venerdì 29 luglio 2016

Ghostbusters 2016 - l'occasione mancata


VIA IL DENTE VIA IL DOLORE.
Magari a voi Ghostbusters 2016 piacerà un casino. E questo è uno sfogo a caldo, appena rientrata dal cinema.
Ma.
Premettendo che, vi giuro, per quanto io veneri l'originale, il film che volevo vedere stasera non era la fotocopia dell'originale. Non mi interessa fare il paragone.
Quello che volevo vedere era solo un bel film. O, quanto meno, un film dignitoso.
Quello che ho visto non lo è.
Ho visto un film in cui un terzo delle "battute" è "cacca pipì". Roba che al cinema mi vergognavo per lo sceneggiatore, altro che ridere.
Ho visto un film in cui i personaggi non hanno un briciolo di coerenza nella caratterizzazione (parlo di te, Erin).
Ho visto una commediola sciocca costruita a misura di imbecille (della serie "ripetiamo tre o quattro volte le cose così anche lo spettatore più idiota le capisce), infarcita di cose già viste e straviste (il salvataggio finale di Abbie, tanto per dirne una).
Ho visto un film senza EPICA. Dove i palazzi distrutti tornano magicamente interi alla fine, tanto per fare un esempio, mica che turbiamo qualcuno con questi fantasmi cattivoni. Un film dove non c'è mai un vero senso di pericolo. QUESTA è la differenza tra l'originale e il reboot: Ghostbusters di una volta era un urban fantasy ironico, questo è una commedia che non fa ridere (come si dice più o meno anche qui).

Ho visto, soprattutto, un film che NON VOGLIO mi rappresenti come donna. Oh, sì. Perché non me ne frega niente se a salvare New York (da una minaccia ridicola, perpetrata da un cattivo insulso) sono quattro ragazze: se tre su quattro di loro si comportano per lo più da decerebrate, allora no, non state facendo un favore alle ragazze e alle donne che amano l'azione, il fantasy, la fantascienza, l'horror. Se il modo in cui riuscite ad affrontare il tema "donne e azione" è mettere in ridicolo gli stereotipi femminili (Erin che si comporta come una quindicenne cretina perché vede un bel ragazzo? Certo, un bel sospirone davanti a Thor lo farebbe chiunque, ma poi, cara, raccogli le mutande da terra e un po' di dignità, santo cielo!), non saranno le (insistite e dopo un po' anche CHEPPALLE) battute sul tema "le donne non possono acchiappare fantasmi? Ve la facciamo vedere" a dimostrare quanto siete per la parità.
E questo, specifico, non cambia il pensiero che avevo espresso in questo post. Io le VOGLIO le donne toste nei film fantasy/horror ecc, e non voglio un'industria culturale che pensa che io debba solo guardare film romantici.

Di tutto il film si salvano, IMHO:
- Holtzman, la bionda ingegnera che è stata l'unico, l'UNICO personaggio a dare un minimo di epicità nella battaglia finale (sì, quando lecca la pistola: a lei credo, se vuole fare il culo ai fantasmi), l'unico personaggio con un briciolo di personalità, l'unico personaggio davvero simpatico.
- un paio di idee carine negli aggeggi scientifici e qualche strizzata d'occhio azzeccata (per esempio quella alla sede originale)
- ...
Non mi viene in mente altro.

...

Fino a quanto detto sopra, si tratta del post scritto ieri sera a caldo appena uscita dal cinema. Magari un po' sbollirò con il tempo. Magari, ed è il dubbio atroce che circola da ieri leggendo invece i pareri di chi ha guardato il film in inglese, parte della colpa sarà di un adattamento che ha devastato i dialoghi originali: non lo posso ancora sapere, ma attendo il parere di persone fidate che presto lo vedranno in inglese. Certo è che, se così fosse: 1- ci sarebbe doppiamente da incazzarsi, e 2- questo non cambia la presenza di un antagonista insulso, di scene prevedibili o sciocche, di espedienti come i palazzi tornati magicamente interi (quanto mi sono rimasti sul gozzo, accidenti) che annullano tutta la serietà di un'opera di genere fantastico (capite perché la prendo sul personale). Perfino i cameo degli attori originali funzionano sì-e-no; funziona l'apparizione, ma, per esempio, l'unico che ha una parte un filo più lunga, Bill Murray, viene buttato in mezzo e ri-buttato fuori un po' ad cazzum, senza minimamente sfruttare la potenzialità del tipo di personaggio che interpreta: non è un elemento della storia, è solo una mestolata d'acqua schiaffata nel brodo per allungarlo.

Ma se devo pensare alle donne nel fantastico, per favore, la prossima volta ridatemi Ellen Ripley. Datemi Furiosa, accidenti. Datemi un film come Babadook, che sì dimostra quanto le donne sappiano scrivere horror o fantastico in genere. Datemi un film dove le donne protagoniste si facciano rispettare davvero.

martedì 26 luglio 2016

Adulthood is an (overrated) myth


Qualche giorno fa mi è capitata sotto gli occhi su Facebook la figura rosa che vedete qui accanto. Immaginate musichetta d'atmosfera, sguardo che si solleva verso sinistra (stile JD di Scrubs, per intenderci), e viale delle rimembranze...

Quand'ero piccola, avere trent'anni significava essere inevitabilmente adulti e sistemati: casa lavoro moglie/marito e probabilmente anche figli. Superati i diciotto, si è verificato uno strano fenomeno: la linea del tempo, che fino a quel momento mi pareva in salita - un'ascesa verso il futuro - si inclinò e cominciò a puntare verso il basso - una vertiginosa discesa inarrestabile verso l'età adulta. Una strada costellata di "dovrei" e aspettative prefissate: dovrei comportarmi da adulta, dovrei avere un lavoro, dovrei avere un'aria più seria, ecco, guarda quella mia ex compagna di liceo, e quell'altra, e quell'altra, in tailleur e con passeggino...
E io, invece, a comprare magliette strambe e dipingermi le unghie di nero. A dichiarare figli no grazie, so a malapena badare a me stessa, figuriamoci a un esserino che sbava. E più i venti si avvicinavano ai trenta, più mi accorgevo che... be', a me continuavano a piacere le magliette strambe e i concerti metal e figli no grazie ecc ecc.
"Ma poi cambierai", mi dicevano. "Guarda che poi è troppo tardi", minacciavano.
E io lavoricchiavo da precaria, passavo le giornate a scrivere, non sapevo cucinare. Gli adulti erano altri, mia madre, mio padre, quella santa donna della mia ex suocera... i coetanei che avevano messo la testa posto e non ricevevano occhiate perplesse da chi diceva invece a me "certo che sei strana".

Poi la vita "mi ha messo nelle condizioni di/ho scelto di" ribaltare tutto quanto. Nuova esistenza, prima con la mia sorellona elettiva come coinquilina, poi da sola. A pensare in prima persona a pagare l'affitto e cercare lavoro e capire che un posto a caso da commessa non me l'avrebbe dato nessuno perché ero già "vecchia", e quindi tanto valeva investire nel "giro largo" e tentare la follia di costruirmi il lavoro che volevo io. Tutto questo... vestendo magliette strane e dipingendomi le unghie di nero e facendo nottata sveglia a scrivere ecc ecc.
Skip forward: mi scopro adulta. Non solo anagraficamente, ma anche perché, in fondo, lavoro, pago le tasse, decido io a che ora mangiare o dormire o come vestirmi, insomma, tutto quanto il pacchetto.
Solo che non mi sento adulta più di quanto mi ci sentissi prima.
Perché vestiti, unghie eccetera sono sempre quelli, anzi, adesso mescolo magari tre colori di smalto diversi e la gente mi guarda perplessa uguale. Non ho un tailleur elegante, o forse uno sì perché me l'ha regalato mia madre ma non l'ho mai messo in vita mia, "figli no grazie" eccetera, non sembro una trentaquattrenne come quelli che vedevo vent'anni fa.
Però mi diverto, accidenti.
Un po' saranno le scelte che ho fatto, completamente e radicalmente diverse dal quadretto che i genitori pensavano per la generazione nata negli anni Settanta o Ottanta. Un po' lo spirito che sempre più mi scopro - il tempo è poco, quel che c'è va goduto, per riassumere: la vita vera è fatta dei momenti che ti emozionano, non dei giorni in cui lavoro dodici ore di fila - e l'orrore che mi ha sempre fatto l'idea che a un certo punto qualcosa nel mio cervello saltasse e mi ritrovassi a essere "seria e seriosa", a parlare solo di parrucchiere e di quello che "sta bene" o meno fare. Un po', e facciamocelo questo bagno di umiltà... So che non è una sensazione solo mia: praticamente chiunque conosca non "si sente" adulto.
Ed è allora che capisci che l'"adultosità" che ti avevano sbandierato quando eri piccola è solo una facciata.
Che nessuno è "adulto" nel senso di sapere sempre cosa fare, essere sempre sicuro, avere solo certezze e programmi da cui non si scappa. Che il margine di scelta è più ampio di quel che il mondo là fuori cerca di svenderti, e che non conta avere trenta o quarantanni o cinquanta, lavorare e avere una casa o una famiglia: puoi essere un metallaro che si porta le figliolette ai concerti, puoi farti una famiglia che non corrisponde per niente agli stereotipi tradizionali, puoi alzarti alle otto o alle sette o alle sei per lavorare... ed essere ancora giovane, per sempre. Chissenefrega degli acciacchi e dei capelli grigi: serietà e follia possono convivere. Impegno e divertimento. Saggezza e capacità di stupirsi.
Posso essere anagraficamente "adulta" e ritrovarmi, domenica sera, ad ammirare uno spettacolo di fuochi artificiali a occhi sgranati, sorridendo e saltando come una bimba, per esempio. POSSO. E potete, può chiunque. Perché diciamolo, chissenefrega se non siamo "come i nostri genitori". Non è un obbligo. Quella vita che quand'eravamo piccoli ci mostravano come inevitabile non è l'unica, e siamo noi a dover rivendicare qualsiasi vita desideriamo. Con famiglia o meno, con un marito o tre compagni allo stesso tempo, con un lavoro in ufficio o a farsi i propri orari in una comune hippie, con i vestiti eleganti o i jeans stracciati, in chiesa o sotto le stelle a ballare intorno a un falò... Va tutto bene, se è quello che volete davvero. E come detto lo so che è così per tanti altri, non sono certo l'unica. Ma là fuori i libri e i film ci mostrano sempre le stesse cose, la stessa sequenza, la stessa immagine genericoborghese, obiettivi sempre uguali. E allora forse è il caso di smetterla di vergognarsi, quando diciamo "non mi sento adulto" nel senso che vuole il mondo là fuori, e proclamarlo invece con orgoglio. E scrivere storie con personaggi folli come noi. E raccontarle, le nostre esperienze diverse.
Non importa chi si è, se abbiamo scelto noi di esserlo.

E poi, proprio mentre sto scrivendo questo post, la distrazionecazzeggio che porta a girolare sui social mi mette sotto gli occhi quest'altra immagine, condivisa da Alessia Savi, uno dei miei contatti su Facebook, con una domanda semplicissima:
è questa la vita che sognavi?

La risposta è altrettanto semplice: no.
Perché la realtà è più grande dei sogni.

Nella vita non c'è un lieto fine: è una cosa che va accettata. Ma questo non significa che tutto sia destinato ad andare male; semplicemente, un lieto fine è comunque una fine, mentre la vita è movimento, ciclo, cambiamento. Io che ho un rapporto conflittuale con il concetto di "futuro" e mi sto educando a fatica a lasciarlo da parte, a vivere solo un giorno per volta anziché rovinarmi il dolce di oggi pensando ai "chissà" di domani, scopro la bellezza di essere parte di quel fluire ciclico di stagioni e di cambiamenti che non devono essere per forza "negativi" o "spaventosi". Ho imparato sulla mia pelle che distruggere è necessario per ricostruirsi migliori. Ho imparato, come detto, che quei sogni che vengono insegnati alle bambine - quei passi preordinati e prevedibili che ci vengono svenduti come "ideali" anche nei film e nei libri, studio-lavoro-matrimonio-figli - non sono "obbligatori". Non sono nemmeno sbagliati, se è quello che uno desidera, voglio che sia chiaro: questo post non è una critica a chi nella "vita tradizionale" ci si trova bene. Quello che voglio dire è solo che la vita è... più grande. Con molte, moltissime possibilità in più tra cui scegliere, tra cui svolazzare, da assaggiare e da mescolare. Ognuno deve scegliere ciò che preferisce - ognuno può scegliere quello che preferisce, anche se spesso il mondo fa di tutto per dirci che non è così. E, qualsiasi sia il vostro sogno, il percorso per raggiungerlo spesso si fa imprevedibile, inaspettato, inimmaginabile finché non lo si vive. Come, d'altronde, qualsiasi altro aspetto della vita.
Per questo dico che qualsiasi siano i grandi sogni che coltivo e coltiverò, la realtà è più grande. Li calpesterà, li frantumerà, li rimetterà insieme come un mosaico giocando con i loro colori e ne tirerà fuori qualcosa di diverso, colmo di una bellezza ferita ma con il fascino di un guerriero pieno di cicatrici. Come un medico che ci costringe a bere una medicina amara, la vita guarisce le aspettative e le pretese, le presunzioni e gli assoluti... Sta poi a noi restarcene a letto, a lamentarsi e nascondere la testa sotto il cuscino, o alzarci, affrontare il sole e l'aria aperta e vivere. Zoppicanti, con qualche capello grigio, ma sorridenti comunque. Anche se non riusciamo a ottenere certe cose. Anche se altre ci feriscono. Dobbiamo essere come edere, avvilupparci intorno a ogni possibile sostegno e puntare verso il sole: magari cresciamo storti, magari seguiamo un percorso inaspettato, magari ci allunghiamo sviluppandoci in un angolo più nascosto di quello che avremmo pensato... ma cresciamo.

E così io non avrei mai immaginato di lasciare Biella, quand'ero piccola, ma è quello che ho fatto. Non avrei mai immaginato di sposarmi, perché "ugh, no", e invece l'ho fatto. E quando l'ho fatto non avrei mai immaginato di divorziare, e invece MENO MALE che l'ho fatto... Dieci anni fa non avrei immaginato di fare il lavoro che faccio ora, di scegliere di essere free lance invece della sicurezza del "posto fisso", di fare incantesimi, di scrivere quello che scrivo adesso, di scoprire a trent'anni suonati che l'Amore con la A maiuscola non è per niente come avevo pensato che fosse, è molto di più, e accidenti le storie d'amore vere sono meglio di quelle dei romanzi. Non avrei mai immaginato di vivere dove vivo ora... non avrei mai immaginato il 90% di quello che vivo ora, insomma.
E non ne avrei mai immaginato la bellezza, ferita e magica.

P.S. Il titolo del post è ispirato al libro Adulthood is a myth, tradotto in italiano con un meno raffinato Crescere, che palle, della bravissima Sarah Andersen.
Vi invito anche a guardare questo interessantissimo video sulla differenza nella percezione dell'età negli Stati Uniti e in Italia: Tia Taylor è praticamente l'unica youtuber che seguo con regolarità e nel suo canale troverete un sacco di altri video curiosi, utili e divertenti.

martedì 19 luglio 2016

Le cose che i miei mici mi insegnano


Quelle che vedete qui di fianco, e che da qualche parte ho già postato in passato, sono le "regole del gatto", delizioso souvenir di un viaggio ad Amsterdam (non fate quella faccia, non tutto quello che vendono là è illegale). Adoro appendere roba in casa, dai poster alle foto, dai pannelli di sughero stracolmi di ricordi alle fate, dai "motivational" agli amuleti, quindi innamorarsi di questo elenco e portarmelo a casa è stato praticamente inevitabile. Le "regole del gatto" troneggiano oggi nella mia cucina, reminder di principi sempre validi, con quel Know that I am loved finale che è diventato per me un mantra nei momenti difficili.

In casa, però, ho anche due gatti in carne e pelo (si sa che non hanno ossa, altrimenti non si spiega come potrebbero infilarsi in certi pertugi, contorcersi in certe posizioni e cadere senza farsi male). Pampe (o meglio, il Pampe) e Mircalla sono due fratellini di poco più di un anno. Recuperati insieme ad altre tre sorelline in uno scatolone dove qualche figlio di puttana li ha abbandonati poco dopo la nascita, sono stati trovati da un'amabile signora gattara e curati da una veterinaria straordinaria. Erano malati, e purtroppo una di loro non ce l'ha fatta. Gli altri, però, sono stati tutti adottati.
La mia famiglia ha una lunga tradizione di gatti bianchi e neri (un giorno ve ne parlerò meglio). Il piccolo Pampe, ai tempi ancora senza nome, pur magrolino e instabile sulle zampe, mostrava già il suo carattere buonissimo, sommergendo di fusa chiunque gli si avvicinasse. La veterinaria che gli ha salvato la vita è una delle persone a cui voglio più bene e, sapendo che non avrei resistito, me ne ha parlato... A questo, sommate la presenza di una piccola peste nera esagitata e ansiosa di mordere tutto, con la quale ho visto il Pampe per la prima volta, perché "se li separi piangono e allora te li ho portati tutti e due". La conclusione è ovvia: sono diventati entrambi i padroni di casa mia.

Erano anni che non convivevo con delle mini-belve, dai tempi della mia separazione. Coccolare tutti i gatti in cui mi imbattevo a casa di amici aiutava a colmare la mancanza, ma solo viverci insieme fa davvero comprendere questi straordinari animali - o almeno comprenderli in parte, perché chi lo sa, poi, che cosa vedono quando contemplano placidi il mondo, con la loro tranquilla bellezza e la loro serenità. Chi accoglie un gatto per la prima volta si accorge presto, per esempio, che ognuno ha la sua personalità, diversa da quella di qualsiasi altro; che ognuno ha la sua voce e il suo modo di farsi capire; che ognuno ha gusti e preferenze e sa come dirteli in modo inequivocabile. E se ci vivete insieme abbastanza a lungo e siete disposti ad accettare la verità, ovvero che sono creature superiori che generosamente adottano gli umani che gradiscono, potreste anche imparare qualcosa che vi stupirà.
Mircalla. Fan dei Moonspell e di tutti
i film e telefilm che parlano di streghe. Se le tagliate
le unghie ricrescono a velocità luce. Chissà perché. 
In questo momento in cui ho voglia di colori e di luce, di calma interiore e di creare, ecco le cose più importanti che mi hanno insegnato le due piccole belve di casa.

- La vita è più bella con le coccole
Io sono sempre stata un tipo fisico: da piccola ero la coccolona di casa. Se ti voglio bene ti abbraccio. Se ti amo, vi lascio immaginare. Se ti vedo triste, ti prendo la mano. Ho sempre creduto che per essere felici ci voglia una quantità minima di abbracci al giorno (qualcuno dice quattro, qualcuno otto, qualcuno altre cifre: per me più sono meglio è). Capisco e rispetto le persone che non concedono il contatto facilmente, non capisco ma rispetto le persone che non amano scambiare coccole e baci con la persona amata... ma io seguo l'eccelso esempio di Pampe e Mircalla, che si farebbero coccolare tutto il giorno, e mi godo il contatto umano. Che siano baci d'amore o abbracci d'amicizia, per me sono un tocco magico che migliora subito l'umore. Sono cioccolata per l'anima.

- Stiracchiati tutte le volte che vuoi: la gioia di goderti le piccole cose ti rende bello
Come tutti i gatti, il Pampe e Mircalla si esibiscono in stiracchiate degne di un contorsionista. Per i fatti loro, quando camminano per casa e decidono di allungarsi un po', oppure se vado ad accarezzarli mentre se la dormono, e allora si rotolano, si rigirano, si stirano. Insomma, fanno tutto quello che ci dicono di non fare in pubblico, perché non sta bene: non ti immagini un banchiere e giacca e cravatta o una raffinata signorina in tailleur che allungano le braccia al cielo con un sorrisone. Be', lasciatemelo dire: stiracchiarsi e godersela sono un altro ottimo modo per migliorare l'umore. Si tratta di un piccolo piacere da pochi secondi, certo, ma dopo non vi ritrovate subito con un sorriso sulle labbra? Sono anche le piccole cose come queste che ci scrollano di dosso la gabbia in cui il mondo là fuori cerca di rinchiuderci e ci fanno riappropriare del nostro tempo, del nostro benessere.

Un piccolo Pampe pochi mesi dopo il suo arrivo
- Non sottovalutare l'importanza di dormire
Si sa, tutti i gatti ronfano per ore e ore, facendosi invidiare da chiunque debba alzarsi presto al mattino, e anche da chiunque non abbia orari fissi, come me, ma senta comunque di non avere abbastanza ore nella giornata per fare tutto. Eppure, ultimamente mi sono capitate alcune felici giornate in cui ho potuto dormire senza mettere la sveglia: risultato, il mio corpo mi ha richiamato alla vita dopo dieci o undici ore. L'energia che ho avuto in quelle giornate, la felice assenza del sonno cronico e incombente contro cui devo lottare normalmente, mi ha ricordato quanto siano saggi, i gatti. E quando sia importante, per me che sono freelance e tendo sempre a sommergermi di lavoro, dire no, qualche volta, e tenermi un po' di tempo per dormire, per rilassarmi, per fare quello che amo. Per vivere, insomma.

- Quando rivedi le persone che ami, dimostragli quanto sei felice
Il Pampe ama ronfare sul letto, per esempio. Ma anche su un sacco di altre superfici. Ovunque sia, però, se mi avvicino apre gli occhi e ancora prima che lo sfiori parte con le fusa, ribaltandosi come nella foto che vede più in basso. Non potete immaginare l'amore che esprime quando lo tengo in braccio e - sempre con il trattorino di fusa in sottofondo - mi guarda felice. Lo stesso vale per quando mi sveglio al mattino e lui e Mircalla vengono a strusciarsi contro di me, o per quando torno a casa e me li trovo vicino alla porta. Poso la borsa su una sedia e Mircalla è salita sul tavolo, pronta a strusciare il muso contro il mio naso, miagolando con il suo chiacchiericcio da piccione come se volesse raccontarmi la sua giornata o mi rimproverasse perché non sono stata a coccolarli per un po'. Ecco, quando rivedete qualcuno che amate, dategli uno di quegli abbracci di cui parlavamo. Mostrategli quanto siete felice di rivederli. Fa bene a voi e a loro.

E, infine, forse la regola più importante di tutte:
"Lo so, sono bella"
- Certe cose sono come sono e non si possono cambiare. Ma si può essere felici lo stesso
Questo, in particolare, è un prezioso insegnamento del mio adorato Pampe. Un insegnamento di cui avverto particolarmente il valore, da scribacchina fantasy in un Paese a cui del fantasy non frega niente, e in cui i lettori non ci sono e quando ci sono per tre quarti leggono solo i romance che trovano in vetrina nelle librerie. Un insegnamento cui ripenso tutte le volte che qualcosa che non è in mio potere cambiare non va; tutte le volte che le cose non sono come vorrei... ma possono essere belle lo stesso.
Come vi ho raccontato, il Pampe, come le sue sorelle, ha avuto una febbre molto alta quando era nato da poco. Anche lui, come la piccola che non si è salvata, ha rischiato di morire ed è stato riacchiappato per il codino e guarito dalla veterinaria. Ma presto si è capito che la malattia non è stata senza conseguenze, o forse, chissà, il Pampe si porta dietro qualche problema genetico: fatto sta che è affetto da abiotrofia cerebellare. In pratica, non coordina bene i movimenti. Da piccolino era molto più evidente: ogni pochi passi cadeva. Crescendo, si è irrobustito ed è diventato un bel gatto con il pelo setoso: ora cammina molto meglio e il suo problema si vede da altre cose: quando corre per inseguire Mircalla, per esempio, tende a non proseguire in linea retta ma curva, e non è molto... felpato, sembra piuttosto un cavallino al galoppo dal rumore che fa! Soprattutto, a differenza di Mircalla, che come tutti i gatti si può "lanciare" e cadrà sempre in piedi, il Pampe metà delle volte non mantiene l'equilibrio: per questo non lo lascio mai cadere da grandi altezze, ma lo poso per terra. Inoltre, se ormai ha imparato a saltare giù dai mobili limitando i danni, non sa invece saltare su superfici più alte di un letto. Spesso lo si vede in piedi sulle zampe posteriori, con quelle anteriori puntate contro un mobile, a sbirciare il piano che non riesce a raggiungere.
Ma credete che questo lo fermi?
Se non può saltare sulle sedie o sul divano, be', metà salta e metà si arrampica con tenacia, e alla fine arriva. Se non può correre senza finire pancia a terra dopo un po', questo non gli impedisce comunque di rialzarsi, sfrecciare da una stanza all'altra e placcare Mircalla quando la raggiunge. Se non ha il perfetto "controllo di palla" del gatto medio, quando gioca con le sue palline - ogni tanto lo si vede tentare di colpirle con una zampina... mancandole per due o tre volte di fila, perché non riesce a indirizzare il movimento dove vuole - questo non gli impedisce di divertirsi lo stesso quando alla fine riesce a dare loro un bel colpo e può inseguirle trottando. E se non può proprio farcela, a saltare sul piano della cucina, perché è molto alto e il mobile è liscio... be', si sporge in piedi sulle zampe posteriore, guarda me e miagola! Così sa che lo prenderò in braccio (con immediate fusa da parte sua, ovviamente) e lo poserò io là dove vuole arrivare, per contemplare i piccioni dalla finestra.
Ci sono cose che non possiamo cambiare, ma questo non vuol dire che non possiamo impegnarci per fare del nostro meglio. Accettare l'aiuto di chi ci ama. E divertirci lo stesso.

Pampe. Anzi, il Pampe. Perché come lui
ce n'è sono uno. Universalmente eletto "gatto
più buono e affettuoso del millennio"

lunedì 11 luglio 2016

Anche i trickster mangiano fagioli

Dopo la morte del mitico Bud Spencer, protagonista di un sacco di film che mi hanno accompagnato dall'infanzia fino a oggi, mi è venuta voglia di rispolverare i miei preferiti, che non rivedevo da parecchio tempo. Ho quindi rivisto i due (grandiosi) Trinità, nonché qualche altra commedia della coppia Spencer & Hill.
Inutile ripetere quanto questi due attori e le loro sgangherate e ironiche avventure a base di fagioli e schiaffoni siano entrate nel cuore di ogni italiano, così come di milioni di persone all'estero; basti dire che non faccio eccezione, che ho rivisto i loro film decine di volte, che - last but not least, e non guasta - ho sempre avuto un debole per il biondo Terence dai fantastici occhi azzurri (onestamente, quanti attori più affascinanti di lui vanta, il nostro Paese?)

Solo che, man mano che mi scorrevano davanti agli occhi le scene di Lo chiamavano Trinità o Nati con la camicia, mi sono resa conto di qualcosa che, da ragazzina, sicuramente non avrei pensato.
Il personaggio incarnato da Terence Hill è il trickster.

Che cosa sia un trickster forse lo sapete già, ma nel caso non sia così, basterà dire che si tratta di una figura divina presente in molte mitologie, caratterizzata non da "malvagità", ma da quella che gli inglesi chiamerebbero "mischievousness": una malizia, un comportamento amorale che lo portano a combinare scherzi ai danni di uomini e/o dèi, a ingannare gli altri sia per proprio tornaconto sia per il semplice gusto per il caos. Tra i più famosi trickster posso citarvi Loki dalla mitologia nordica o Coyote in quella degli indiani. Mentitore, furbo, imbroglione che a volte viene a sua volta imbrogliato, il trickster è una forza imprevedibile, a volte amica a volte d'ostacolo, ambigua e che sfugge ai normali confini di "giusto" o "sbagliato".

Faccia da schiaffi... e da trickster
(foto da qui)
Ora, pensate alle classiche dinamiche Bud Spencer-Terence Hill nei film. Com'è ovvio, nonostante superficialmente i personaggi che interpretino possano cambiare (a volte ladri a volte poliziotti, a volte agenti segreti per caso a volte semplici piloti, meccanici o altro del genere, a volte fratelli o amici a volte sconosciuti che s'incontrano per caso), in realtà le loro "maschere" sono sempre le stesse: Bud è l'omone solitario, fondamentalmente buono ma burbero, non stupido ma destinato comunque a venire quasi sempre battuto, sul piano dell'astuzia, da Terence, che invece è lo scanzonato e allegro motore dell'avventura in cui coinvolge il compagno e che magari ruba il cuore di qualche fanciulla. Bud ha la forza bruta e incassa i colpi senza nemmeno accorgersene; Terence ha la velocità e qualche volta un cazzotto lo subisce eccome, anche se è tosto e sa sempre rialzarsi per ribaltare la situazione. Che cos'ha in comune con il trickster, allora?

Parecchio. Prima di tutto, il gusto per lo scherzo, per il caos, che si tratti di spargere confusione e avviare la rissa per un fine utilitaristico o di farlo semplicemente per vedere... be', non "bruciare il mondo", perché TerenceTrickster non è cattivo, ma magari per vedere qualcuno che corre a tuffarsi in acqua con il fondo dei pantaloni in fiamme. Pensate a quando, in Continuavano a chiamarlo Trinità, al saloon, TerenceTrickster dice a Bambino "ehi, quello laggiù ti ha guardato e si è messo a ridere". Non è vero, ovviamente... ma il trickster si godrà la rissa, un po' partecipando, un po' piazzandosi bello tranquillo in un angolo a guardarsi lo spettacolo del forzuto compagno che mena gli altri. O pensate a quando, in Pari & Dispari, TerenceTrickster coinvolge Bud in un'infinita serie di inganni e sventure per portare a termine la missione che gli è stata affidata (è un guardiamarina che deve fermare un giro di gioco d'azzardo).
Coyote, un trickster che amo (foto da qui)
Come detto, non si tratta sempre di raggiungere uno scopo: per esempio, in Chi trova un amico trova un tesoro il personaggio di Bud deve combattere con il figlio della regina della tribù che abita sull'isola sperduta in cui i due sono capitati (ovviamente per colpa di TerenceTrickster). Appena prima che inizi lo scontro rituale che permetterà ai due di essere accettati dalla tribù, TerenceTrickster va dal guerriero indigeno a dirgli "Omo grosso dice che tue sorelle essere molto bonozze". E quando quello si infuria ancora di più, il trickster provvede a informare "Bud" che il guerriero afferma "che lo spaccherà in due". Perché? Il combattimento si sarebbe tenuto comunque. Per quale motivo aizzare i due contendenti così... se non per il semplice gusto di farlo?

E come nella tradizione del trickster, anche se i film della coppia Spencer&Hill finiscono sempre bene per i "buoni" (i cattivi vengono puniti, gli innocenti premiati e/o salvati - pensate ai mormoni in Lo chiamavano Trinità, agli orfanelli in Pari & Dispari, alla tribù citata in Chi trova un amico trova un tesoro, ai frati e alla famigliola presenti in Continuavano a chiamarlo Trinità e così via) non è necessariamente così per i due protagonisti. Che sì, sconfiggono i cattivi, evitano l'arresto quando sono nei panni dei criminali anche loro... ma non riescono quasi mai a conquistare "il tesoro" di turno e ad arricchirsi: il loro destino è ripartire per un'altra avventura, non godersi la bella vita con "il malloppo" per cui hanno magari lottato per tutto il film. Il trickster, insomma, è spesso destinato a venire a sua volta beffato all'ultimo momento. Ma è il personaggio di Bud Spencer a prendersela; TerenceTrickster no. La delusione passa in fretta, è già tempo di spargere altro caos.

mercoledì 6 luglio 2016

Venticinque domande indiscrete su libri e lettura

In questi giorni di caldo - gli dèi benedicano il ventilatore - e di lavoro (e sì, anche di scrittura, ssssst), ripesco dalla sempre arguta Chiara un meme dedicato alle abitudini dei lettori (questa strana razza in estinzione, almeno in Italia). E per chi si è preoccupato della mia latitanza: medito su futuri post che richiedono elaborazione, mi divido tra mille lavori e mille impegni piacevoli, tra traduzioni e letture, cerco di pigliare a cazzotti i demoni e sogno acque cristalline e relax che non avrò... ma sto bene. Rispetto alla sfiducia cosmica che dominava qualche tempo fa, riesco a seguire i miei progetti ignorando suddetta sfiducia che sussurra... E fremo. Per le storie da scrivere, per la voglia di liberare per il mondo alcuni ragazzacci che voi ancora non conoscete.
Vedremo.

Intanto, chiacchieriamo di lettura. Chi vuole accodarsi, è il benvenuto!

01. COME SCEGLI I LIBRI DA LEGGERE?
Consigli di persone di cui mi fido, dettagli che mi incuriosiscono nella trama, interesse particolare per un autore, un genere o un argomento.
02. DOVE COMPRI I LIBRI?
Quasi esclusivamente on line. Si risparmia, c'è poco da fare, e considerando che in libreria non trovo quasi mai i libri che mi interessano... perché dovrei essere schiava di librai che ordinano solo l'ultimo fenomeno romance o l'ultimo libro del vip di turno?
03. ASPETTI DI FINIRE UNA LETTURA PRIMA DI COMPRARE UN NUOVO LIBRO?
Gli scaffali pieni di libri in coda di lettura che ho in casa rispondono alla domanda...
04. IN QUALE MOMENTO DELLA GIORNATA PREFERISCI O PUOI DEDICARTI ALLA LETTURA?
Dipende: soprattutto la sera, in viaggio su treni o aerei, nelle sale d'attesa, oppure qua e là nel corso della giornata se riesco a ritagliarmi un pochino di tempo.
05. QUANDO COMPRI UN LIBRO TI FAI INFLUENZARE DAL NUMERO DI PAGINE?
Se un libro mi interesse non importa quanto sia lungo... ma, considerato il poco tempo a disposizione, ammetto che tendo a leggere prima quelli più brevi.
06. QUAL È IL TUO GENERE PREFERITO?
Urban fantasy.
07. HAI UN AUTORE PREFERITO? CHI?
Ho tanti autori che amo, difficile indicarne uno. Il Jim Hines della serie Magic Ex Libris. per esempio; tra gli italiani, Luca Tarenzi. Preferisco comunque citare i libri preferiti, in generale, piuttosto che un autore in toto.
08. QUANDO È INIZIATA LA TUA PASSIONE PER LA LETTURA?
Da piccolissima, non ricordo l'età. Un po' il nonno che mi leggeva libri per ragazzi, un po' io che ho iniziato a leggere la serie di Piccole donne... e poi non ho più smesso.
09. LI PRESTI MAI I TUOI LIBRI?
Sì, ma solo a persone di cui mi fido…
10. NE LEGGI UNO ALLA VOLTA O PIÙ CONTEMPORANEAMENTE?
Due o tre per volta, magari un romanzo, un saggio e un manuale, o un romanzo divertente e uno più cupo, per alternare a seconda dell'umore.
11. LA TUA CERCHIA DI FAMILIARI E AMICI LEGGE?
Nella mia famiglia d'origine siamo tre lettori forti su quattro; tra i miei amici leggono praticamente tutti.
12. QUANTO IMPIEGHI MEDIAMENTE A FINIRE UN LIBRO?
Dipende. Da pochi giorni a mesi, a seconda di mille fattori :-P
13. SE INCROCI QUALCUNO CHE LEGGE IN PUBBLICO SBIRCI IL TITOLO DEL LIBRO?
Sempre.
14. SE NE POTESSI SALVARE SOLO UNO, QUALE SALVERESTI?
Impossibile rispondere!
15. PERCHÉ TI PIACE LEGGERE?
Perché mi piace entrare nella testa di persone diverse da me. Perché mi diverte. Perché mi fa fare esperienze che potrei non fare mai in prima persona. Perché mi emoziona. Perché è bello, accidenti!
16. LEGGI LIBRI IN PRESTITO O SOLO QUELLI CHE POSSIEDI?
Entrambe le cose, anche se poi è un peccato restituire i libri che ho amato... ma lo faccio, e magari dopo me li compro :-P
17. QUALE LIBRO NON SEI RIUSCITO A FINIRE?
Ce n'è di sicuro, ma in questo momento non me ne ricordo...
18. HAI MAI COMPRATO UN LIBRO SOLO PER LA COPERTINA?
No. L'abito non fa il monaco.
19. C’È UNA CASA EDITRICE CHE APPREZZI IN PARTICOLARE?
Tra le medie o piccole, un tempo Asengard, oggi Gainsworth. Tra le grandi RCS in generale e Salani.
20. PORTI I LIBRI IN GIRO O LI TIENI AL SICURO IN CASA?
Se esco di casa e prevedo di avere anche solo dieci minuti buchi, un libro o il lettore ebook me lo porto sempre.
21. TRA QUELLI CHE TI HANNO REGALATO QUALE HAI APPREZZATO MAGGIORMENTE?
La scatola a forma di cuore di Joe Hill (grazie Luca!)
22. COME SCEGLI UN LIBRO DA REGALARE?
Mi baso un po' sulle cose che ho amato io e parecchio sui gusti e gli interessi della persona a cui devo fare il regalo.
23. C’È UN CRITERIO PARTICOLARE IN CUI È ORDINATA LA TUA LIBRERIA?
Criteri incrociati: per genere/argomento e per Paese (fantasy, horror, magia, vampiri, folklore... e poi letteratura italiana, inglese...) e all'interno di queste macrocategorie in ordine cronologico per autore. Anche se con l'ultimo trasloco mi sa che l'ordine cronologico è un po' meno preciso di prima ^^'
24. SE UN LIBRO HA DELLE NOTE HAI L’ABITUDINE DI LEGGERLE O LE SALTI?
Le leggo.
25. LEGGI LE INTRODUZIONI, PREFAZIONI E POSTFAZIONI O LE SALTI?
Leggo tutto, e spesso i ringraziamenti li leggo prima anche se sono in coda al libro ^^
 
Da Pinterest