche righe per ritrovarsi immersi in un mondo aspro e decaduto, dove gli uomini sono cannibali o sopravvivono racimolando gli ultimi rimasugli di cibo e oggetti utili da paesaggi e città decadute, dove la natura è morta e sterile, dove non esistono più colori e tutto è grigio a parte il sangue. L'unica luce, l'unico obiettivo del protagonista è proteggere il figlio, in una lotta per la sopravvivenza che può guardare solo al presente, perché il futuro potrebbe svanire da un istante all'altro. Tutto in questo libro è permeato da una forza inimmaginabile: i dialoghi scarni, i dettagli scelti alla perfezione, l'atmosfera minimale e intensa allo stesso tempo. Una storia di frammenti nudi che si piantano nel cuore e nella mente. Consigliato, se siete disposti a immergervi nel futuro sporco dell'umanità.


mercoledì 22 febbraio 2017

Nel mezzo del cammino...


... Ci si rende conto, a volte, di aver proseguito sempre e comunque, anche quando ci si ritrovava tra i rovi a piedi nudi, anche quando si perdevano i compagni di viaggio, anche quando il bagaglio sulle spalle era troppo pesante, seguendo il bagliore di una stella, in cielo, che non era affatto una stella, ma la luce dell'aereo di qualcun altro. Poi l'aereo svanisce in lontananza, e il cielo rimane nero.
Forse allora bisogna guardare la terra, il qui e ora, invece di mondi distanti che neanche esistono. Il qui e ora è pieno di affetto, pieno di dolcezze, pieno di fortune. Non mi dispiacerebbe, però, avere comunque la luce di una stella a guidarmi. Non voglio restare ferma - ho già troppo spesso la sensazione di arrancare, di restare indietro quando le persone intorno a me guardano oltre, vanno oltre, trovano altro, scoprono altro, incontrano altri - ma ho bisogno di qualche momento per ricalcolare la rotta, forse. Ho un nido in cui riposare, nel frattempo, ed è più di quanto abbia mai avuto in passato.

Perciò oggi che gli anni sono diventati 35, e quanto sembra enorme questa cifra... oggi ripenso a una bambina impacciata, piena di slanci costantemente bacchettati perché goffi o inappropriati o ridicoli, piena di fantasie perennemente frenate o da una presa in giro o da un'urlata da una sberla più o meno reale e più o meno metaforica, la bambina che vedeva le fate e ancora le cerca, la bambina che amava i gesti romantici che non sono più di moda e le casette con i mobili di legno e mura spesse che tenessero lontano tutto quello che non andava, dove vivere per sempre felici e contenti con qualcuno che le avrebbe sempre e solo detto quant'era speciale, la bambina circondata da uomini che, a vario titolo, l'hanno fatta sentire sbagliata, diversa, troppo grassa, troppo debole, troppo stupida, troppo molesta, troppo ingombrante, mai giusta, mai abbastanza, la bambina che a ogni sbaglio che commetteva, a ogni rimprovero o mortificazione veniva fatto capire che era l'ennesimo strike, che aveva perso altri punti, che presto la gente si sarebbe stufata di sopportare la sua inadeguatezza, i suoi continui errori, il suo essere sostanzialmente sbagliata e incapace, e quindi doveva faticare il doppio per rimediare o i punti si sarebbero esauriti del tutto e sarebbe rimasta sola, sola e basta, sola a guardare come tutti gli altri invece abbastanza lo erano, e non avevano neanche bisogno che qualcuno lo dicesse. Dobbiamo fare due chiacchiere, io e quella bambina. Devo levarle dalla testa quelle parole odiose, il mai abbastanza. Devo restituirle un po' di polvere di fata, e cullarla sotto un baldacchino di foglie finché si addormenterà guardando nuove stelle, stelle vere. E si sveglierà riposata e avrà di nuovo voglia di giocare con le fate.
Adesso, però, c'è bisogno di riposo.

Grazie a tutte le meravigliose persone che mi hanno mandato auguri, pensieri, abbracci, regali. Love you, always.



giovedì 16 febbraio 2017

Keep learning

Negli ultimi mesi "imparare" sembra diventato il leit motiv della mia vita. Impara a tenerti del tempo per te e difendere almeno un giorno di riposo alla settimana (ahahahahah... sto ancora imparando, appunto. Se avessi già imparato, magari aggiornerei il blog più spesso). Impara ad affrontare storie diverse dal solito, sfida le tue sicurezze (e così ho tremila romanzi in mente, di generi molto diversi tra loro). (Re-)impara a scrivere fregandotene delle attese e dell'ansia (ok, qui sono ancora in alto mare). Continua a imparare, sempre: cresci come scrittrice, cresci come traduttrice (e ogni romanzo tradotto è una sfida ma è anche un passo avanti), cresci come insegnante di scrittura - e anche qui, nulla come la pratica e il confronto con i miei meravigliosi studenti aiuta a imparare, sempre e comunque, qualcosa di nuovo ogni giorno. Finché ti accorgi che le conoscenze, le esperienze, le tecniche apprese sono davvero diventate parte di te e riemergono naturalmente al momento giusto, un po' per istinto, un po' per pratica, un po' per intuito.

Siamo tutti apprendisti in un’arte di cui nessuno diventa mai maestro, diceva il buon Ernest Hemingway (a cui dobbiamo anche un'altra perla di saggezza: la prima stesura di qualsiasi cosa è merda). E così a ogni pagina scritta si impara qualcosa, da ogni libro letto si impara qualcosa, da ogni manuale di scrittura si ricava qualcosa, anche quando ormai il 90% di quello che ci si trova lo hai già letto e imparato in tutti gli altri manuali letti prima. Ma a me piace scoprirne sempre di nuovi: non sono dogmatica e non mi metto ad applicare pedissequamente quello che vi trovo - anche perché non mancano le differenze e le contraddizioni tra l'uno e l'altro - poiché la scrittura non è questo, ma lo considero un utile confronto tra colleghi. Una fonte di spunti da sperimentare, fare miei oppure scartare. Un modo per ritrovare l'ispirazione e il coraggio nei periodi difficili.
Spring is coming... (grazie a Valeria per i fiori! <3 )
In questo senso, la mia ultima lettura, The Art of War for Writers di James Scott Bell (già autore di Plot & Structure e Revision & Self-Editing letti anni fa e uno dei manualisti che mi stanno più simpatici), è stata utile per meditare, per ri-affilare la spada che le battaglie tendono a spuntare e rendere opaca e malconcia, per riflettere o ri-riflettere su svariate questioni, sia di tecnica narrativa sia di sopravvivenza nel torbido mare editoriale. Un libro per professionisti (indipendentemente dal fatto che abbiate pubblicato o meno: è questione di testa) ispirato a The Art of War di Sun Tzu. Un libro che si legge rapidamente, e che vi consiglio, insomma. Un po' di... terapia di sostegno psicologico a portata di mano, e chiunque ami scrivere sa che il sostegno psicologico a volte è davvero indispensabile: questo mestiere porta a tirar fuori parecchi demoni interiori, e se già lottare con quelli è complicato, figuriamoci quando poi ci si mette pure il mondo esterno a cercare di azzopparti e strapparti la spada di mano...

Niente può sostituire la pratica, le ore di scrittura e revisione e ancora scrittura, il sudore, insomma. Ma così come amo scrivere perché amo leggere, allo stesso modo amo i testi sulla scrittura perché amo il mio mestiere, la mia passione. E oggi ho bisogno di rinfocolare quella passione e andare avanti sempre e comunque, nonostante le tante domande e le poche risposte.

martedì 17 gennaio 2017

Un gioco serio - Escher a Milano


Jareth il Re dei Goblin sale e scende scale dalle prospettive impossibili sulle note di Within You. Questo è stato, credo, il mio primo, indiretto incontro con l'arte di Maurits Escher. Poi, certo, tutti conoscono le sue opere più famose, iconiche e sorprendenti, intrecci ed evoluzioni impossibili, angoli dietro i quali si incontrano figure umane che sembrano uscite da un mazzo di tarocchi e animali che forse sono alieni.
Qualche giorno fa sono riuscita finalmente a visitare la mostra dedicata a questo immenso artista ospitata al Palazzo Reale di Milano. Il mio lavoro è un gioco, un gioco molto serio. Questa frase di Escher accoglie i visitatori all'inizio dell'esposizione, riassumendo con immensa semplicità l'essenza stessa dell'arte - la capacità di giocare con la realtà per offrire prospettive nuove, di vedere colori dove tutto è grigio, in una ricerca faticosa dove serietà e leggerezza si intrecciano. Quello che la maggioranza degli italiani - per esempio, quelli che se hai i capelli lunghi e sei un musicista ti dicono "vai a lavorare", e che se dici "scrivo" rispondono "sì ma hai anche un lavoro vero?" - non capirà mai.
E così la mostra di Escher diventa un viaggio, e quelle prospettive assurde rendono molto più interessante la realtà di chi vive solo a tre dimensioni. Tre, che povertà; che noia, diceva lo stesso artista riferendosi alle linee geometriche delle nostre case con i loro precisi angoli retti*. Preferisco vedere i mostri dietro l'angolo, fare un passo e ritrovarmi sul soffitto, chiedermi cosa si cela dietro il sorriso di una strana figura che non mi aspettavo di incontrare. L'artista in fondo inventa angoli dove non ce ne sono, si libera della noia dei "lavori normali" sbirciando dimensioni che filtrano nella nostra senza che la gente se ne accorga. Pone domande a cui lui stesso cerca risposte.
E ci vuole serietà per giocare a questo gioco; occorre giocare - e rischiare, e sfidarsi e sfidare - per vedere davvero l'invisibile.

La mostra è visitabile ancora per una manciata di giorni (fino al 22 gennaio). Vogliatevi bene e approfittatene, se già non l'avete fatto.

* Non ricordo la citazione precisa, lunga e sicuramente più efficacia della mia parafrasi, ascoltata grazie all'audioguida fornita a tutti i visitatori

L'immagine di Relativity di Escher viene da internet. Sito ufficiale dell'artista.

mercoledì 4 gennaio 2017

Oceania - spingersi lontano

Non pensavo che il primo film di cui avrei parlato nel 2017 sarebbe stato un cartone animato della Disney, e invece eccomi sull'onda (è proprio il caso di dirlo) dell'entusiasmo dopo aver visto al cinema Oceania, ambientato nei mari della Polinesia. Il primo film Disney che vedo al cinema da millenni (credo che l'ultimo sia stato Il Re Leone). Un film che mi interessava per le atmosfere e l'ambientazione insolite, e per il fatto di avere tra i personaggi principali il semidio Maui. Un film su cui nutrivo timori perché, be', diciamo che gli ultimi prodotti d'animazione Disney che ho visto non mi hanno particolarmente emozionato (non offendetevi, ma tolta Let it go e l'animazione spettacolare del ghiaccio, Frozen mi ha lasciato proprio pochino: più un sapore da occasione sprecata che altro).

E dunque, Oceania.
Mamma mia che splendore.
Ecco. Punto e basta, basterebbe questo. Ma se volete sapere perché, be', i motivi sono tantissimi. Oceania è un film insolito, sì, ma allo stesso tempo archetipico. Un film dove l'animazione è a livelli eccelsi (guardate i colori del mare, guardate i capelli della protagonista) e le canzoni non ti fanno venire voglia di saltare le scene e strapparti le orecchie (nonostante la resa italiana dei testi inglesi mi abbia convinto fino a un certo punto... è una mia impressione o le traduzioni delle canzoni all'epoca de La bella e la bestia o Aladdin era migliore?). Anzi, alcuni dei brani ti si piantano in mente e wow, li sto già riascoltando.
Oceania mi ha commosso a tratti (sì, commosso) e mi ha fatto ridere, rendendo splendidamente la natura di "trickster" di Maui con tutte le sue sfumature imprevedibili; un po' cialtrone, un po' eroe, egoista e generoso, divino e molto umano insieme*. Ma a conquistarmi è stata anche la protagonista, Vaiana, coraggiosa e ostinata: una ragazza che finalmente, in un mondo dove la caratterizzazione delle adolescenti nei libri che mi capitano per le mani fa mediamente raggelare (perché in fondo la morale che propongono è: conta solo conquistare il figo di turno anche se ti tratta di merda), non ha bisogno di essere definita in rapporto a un uomo o alla conquista di un uomo, che trova se stessa senza bisogno di sacrificarsi per fare la crocerossina - che, in fondo, ha l'evoluzione a tutto tondo che daremmo a un personaggio maschile senza bisogno di SEMBRARE un maschio. Oceania è un film d'avventura che ironizza sulle tipiche protagoniste Disney ma senza cadere nell'umorismo becero. E, ed è stata una gioia per gli occhi e per il cuore, è anche un film sciamanico su tanti livelli: pensiamo alla visione di Vaiana provocata dal suono del tamburo, o alla nonna-spirito guida in forma animale (una manta), tanto per citare solo un paio dei molti elementi possibili. Oceania è un film sugli dèi e sui demoni e su come siano inevitabilmente legati agli uomini - anche quando si nascondono nelle forme delle colline o nelle profondità di una grotta. Sarebbe bello che le persone li sapessero vedere un po' più spesso.
Brava, Disney, stavolta ci hai preso davvero.

*(Non potevano comunque mancare polemiche... mah.)

On air:

martedì 3 gennaio 2017

Dimmi cosa cerchi e ti dirò WHAT THE FUCK??? - 34

Eccoci con il primo appuntamento del 2017 con le chiavi di ricerca più assurde che portano gli internauti fino al mio angolino virtuale.
Nulla da stupirsi che ci si chieda gli artisti sono depressi e perchè gli artisti sono depressi, considerando ciò che si vede in giro - e la strage di musicisti e attori nel 2016. Io mi deprimerei anche a leggere mi puoi fare vedere la foto di giocher (sic, la suicide squad non ha bisogno anche di questo). Fossi in giocher mi preoccuperei anche di la stalker pazza...

Sì, c'è da preoccuparsi
Mi fa piacere che qualcuno ogni tanto arrivi qui anche per qualcosa che con il blog c'entra (angelize aislinn cast, grazie da parte di tutti i miei ragazzi). E vorrei stringere la mano anche a chi ha cercato scontro tra le divinità primordiali fantasy: l'epicità è alle stelle.. In generale sono comunque tanti i riferimenti a libri, film o musica che vi portano qui. Magari non sempre comprensibilissime o corrette (significaato del tatuaggio del telefilm tenn wolf) o un po' inquietanti (casa degli apocalyptica, ma spero non si trattasse anche in questo caso di stalkeraggio, bensì solo di curiosità sul set del video di I don't care). E mi chiedo a cosa si riferisca di quale film la rappresentazione di aquila infuocata. A me viene in mente solo il corvo infuocato de, appunto, Il corvo, ma voi che dite? Da un animale all'altro, mi lascia perplessa la criptica nomi occhioni lupo. Mah.

In questi mesi d'altronde siete stati particolarmente romantici (fb frasi x mio lui in inglese always, anche se non riesco a non immaginarlo detto con la voce di Maccio Capatonda, oppure se il primo pensiero che al mattino mi sveglia... anche se mi manca la conclusione, se... cosa?) Qualcuno, poi, si è un po' depresso: non so fare le cose. Suvvia, non  buttarti giù. Hai tutto un  nuovo anno per imparare.

In fondo, la famiglia e tutto. Anche quando si cerca moms incastrata mano nel letto porno (minuto di silenzio agghiacciato). D'altronde cosa vi aspettate di trovare su yuoporno...

Alla prossima!

domenica 1 gennaio 2017

Blessed be

Il 2016 se ne va con un bel carico di astio da parte di tanti - per gli eventi internazionali, per l'addio a tanti amatissimi personaggi dello spettacolo, per problemi personali. E indubbiamente non si può negare che, per quanto riguarda i primi due punti, si sia trattato di un anno difficile.
Tuttavia, non è con astio né insofferenza che saluto questo 2016. Sì, è stato un anno faticoso, per me: troppi week end passati a lavorare, tante giornate troppo lunghe e con troppo poche ore di sonno. Eppure è stato anche un anno pieno di bellezza: il primo vissuto dal primo all'ultimo giorno ad Arona, tra cielo e lago. Un anno per visitare città magiche e rivederne altre che porto nel cuore. Un anno in cui ho gettato semi che spero diano frutto presto. Un anno pieno di progetti per il futuro. Un anno in cui, be', ho salutato undici chili che non intendo mai più rivedere e in cui ho scavato dentro la mente e i ricordi, e un anno in cui ho iniziato a fare aikido e spada medievale. Un anno di esperimenti in cucina e di nuove idee per storie future da raccontare, di tanti tipi diverse.

Un anno di dolcezza, un anno d'amore. In queste ultime settimane, soprattutto, mi sento sommergere d'amore e dolcezza, e come potrei quindi lamentarmi? Sì, certo, si pensa sempre alle cose che ancora inseguiamo, a ciò che ancora vogliamo conquistare, a quello che ancora desideriamo costruire; ma non è per ingratitudine, non è essere incontentabili. Ecco, il 2016 è un anno a cui sono grata: per tutte le cose belle, per le lezioni imparate, per le persone che ho accanto. Non recriminerò sui "però" e sui "ancora non posso, ancora non riesco, ancora non ho": sorrido e abbraccio tutto quello che è importante, che c'è, che mi scalda. Sorrido e penso al sorriso che ha riempito d'amore la mia prima mattina del 2017.

E perciò sì, ho i miei buoni propositi. Prendermi più cura di me: dormire di più, tenere del tempo per me senza lasciare che il lavoro se lo mangi tutto. Sorridere di più: la luce di un sorriso per scacciare la malinconia (e un colpo di spada per farle capire meglio il concetto, se serve!) Scrivere: riallacciare i rapporti con questa parte di me con cui ho tanto litigato nel 2016; dopo aver concluso un romanzo nuovo questo autunno, è ora di mettersi al lavoro su tutte quelle nuove storie che voglio raccontare. Perdere meno tempo, ma sapendo che quello del riposo non è tempo perso. Viaggiare, scoprire, gioire. Fare magia e parlare agli dèi.
Lasciare che l'amore vinca le paure.

Ma oltre a tutto questo, prima di tutto questo, nel 2017 voglio tenere stretti tutto l'amore e la bellezza che mi circondano e non smettere mai di essere grata per essi.

On air:
Avril Lavigne, Innocence


L'immagine viene da qui.