giovedì 31 luglio 2014

Small things

Quante volte si parla del "valore delle piccole cose"? Abbastanza da aver reso la frase piuttosto banale, preludio a retoriche invocazioni di semplicità e bei tempi andati e bla bla non ci sono più le mezze stagioni. Ci penso spesso, però, un po' perché non sono mai stata tipo da desiderare gioielli da mezzo chilo o alberghi di lusso quando vado in vacanza o vestiti firmati, e preferisco un hamburger e una birra gustati guardando negli occhi le persone a me care piuttosto che fancy restaurants, ostriche e champagne; e viste le situazioni complicate e la vita che faccio, raccatto ogni briciola di felicità e colgo ogni occasione che posso. O, come direbbe un inglese (mi spiace, ormai sono talmente bilingue che in certi casi le frasi della lingua d'Albione mi vengono più spontanee di quelle italiane), I treasure every moment. Tanto più che mi sento costantemente precaria in tutto e quindi cerco di vivere giorno per giorno (life is now, tomorrow never comes, tanto per continuare con l'inglese, che per le massime ha la stessa fantastica, concisa espressività del latino).
Quello di cui volevo parlare, tuttavia (screeeeeeeek, ecco lo stridere degli pneumatici mentre rientro bruscamente in carreggiata), non sono le piccole cose da canzoncina di Julie Andrews e nemmeno le filosofie di vita personali, quanto, piuttosto, del valore dei dettagli nella scrittura.

Da tutte le parti sentirete dire come la precisione renda più efficace la scrittura (dall'uso di "sbattere la porta" anziché "chiudere violentemente" fino alla scelta di sostantivi e aggettivi più indicati per definire un oggetto, trasmettere una sensazione eccetera). Poi capita che lo scrittore ansioso di mostrarsi bravo si lasci prendere la mano, e così ci si imbatte brani in cui un guerriero combatte con la sua spada talmente infarciti di termini tecnici dello scherma che qualsiasi lettore non sia a sua volta uno spadaccino non capirà un tubo di quello che il personaggio sta facendo: ergo, in quel caso occorre venire incontro al pubblico non limitandosi a nominare una mossa di scherma, ma evocandola, descrivendola, almeno la prima volta che viene citata.


Assodato questo, tuttavia, meno spesso mi è capitato di raccomandare qualcosa di ancor più fondamentale, a mio parere: ovvero il fatto che i dettagli, le "piccole cose", sono proprio ciò che permette di affrontare al meglio i grandi argomenti, il "tema", o anche semplicemente le situazioni e i sentimenti più importanti, quelle che più spesso rischiano di diventare banali, esagerate, melense, melodrammatiche, cheesy.
Vi faccio subito un esempio. In It di Stephen King c'è una delle scene "d'amore" che più mi sono rimaste impresse. Uso le virgolette perché non si tratta dell'appuntamento di due amanti o di un bacio appassionato, ma di qualcosa di molto più tenero, ingenuo e delicato: Ben, undicenne obeso, osserva la ragazzina che ama in segreto, Beverly, all'uscita da scuola, all'inizio delle vacanze estive. King descrive il sole che fa scintillare il braccialetto dorato che lei porta alla caviglia, un graffietto sulla pelle, dettagli che fanno rimescolare Ben scatenandogli sensazioni che lui non è nemmeno in grado di capire, ancora. Quella pagina ha tutto: il sentimento, la timidezza, la vergogna e la gioia di un amore segreto, ma anche i dettagli concreti, immagini estremamente vivide. La si può immaginare chiara come un film e, allo stesso tempo, ci si sente nella pelle di Ben, si provano le stesse sensazioni contrastanti, violente e bellissime, nello stomaco e nel cuore. Il tutto senza lunghi panegirici sulle dolcezze dell'amore, retorici discorsi, filosofiche teorizzazioni.

Uno dei problemi che riscontro spesso, leggendo manoscritti o pescando estratti on line, è proprio la tendenza a voler affrontare i "grandi temi" - la guerra è brutta, l'amore vince sempre, l'eterna lotta tra bene e male, l'importanza dell'amicizia, il valore del coraggio e bla bla bla - rendendoli, come dire, goffamente espliciti. Dedicandovi paragrafi di teoria, o, peggio ancora, mettendo in bocca ai personaggi discussioni imbarazzanti in stile "Come puoi essere così cattivo?" "Mi picchiavano da piccolo! Che ne sai tu?" "Ah, i bambini sono sempre vittime innocenti! Ma tu puoi riscattarti!". In tanti casi, invece, trovo che un'azione significativa, un dettaglio azzeccato, colpiscano di più e con maggior precisione, e con meno banalità.
D'altronde, stiamo parlando di romanzi, non di saggi. Mostratemi persone ed eventi, non predicatori e sermoni.

martedì 29 luglio 2014

Multiverse ballad - Andrea Atzori e Tim D.K.

Multiverse ballad non è un'antologia, eppure contiene racconti - o meglio, frammenti, come se un affresco immenso fosse crollato e fosse possibile solo guardarne delle parti. Non è un romanzo, eppure i richiami tra una storia e l'altra diventano via via più chiari. "L'Arcano numero zero, il Matto", è il paragone che si legge nella prefazione di Luca Tarenzi, quanto mai azzeccato.
Non ho la minima intenzione, in queste righe, di "recensire" il libro, e nemmeno di spiegarvelo. Posso dirvi però cosa ci troverete, se lo vorrete leggerlo.
Ci troverete un mosaico di citazioni tutte da riconoscere, da così tanti libri e film e anime e, diciamolo così, semplicemente storie che non provo nemmeno a contarle. E ci troverete miti cosmogonici e tecnologia. Bambini inquietanti e locali fumosi. Indagini e inseguimenti, battaglie e attentati. Spade e pistole, il sapore del mare e quello della plastica. Fiabe e avventure e noir e orrori... C'è di tutto e ce n'è per tutti, e se starete attenti vedrete che il caos non è caso, che qualche volta capirete e tutto s'incastrerà alla perfezione e qualche volta vorrete invece saperne di più, e girerete una pagina dopo l'altra, un racconto dopo l'altro, una voce dopo l'altra.



lunedì 28 luglio 2014

All I need

Che periodo complicato, doloroso, strano, questo. Mi limiterò a dire che il lavoro mi ha massacrato a tal punto che la settimana scorsa non ho trovato mezz'ora con la mente abbastanza fresca da scrivere i post che avevo programmato, e il mio sabato è trascorso essenzialmente dormendo esausta. Tutto il resto delle mille cose, dei mille pensieri, delle mille parole resterà per me. Più che mai, tuttavia, ho sentito questa settimana quanto non sia possibile ignorare i segni, quanto tutto alla fine torni, e che devo avere fiducia nelle mie sensazioni e in quello che gli dèi decidono di mostrarmi.
E medito, anche, su quello che davvero sono. Forse perfino nelle parole dei bugiardi può filtrare una parte di verità, e qualcosa che mi è stato detto mesi fa, ad Amsterdam, potrebbe avere un senso che non mi aspettavo. O forse è solo che, in qualche caso, è giusto che le cose vadano in un certo modo. Lo scoprirò, un giorno per volta...
Questa settimana tuttavia ha inciso i suoi segni. Io che cerco da sempre un poco di certezze, un poco di sicurezza, sembra proprio che non sia destinata a ottenerle così facilmente. Ma, in fondo, ha anche sempre funzionato avere la testa così dura da puntare comunque a quello che voglio (alcuni miei amici direbbero che è l'Ascendente Capricorno che si fa sentire rendendo meno svagato la Pesci sognatrice, se vi piace come paragone). Quindi per ora continuo lungo quella strada. Non ho meno paura, anzi: ho scoperto paure che non credevo nemmeno di avere. Non mi farò fermare comunque, pregando che non diventino mai altro che paure, appunto. I miei incubi mordono, i miei pensieri sanno essere velenosi, a volte. Ma voglio andare avanti e credere comunque in quello che è importante, in un modo o nell'altro. O fare finta, quando le ombre sono troppe e sanno fin troppo bene cosa sussurrarmi.
Medito su molte cose.


Passando ad altro, alcune segnalazioni. La prima: fino al 31 agosto, poi, su Amazon c'è una promozione legata alle case editrici RCS (Fabbri, Rizzoli, Bompiani...): acquistando 20 euro di libri del gruppo, Amazon vi offre un buono di 7 euro. Se volete approfittarne, anche Angelize fa parte della promozione.

La seconda, una recensione che mi ha fatto un piacere immenso, quella di Erica Bolla dal Bollalmanacco, ragazza simpaticissima che ho conosciuto di persona alla presentazione di Savona, in maggio. Ecco il link per vedere l'articolo completo, io ho ancora gli occhioni a stellina *___*
Perché mi è piaciuto Angelize?
Perché è semplice ed avvincente. La storia scorre veloce ed incalzante pagina dopo pagina; finisce un capitolo e quello successivo inizia raccontando quello che è successo poco prima ad un altro personaggio, cosa che mi ha spinta letteralmente a divorare le parole scritte pensando continuamente "e adesso? e adesso che succede??" (stesse domande che mi sono posta alla fine, come ho detto all'autrice: per me Angelize avrebbe dovuto durare altre 300 pagine da tanto mi ha presa la storia!) Altro punto a favore, neanche a dirlo, sono i protagonisti. Dimenticate gli angeli iperfighi o gli aggettivi iperbolici alla Stephanie Meyers perché Rafael, Haniel ed Hesediel sono tre normalissime persone con pochi pregi e tanti difetti, non belli né maledetti, solo esseri umani che cercano di rifarsi una vita e approfittare della seconda occasione che è stata loro concessa. E non sarà facile per loro, ovviamente. Non tanto per tutte le implicazioni sovrannaturali della questione ma proprio perché abitudini, traumi, pregiudizi e naturali paure sono degli ostacoli enormi che spesso annullano il desiderio di cambiare anche quando le occasioni sono propizie. Proprio come nella vita vera, eh? Poi, certo, se ci mettono lo zampino degli odiosi Angeli e Lucifero, quel Lucifero che compare per pochissimo ma riesce a portarsi via un pezzo del cuore sanguinante del lettore, l'impresa si fa ancora più difficile.
E quindi?E quindi Angelize è un libro da acquistare assolutamente e non solo perché Aislinn è italiana (il romanzo è ambientato a Milano), simpaticissima e l'amore per le sue creature traspare in ogni pagina ma anche perché nello sterminato universo della narrativa mondiale "di genere" è sempre più raro trovare un libro in grado di lasciare soddisfatti dall'inizio alla fine. E quest'autunno esce la seconda parte... vorrete mica arrivare impreparati all'appuntamento con gli Angeli?
Infine, e proprio a tal proposito... be', le prossime due settimane vedranno il tempo della scrittura tutto dedicato a editing e correzioni di questo:


Coming soon...

On air (and lyrics):
Nemesea, Afterlife
I live

Don’t shut your eyes to me

I want to make you see

Our destiny, how it’s supposed to be

And let the darkness fade

Find comfort in my shade
‘Cos you’re not alone, no you’re not alone

Can we see, can we feel when we’re in the afterlife
Do you know, how I know to believe in you
Because I do
Can we hope, can we love, can it be our destiny
‘Cos I’m listening
Yes I’m listening
To you

Now don’t you close your eyes
Stop telling me your lies
Don’t live in fear, ‘cos I won’t disappear no
I hope you understand
I’ll lend a helping hand
So come to me, ‘cos I will set you free

Break the silence
Fill this emptiness
And hope for better days

Can we see, can we feel when we’re in the afterlife
Do you know, how I know to believe in you
Because I do
Can we hope, can we love, can it be our destiny
‘Cos I am listening
Yes I am listening
To you

giovedì 17 luglio 2014

La depressione degli artisti

Sono un artista, quindi sono depresso.
Ci scherzava su Caparezza l'altro giorno, durante il concerto, più o meno in questi termini. Sentito questo, trovata per caso la vignetta che vedete qui sotto (da Pinterest, cliccateci per il link), ricordati tanti discorsi fatti con colleghi, amici, lettori (e chi è tutte queste cose insieme)... be', era inevitabile che buttassi giù qualche riflessione in un post.


Quando mi capita di dire scrivo perché non posso farne a meno, che è una risposta comune (ma non per questo meno vera) a chi si dedica alla scrittura, a volte la frase viene fraintesa e ricollegata all'estremamente romantico (in senso ottocentesco) "tormento interiore" dell'artista. Anzi. Tormento Interiore dell'Artista. Sentite le maiuscole?
Lasciando da parte le discussioni sulla qualità di quell'arte, o sulla legittimità o meno di usare tale termine, avete capito cosa intendo. Soprattutto in Italia, credo, lo ScVittoVe è colui che si fa le ulcere e i mal di testa perché compresso da Alti Pensieri e Grandi Problemi. Anche colei, ma in fondo vige anche la malcelata idea che sì, le donne scrivono ma per lo più storie d'amore, no? Non si può dire perché non è politically correct, ma insomma...
Lasciando da parte anche quest'ultima stronzata, ScVIttoVi e ScVittVici devono essere impegnati, sensibili, sempre intenti a combattere contro i propri demoni interiori, a quanto pare. Ergo, devono anche essere seri, tristi, depressi, soffrire quando scrivono come se stessero incidendo ogni parola sul proprio braccio come con una lametta.
Ora, lasciatevelo dire da chi di demoni da combattere ne ha a frotte.
Si tratta di una cazzata.

Non intendo dire che scrivere non sia una terapia. Lo è, assolutamente. Alcuni degli episodi che ho inserito in questo o quel romanzo sono versioni modificate, potenziate, filtrate di cose che mi sono successe o che ho visto. Alcuni dei temi ricorrenti delle mie storie sono mie paure, ossessioni, timori, dubbi. E per come sono fatta io ho senz'altro i miei momenti di tristezza cosmica. Quelli in cui le cicatrici sono troppe. E credo anche che per dare vita a un romanzo davvero riuscito e personale, l'autore debba possedere una sensibilità particolare, un'occhio che gli permetta di vedere cose che non tutti vedono. Di "trovare la sua via alla luce della luna", direbbe Wilde.

Ma scrivere non corrisponde a quella tristezza, a quelle paure. E se ha una funzione catartica innegabile, non basterebbe questa soltanto ad alimentare lo sforzo prolungato di scrivere un intero romanzo: sarebbe sufficiente tenere un diario, no? Allo stesso modo, essere "sensibili" non vuol dire essere "depressi", come scherzava Caparezza.
La realtà pura e semplice è che, nonostante la fatica che comporta portare avanti un progetto lungo, trovare le soluzioni di trama, limare lo stile eccetera eccetera,  scrivere è divertente. Per me, è tanto divertente. Di più: è esaltante. Ogni scribacchino ha le sue preferenze: io mi innamoro dei personaggi e la soddisfazione più grande è vederli prendere vita propria, altri si divertono a creare ambientazioni accurate o a scrivere scene d'azione. Qualunque sia il punto, si tratta di una vera gioia.
La scrittura che non si alimenta solo riflettendo sui massimi sistemi o deprimendosi per lo stato disastroso dell'Italia o piangendo sul cuscino. La scrittura ha bisogno, almeno per quanto mi riguarda, anche di passioni, di esperienze, di vita, di gioia, appunto, di scandalizzare la gente con baci in pubblico, di magia, di Nutella, di salti a un concerto... di tutto quanto. Allo stesso modo per cui, a mio parere, un romanzo di qualunque genere può senz'altro affrontare temi complessi e presentare personaggi che raccontano il nostro presente, ma non può essere costruito solo sulla voglia di dimostrare quanto si è profondi e quanto si è bravi ad affrontare argomenti filosofici o sociali o altro. Voglio il miele insieme alla medicina, parafrasando Lucrezio: voglio la storia, l'avventura, il piacere, insieme alla magia che mi lascerà qualcosa dentro, insieme al dramma, insieme ai "temi". Anche perché, nei libri in cui il desiderio di esprimere un'opinione prevale sul gusto per il racconto, tutto risulta grigio, spento. Senza passione. Narrare richiede un delicato equilibrio tra il cosa e il come, tra la storia e le idee.

Forse è per questo che mi rompo le palle con la "narrativa ombelicale" che parla di gente normale che fa cose normali reagendo in modi normali solo per dimostrare il male della società o la cattiveria dell'uomo medio o il pericolo degli aMMori sbagliati. Forse è per questo che, quando leggo romanzi in cui non succede nulla ma si riflette tantotanto, spero solo che alla pagina successiva arrivi un'orda di zombie a movimentare un po' le cose.
Ok, non sto dicendo che solo i libri fantasy vadano bene. Non ho pregiudizi particolari, da questo punto di vista, e leggo un po' di tutto. Va benissimo il realismo, dunque. Ma oltre alle seghe mentali, o autori, datemi anche una storia. Oltre a mostrarmi quanto siete intelligenti, vivete e godetevi ogni giorno. Oltre a mostrare quanto avete riflettuto, metteteci passione, nel vostro libro.
Fatemi vedere, fatemi sentire quanto vi siete divertiti a scriverlo.

On air:
Caparezza, China Town



lunedì 14 luglio 2014

Caparezza - Milano, 11 luglio 2014

Sono particolarmente affezionata al signor Rezza Capa per svariati motivi. Non solo perché è uno dei pochi musicisti geniali che abbiamo oggi in Italia, non solo perché scrive dei testi che sono insieme intelligenti e divertenti, con un tale incastro di riferimenti culturali, giochi di parole e arguzie da lasciare strabiliati, non solo perché riesce a comporre delle musiche così belle da riuscire a conquistarmi nonostante io solitamente ascolti tutt'altro, rispetto al "rap" (e d'altronde la definizione gli va stretta), ma anche perché la prima volta in cui lo vidi live era l'estate del 2011. Io ero dove un mese prima non avrei mai immaginato di essere: a Biella, la mia città natale, ospite di mia madre perché mi stavo separando e non avevo altro posto dove stare. E così, con la mia "cuggi", mia cugina, quella sera decisi che potevo ignorare il crollo dell'universo per qualche ora e arrampicarmi con lei fino a Sordevolo, dove avrebbe suonato Caparezza.
E che gran concerto.
Oggi, 2014, Caparezza ha un disco nuovo fuori e passa da Milano. E io vado, obviously. Con più emozioni di quello che potrei spiegare per tutto quello che è cambiato in questi tre anni, in ottima compagnia e con la voglia di lasciarmi stupire e cantare a squarciagola. Perché Caparezza è "uno di quelli che dal vivo suona perfetto come su disco" (cit.) e fa pure dei concerti spettacolari, con l'atmosfera rilassata di una serata tra amici, i momenti un po' folli e un sacco di idee.

Non ho fatto foto, ve lo dico subito: l'Ippodromo di Milano era strapieno, volevo godermi lo show e non avevo la macchina fotografica, solo il cellulare. Ma tanto le foto dei concerti oggi si trovano on line il giorno dopo e realizzate da gente molto più brava di me (per esempio queste), quindi mi scuserete. Quello che posso offrirvi io sono parole, as usual.
Caparezza esce da un'immensa matrioska e subito parte Avrai ragione tu con le sue melodie "comuniste". Sarà com'è prevedibile Museica, il nuovo album, quello da cui il Capa pescherà a man bassa stasera, con una buona alternanza di brani storici. Tocca subito a una delle mie preferite, per esempio, Dalla parte del toro, accompagnata da una riproduzione tridimensionale del toro di Guernica. Nell'ultimo disco Caparezza parla di arte, e a questo filo rosso vengono ricondotti tutti i brani, anche quelli degli altri album. Lui è infaticabile: corre da una parte all'altra, chiacchiera, canta, scherza e recita nei consueti siparietti con gli altri membri della band. E la gente risponde con entusiasmo: una folla composita di genitori con figli, metallari, giovanotti usciti dai centri sociali, tizi strani e tizi che mai diresti "quello va ai concerti". Scacciate le zanzare a colpi di Autan e scherzato un po' sulle nuvole di fumo facilmente identificabile che ogni tanto aleggiano intorno, è facile immergersi nello show e per un paio d'ore essere tutti con Capa, a cantare a squarciagola Legalize the Premier con un misto di rabbia e scherno, a invocare la leggerezza con Teste di Modì, a battere le mani e saltare. Abiura di me e La mia parte intollerante riportano al passato, Non siete stato voi fa venire più di un brivido e andrebbe insegnata a scuola, qualche lacrimuccia la evocano China Town e CoverMica Van Gogh funziona benissimo dal vivo, così come i super-singoli che chiuderanno la serata: da Vieni a ballare in Puglia (con la gente che ballava davvero) a Non me lo posso permettere, che live rende impossibile star fermi e zitti, per poi concludere con E' tardi e La fine di Gaia. La scaletta completa e in ordine la trovate qui: personalmente avrei evitato qualche canzone da Museica che mi è parsa meno adatta alla dimensione live (Kitaro su tutte) e avrei sentito con piacere Sono il tuo sogno eretico o Kevin Spacey, oppure Argenti vive, da Museica, così come mi ha stupito l'assenza di alcuni dei suoi brani più famosi (Eroe e Fuori dal tunnel). Ma sono dettagli: ormai Caparezza ha una discografia abbondante e chiunque potrebbe chiedere questo o quel pezzo preferito.
Ciò che conta è che il concerto vibra d'energia, sul palco luci, costumi, pupazzi, il sosia di Van Gogh e tantissimo altro danno vita a un vero e proprio show, e allo stesso tempo, nonostante l'immenso lavoro che ci sta dietro, l'atmosfera è spontanea e genuina. E Caparezza, ormai oltre i quaranta, si mantiene davvero forever young com'è giusto che sia.
Bravo, Capa.

giovedì 10 luglio 2014

Metti 22 nerd a cena...

Ogni tanto ci vogliono le serate così.
In una bella libreria (Il Delfino di Pavia, la stessa che vide calare angeli & dèi qualche mese fa). Con la presentazione di un bel libro che sono curiosa di leggere (Porci e somari, technofantasy di Alessio Lanterna). Con persone che si potrebbero stare ad ascoltare per ore senza mai stancarsi, amici, compagni nerd (Luca Tarenzi, Adriano Barone, Chiara Codecà). Con una cena libanese e gelato ai fiori, talmente bello che spiace mangiarlo (finché lo assaggi e ti accorgi che il gusto è altrettanto fatato). Libri e film, chiacchiere e battute e quella sensazione di essere uniti contro il mondo, ma nel frattempo be', divertiamoci pure, no? A parlare di sogni e futuro, di romanzi e supereroi, e di tanto altro ancora. A farsi ammonire dal ristoratore perché 22 nerd lungo un tavolo fanno un considerevole chiasso. A tornare a casa sotto un cielo plumbeo attraversato da fulmini impressionanti e bellissimi. Fulminati sulla via di Binasco resta la battuta dell'anno, del secolo e del millennio (tutta di Adriano, inchinatevi).
Ogni tanto ci vogliono proprio, le serate così.

On air:
Anneke Van Giersbergen, Shooting for the stars


martedì 8 luglio 2014

Sinestesie

Vi capita mai di associare colori a suoni, sapori a profumi, o di mescolare in altro modo i sensi? Suppongo che tutti più o meno ricordano la poesia di Rimbaud che associava colori alle vocali, e magari conoscete il concetto di sinestesia: come figura retorica o come fenomeno, indica, appunto, il mescolarsi delle reazioni sensoriali. Per esempio, associare un colore a una canzone.
Credo che la sinestesia suono/vista sia una delle più comuni. Conosco almeno una persona decisamente "sinestetica" e ogni tanto mi capita di parlarne con lui. A volte, il colore che associamo a lettere o suoni è simile, a volte del tutto diverso. Mi chiedo se ciò dipenda dalla sensibilità personale o da associazioni pregresse - per esempio, io ho sempre amato, come suono, le lettere A e S: le vedo entrambe azzurre (la A azzurra o bianca, in effetti), che è anche il mio colore preferito. L'associazione è dovuta al fatto che sia il colore sia il suono mi piacciono molto? Qualche giorno fa, per esempio, facevo un semplice gioco con la persona di cui vi parlavo prima qualche giorno fa: qual è il colore dei mesi? Gennaio, per esempio, per me è bianco-bianco argento, mentre febbraio è azzurro, a volte più vivace a volte più opaco, come avio; marzo è un verde chiaro, mentre aprile è giallo come le primule. Maggio è rosa-rosa pesca, mentre giugno è un rosa più deciso. Luglio è un verde intenso, mentre agosto è rosso-arancio. Settembre è blu-viola (indaco, direbbe Wikipedia, un pochino più opaco, forse), ottobre è marrone, a volte più castagna a volte più marrone dorato; novembre è nero, mentre dicembre è rosso.
Nelle mie associazioni hanno avuto una parte sia i suoni del nome di ciascun mese, sia ricordi e significati legati al periodo in sé. E ha una parte anche il momento in cui ci rifletto, credo: alcuni mesi sono strettamente legati a un colore o ad alcune sfumature precise, ma altri sono più sfuggenti e, chissà, fra qualche tempo potrebbero mutare.

Mi piacerebbe sfruttare di più le possibilità espressive delle sinestesie, in futuro, almeno in certe descrizioni. Dipende dal personaggio nel cui punto di vista mi trovo immersa, o dalla scena. Lo vedo come una "spezia": qualcosa che ben dosato arricchisce la descrizione e ne fa risaltare il sapore, ma che non va sparso a manciate a ogni riga, altrimenti renderebbe il tutto nauseante. Insomma, le sinestesie devono avere uno scopo espressivo, non semplicemente attirare l'attenzione su di sé nella speranza che il lettore pensi "uh quant'è figo l'autore" (il tipo di cosa che, per quanto mi riguarda, uccide un libro: l'ansia di mostrare quanto si è bravi). Le descrizioni in generale, e a maggior ragione le sinestesie, come tutti gli elementi narrativi sono a mio parere al servizio della storia, non viceversa: meno si fanno notare, più saranno efficaci. Non voglio che il lettore si distragga per considerare quant'è bello o meno lo stile: voglio che si perda nel libro e poi si stupisca di averlo fatto.

In un manuale che sto leggendo, dedicato appunto alle descrizioni, si parla di sinestesie in termini che mi hanno incuriosito (Word painting di Rebecca McClanahan, se siete interessati). Come tutto in questo periodo, anche nella lettura vado a singhiozzi di ritaglio di tempo in ritaglio di tempo, ma proseguo. E, nel frattempo, medito...


lunedì 7 luglio 2014

Malefica? Anche no

Questo film non mi attirava granché fin da principio e, infatti, non sarei qui a parlarvene se la programmazione del sito del Movieplanet delle mie parti non fosse stata sbagliata e io non mi fossi ritrovata alla cassa del cinema, qualche sera fa, a guardare un elenco di film diverso da quello che mi aspettavo. Insomma, tornare a casa o ripiegare su altro? Vabbe'... diamogli una chance, a questo Maleficient.
Non l'avessi mai fatto.

Premessa: quanto segue è la mia opinione. Non un insulto alla sensibilità di qualcuno, non una critica a chiunque abbia parlato bene del film, non un attacco alla democrazia. Semplicemente, sono rimasta talmente sconvolta da questa visione da ritrovarmi a rimpiangere Biancacessa e il cacciagnokko, e giuro che questo non me lo sarei mai aspettato. Sto quindi cercando di metabolizzare lo shock, e come sempre scriverne è catartico. Quindi, con tutta calma e senza intenti offensivi, ecco i motivi per cui questo film è stato per me un trauma peggiore della famosa Corazzata di fantozziana memoria. Se a voi il film è piaciuto, va bene: non sono i gusti cinematografici a formare la mia opinione su una persone e si può anche non concordare su un argomento del genere senza che sia un dramma.

La trama la sanno anche i sassi. E giuro, giuro che mi era pure parsa interessante, come concept almeno: pigliamo un kattivo e rendiamolo tormentato, facciamogli fare il protagonista. In fondo, adoro Rumpelstiltskin e apprezzo moltissimo Regina da Once upon a time, se loro sono villain meravigliosi perché non poteva accadere lo stesso in questo caso?
Ahimè, che ingenua.

Malefica in versione badass, abiti dadipinti  preraffaelliti,
ali e corna. Not bad
Il film inizia con la giovane fata Malefica - e già parte il primo ma perché cazzo: ma perché cazzo si chiama così, se è una fata potente ma buona in uno scenario naturalisticomagico pieno di creature fantastiche buone? Troppo sforzo darle un altro nome e poi, una volta passata al Lato Oscuro, dire che "da allora la chiamarono Malefica" o roba del genere?
Comunque, questo è il meno. Malefica è giovane e potente, ha le ali più forti di tutti e le tre fatine che ritroveremo in seguito con Aurora già le cagano il cazzo perché "va sempre troppo forte con quelle ali" o qualcosa del genere. Malefica s'innamora di un ragazzino brutto quantomai, che se ne va e le spezza il cuore, dopo averci mostrato che le creature fatate temono il ferro e se lo toccano ne vengono ustionate.
Finora, l'estetica del film oscillava tra lo zuccherosamente disneyano (alcuni dei mostrilli con gli occhioni, sullo stile di quegli inutili botoli che infestavano il castello della Bella e la Bestia con Vincent Cassell, per esempio, o le tre fate che "aiuteranno" Aurora, vestite in stile Cicely Mary Barker) e dettagli convincenti: alcune scene suggestive notturne, gli "Ent" o giù di lì, delle fatine multizampe che assomigliano a quelle dei denti che vediamo in Hellboy II e persino la stessa Malefica, con quelle corna da fauno e gli occhi cangianti: non la solita fatina tanto carina, ma una creatura che davvero sembra legata al cielo e alla terra, al caos e alla natura. Il riferimento al ferro è pure legato al folklore tradizionale e mi ha fatto molto piacere. L'attrice che interpreta la giovane Malefica, Isobelle Molloy, è perfetta per il ruolo.
Da adesso si peggiora soltanto.

Malefica cresce, diventa la Jolie e l'universo mondo concorderà su quant'è gnokka e su quant'è brava. Io in questo caso faccio la bastian contraria, perché non mi è mai stata particolarmente simpatica, ma vabbe', non discuto la sua prestazione né la sua beltà, anche se non corrisponde ai miei gusti. Comunque, Malefica-Jolie s'è fatta venire du' zigomi più affilati degli artigli e come niente si fa abbindolare dallo stronzone, Stefano, il ragazzetto di cui sopra, che le taglia le ali per fingere di averla uccisa e venire nominato erede al trono. Perché pure il re che c'era prima era stronzo forte e ce l'ha con le creature fantastiche e la brughiera dove vivono, vuole conquistarne i tesori e probabilmente posteggia pure in doppia fila. Stefano diventa re, ma non scrive horror, è re e basta; e Malefica si dispera ed è costretta ad andare a piedi. Combina l'unica cosa buona del film, ovvero si trova un alleato corvo, Fosco, o Diaval nell'originale, che procederà a trasformare da uccello a ragazzo a lupo a quel che le pare ed è l'unico personaggio decente. Quindi, siccome è Malefica, comincia a vestire dark, trasforma la brughiera in un posto orrib... ehm, no, se no era cattiva. La circonda di spine per tener fuori gli scassapalle e fa pure bene, ma per il resto le creature fantastiche se la vivono tranquille e non c'è tutto 'sto sconvolgimento. Se no rischiava di essere malefica sul serio.

Tre dei personaggi più idioti che mai cinema abbia mostrato
Ma se non è Malefica, è di sicuro Maleficiente, perché quando va a maledire la marmocchia appena nata a Stefano re e consorte, è lei stessa ad offrire il sistema per disinnescare la maledizione della mosca tsè tsè, ovvero tramite il bacio del vero amore. Sì, sì, alla fine lo dice, "l'ho fatto perché tanto il vero amore non esiste", certo, credici. Diciamo che gli sceneggiatori sono pigri e oltre a infarcire il film di dialoghi imbarazzanti non avevano voglia di sbattersi, tanto più che la terza delle tre fate deficienti viene interrotta prima di offrire il suo dono magico ad Aurora, come nella fiaba, ma quale quel terzo dono sia non lo sapremo mai, perché non viene affatto usato per attenuare gli effetti del maleficio: ha già fatto tutto Malefica! Quindi, a che serve mantenere l'interruzione, che poi lo spettatore un minimo attento si aspetta salti fuori prima della fine?
Che è malefica, eh, uuuh quanto è malefica. Non vedete che veste di nero? Non avvertite tutto il suo Tormento Interiore?
Incomprensibilmente mentre Stefano re fa radunare gli arcolai in una stanza del castello ma senza distruggerli perché se no come facciamo a far pungere la principessa, Aurora viene affidata alle tre fate di rara idiozia, che la portano in una capanna accanto alla brughiera di Malefica. La quale le sgama tipo in mezzo secondo e da lì si mette a salvare Aurora ogni tre per due, nutrirla e quant'altro, perché le tre idiote non sanno fare nulla se non litigare tra siparietti irritanti e risatine cretine. E una è la Umbridge, Imelda Staunton. Fino all'ultimo ho sperato combinasse qualcosa, ma niente. Ma perché cazzo le fate dovevano essere così sceme? Per non creare un minimo di conflitto neanche per sbaglio? Nel film Disney erano un po' imbranate con le faccende da umani, ma non cerebrolese, e quando si trattava di combattere e proteggere la pargoletta erano badass, mica storie.
Aurora sotto effetto di polvere di fata
E poi.
Aurora.
Il vero maleficio non è quello della fata Kattiva ma in fondo Buona. Il vero maleficio che le appioppano glielo scarica addosso la cretina più cretina delle tre, quella blu: "ti auguro di essere sempre felice ogni giorno qualunque cosa ti accada", più o meno.
Rifletteteci.
Sempre felice ogni giorno qualunque cosa ti accada significa che quella povera ragazza gira per tutto il film sorridendo come una decerebrata qualunque cosa le accada. In pratica è costantemente in trip. Spaventoso. Inguardabile e spaventoso.

Fatto sta che, stretta la foglia, larga la via, la Maleficiente decide di spezzare il proprio stesso incantesimo (perché in tutto il film è rimasta kattiva tipo trenta secondi, meno delle mie incazzature da ciclo, per dire), ma non ce la fa. Come rimediare? Propiziamo il bacio tra Aurora e il principe Filippo, un ragazzino (e mi sta bene, l'altra ha 16 anni) che va in giro a cavallo in missione senza scorta (il padre dev'essere un uomo molto fiducioso, buon per il suo regno) e ha una tremenda faccia da Justin Bieber che fa venire voglia di prenderlo a schiaffi. E non combina granché, visto che Malefica se lo trascina dietro addormentandolo e facendolo galleggiare a mezz'aria. Un po' un vizio, perché anche i soldati di Stefano re li aveva trattati così. D'altronde è Kattiva, ma non li può far fuori. E pure gli scherzi che fa alle fatine, ah! Tirar loro i capelli, far piovere in casa, terribile! Aurora l'ha perfino scambiata per la fata madrina e le due sono pappa e ciccia.

Se questo è il principe, anche no.
Grazie, ma no grazie
Tranquilli, l'agonia è quasi finita. Aurora viene rimandata al castello, si punge, crolla a nanna. Stefano re, che lui sì è proprio un Kattivone, ha preparato una super difesa a base di ferro. Molto fica: un corridoio del castello è tutto irto di spuntoni... ma perché cazzo, visto che tanto ci si passa in mezzo praticamente senza fatica?
Tralasciamo la battaglia finale con il previsto drago, tanto ferro, tanto fuoco, tanti scontri. Tralasciamo il colpo di scena finale *SPOILER* con le ali che si riappiccicano perché NO, NO, NO! In quel momento pensavo solo NO!
Poi ok, l'idea di ribaltare il solito concetto di amore a prima vista, scherzare sul fatto che il principe Filippo ha incontrato la sua bella una volta sola e quindi checcacchio di bacio del vero amore dovrebbe darle, è carina, sì. Fatta molto meglio in Come d'incanto, per dire, ma vabbe'. Come prevedibile l'unico vero stronzo del film viene punito e tutto il resto finisce a tarallucci e vino.
The end.
Grazie agli dèi.

Resta un film che sì, ha i maledetti effetti speciali, ma quale film non li ha oggi? La Jolie sarà brava quanto volete, ma la sceneggiatura trasmette le emozioni di un calzino sporco e del suo personaggio me n'è fregato proprio poco. Fate, principi e principesse sono ridotti a cretini senza speranza, fantocci e sottospecie di Pollon perennemente sorridenti. Dove sta il conflitto? Dove sta il tormento di Malefica, che non è mai credibile come cattiva e non è interessante come buona? Ma perché cazzo i realizzatori di questo film hanno collezionato una tale quantità di spunti sprecati e idee interessanti devastate?
Ridatemi Once upon a time.

giovedì 3 luglio 2014

To Write List di luglio

Una foto che riassuma il periodo? Courtesy of Bitstrips:


Il che può farvi intuire che non è un gran periodo per quanto riguarda la scrittura, più che altro perché ancora per qualche settimana sarò strasommersa di lavoro con una gigatraduzione da completare e letture e cosette varie di mezzo. Successivamente, la To Write List riprende in realtà quella dei mesi scorsi: alternanza della stramaledetta prima stesura del romanzo che mi sta facendo disperare faticare causa quantità enorme di carne al fuoco da gestire (perché, perché non scrivo cose BREVI e con DUE O TRE personaggi invece che una decina?) e dell'editing di Angelize 2.
Insomma, a parte qualche imprescindibile impegno (uno per tutti? La settimana prossima arriva a Milano Capa!) e le persone care, questi giorni sono dedicati solo al lavoro. Dal 20 o giù di lì spero di poter riprendere con il lavoro da scribacchina, invece.
Dopo aver dormito 24 ore di fila, tipo.

Miscellanee varie:
- mi sono intrippata per Let it go. La canto a orari improbabili. I miei vicini di casa ringraziano, presumo.
- ho visto Maleficient. Non volevo, io volevo gli X-Men. Ma il sito del cinema continuava a indicarli e invece erano già stati tolti dalla programmazione. Be', settimana prossima aspettatevi post sul film. Sarà un post della serie what the fuck?, vi avverto. Sto cercando di convincermi che sia stata una candid camera. Mi ha fatto rimpiangere Biancacessa.
- Settimana prossima anche post sinestetici, post librari, post scrittori, insomma, un sacco di cosette
- Grom ha svelato il mistero. Dopo la buonerrima cheesecake ai lamponi di giugno, il gusto di luglio è meringata alla fragola.
Voi non avete idea di quanto io adori tutto quello che ha a che fare con meringhe, meringate, fragole con panna.
E abito a tre minuti da Grom.


mercoledì 2 luglio 2014

Dimmi cosa cerchi e ti dirò WHAT THE FUCK?!!! - 25

Buongiorno! In questa mattina piovosa di luglio (Grom è così avvilito dall'estate freschina e piena di temporali che non ha ancora aggiornato il sito con il nuovo gusto del mese... su su *pat pat*) prima di riprendere un lavoro immenso che mi sta devastando occhi e schiena e soprattutto facendo alzare alle sette perfino sabato e domenica (*tuoni e fulmini*), sorrido un po' con voi nel ripercorrere le chiavi di ricerca assurde di luglio. Anche se Blogspot tenta di boicottare la faccenda, segnalandole sempre meno per motivi di privacy, così mi han detto, qualche pIrla c'è sempre.
Prima però il momento orgoglio: gente che cerca aislinn meet my angel, ovvero i post sugli interpreti dei personaggi di Angelize *____* E anche aislinn what the fuck, ovvero quelli sulle chiavi di ricerca. Grazie, grazie.
Magari ha qualcosa a che fare con tutto questo anche magia traduzione gaelico, visto che ho scritto spesso dell'origine gaelica del nome Aislinn. In ogni caso lo prendo come buon auspicio ^___^

Come al solito c'è un gruppetto di chiavi incomprensibili. Come allora stai. Allora stai che? Mi provoca un'ansia esistenziale. Non saprò mai come sarebbe proseguita la frase. Ci sono anche chiavi ambiziose: dalla poetica e un po' cheesy sei sempre tu nella mia mente a chi cerca scrittura dei geni. E poi capita qui, povero. Capitano qui pure cercando giovani scrittori: finché passo per giovane va benissimo XD Torna spesso (chissà perché) il filosofico e zen non ti curar di loro ma guarda e passa. Io preferisco declinarlo così:


Miscellanea per tutti i gusti: moda strana (spero non cercassero quell'osceno mezzo slip da uomo, una delle cose più antisesso che abbia mai visto), un geniale spermato zoo memes ita (applausi), significato tatuaggio gatto (significa che riconosci la supremazia dei tuoi signori e padroni gatti e quando prenderanno il potere verrai trattato con misericordia)

Per la serie film, musica & dintorni, prendetevi un secondo per ammirare 13 luglio 2013 tiri seconds to mars. Se li tirano io li prendo al volo, eh. Qualcuno si chiede si vedono i visitors senza pelle: amico, nella serie vecchia sì, c'è pure una scena dove si vede la maschera di gomma mezza rotta (quella da rettile, non quella da umano sopra quella da rettile). Nella serie nuova pure, e in qualche caso (quando mostrano il nudo integrale dell'aliena, verso la fine) sarebbe meglio di no, considerata l'assurdità dell'alieno). Più inquietante quando sheldon sorride:


Poverissima, ahimé, la sessione pornosessuosa. Maledizione! O sono spariti i pornonavigatori o c'è davvero una tragica censura che c'impedisce di deliziarci tra le "luci rosse". Resta solo un cazzipornografici tuttoattaccatomiraccomandomicachetimostrinocazzidialtrotipocomequellidelletavoleanatomicheeh.

In ogni caso, continuo a monitorare le chiavi di ricerca. Anche per trovare saggi consigli come questo: keep calm and boia faus!

martedì 1 luglio 2014

Angelography

Buongiorno! Di solito, primo e secondo giorno del mese sono dedicati ai post sulle chiavi di ricerca e sulla To Write List, ma questa volta slitteranno a domani e dopodomani perché ho un post arretrato che non voglio rimandare oltre. Nasce da una richiesta di una carinissima lettrice (grazie!!!) giunta qui grazie al mio Angelize, che mi ha domandato di consigliarle qualche bel libro sugli angeli.

Avevo già fatto qualcosa del genere per i miei amati vampiri PT (pre-Twilight. Ebbene sì, ho una predilezione per i succhiasangue da quando avevo tredici anni, soprattutto per tradizioni e folklore in merito. Meno per i vampiri del cinema e meno ancora per i romanzi - per la serie "siccome non ne trovo come dico io me li scrivo da sola"... ma questa è letteralmente "un'altra storia"). Il post sulla bibliografia vampirica era questo. Non il frutto di una ricerca ad hoc: semplicemente, ho guardato quello che avevo raccolto sui miei scaffali nel corso degli anni e ho selezionato i titoli più interessanti.
Per quanto riguarda gli angeli, invece, sono un po' più in difficoltà. Non ho per loro la stessa passione e quindi non ho gli stessi scaffali zeppi a casa; soprattutto, non ho trovato poi così tanti libri che mi abbiano convinto, tra quelli che ho letto sul tema. In compenso ho la mia breve wishlist di libri da leggere, pertanto vi segnalerò anche quelli.
Altro problema: in italiano sul tema c'è proprio pochino. Almeno se eliminiamo dall'elenco il paranormal romance, che mi fa quando va bene sbadigliare, e ci concentriamo sull'urban fantasy. Ma tant'è...

Ordunque, il primo romanzo che mi viene in mente è un must, punto e basta, a prescindere dal fatto che vi interessino specificamente gli angeli o meno: sto parlando di Buona Apocalisse a tutti! di quei due geniacci di Neil Gaiman e Terry Pratchett. Un dream team che ha prodotto un romanzo degno della loro fama, mettendo insieme i pregi dei due scrittori e tenendone a freno i difetti. Mondadori ha fatto pure il piacere di ristamparlo dopo che per alcuni anni era finito fuori catalogo, quindi che volete di più? Good omens (il titolo originale, che vivagliddèi non è così cretino come quello italiano) parla di un angelo e un demone che vivono sulla Terra e sono amici. Qui si trovano bene e, quando si accorgono che l'Apocalisse sta finalmente per arrivare, non ne sono affatto contenti: si alleeranno quindi per tentare di fermarla... Una delle due opere che mi hanno ispirato le atmosfere di Angelize (l'altra è Dogma, il film di Kevin Smith).


Al secondo posto ci metto, com'è ovvio, il romanzo a tema angeli del migliore autore urban fantasy che abbiamo in Italia, gomito a gomito con Francesco Dimitri, ovvero Quando il diavolo ti accarezza di Luca Tarenzi (Salani 2011). Il quale è anche il mio spacciatore di consigli librari preferito, e infatti gli devo metà dei libri che citerò qui: se cercate un esperto di libri sugli angeli è lui, e infatti è stato colui che più mi ha rassicurato quando gli ho fatto leggere Angelize, piena di dubbi sul risultato. In Quando il diavolo ti accarezza abbiamo una studentessa di veterinaria che un giorno, invece che un gattino abbandonato o un uccellino caduto dal nido, un giorno si porta a casa un demone reduce da un combattimento con un angelo. Perché Arioch sia stato evocato e che cosa ci fanno un sacco di pennuti in fermento a Milano sarà tutto da scoprire... Il romanzo è la dimostrazione che si possono anche inserire storie d'amore tra umane e creature fantastiche che non risultino un ammasso di prevedibile saccarosio tra personaggi imbecilli. E poi c'è un djinn che fa il kebabbaro. E c'è Azazel che è semplicemente mitico. E un sacco di altra roba interessante. E se leggete questo, poi non perdetevi Godbreaker che è meglio ancora.

E giusto perché così poi la gente può dire che faccio pubblicità agli amici, vi segnalo anche un romanzo del tutto diverso, Di me diranno che ho ucciso un angelo di Gisella Laterza. Anche lei l'ho conosciuta dopo aver letto il suo romanzo, uscito l'anno scorso per Rizzoli. Lo avevo recensito qui, perciò non mi dilungo; dirò solo che qui non si tratta di urban fantasy, ma di un racconto dalle atmosfere rarefatte che mi hanno ricordato, per esempio, quelle del Piccolo principe. Un angelo caduto sulla Terra e una demone che si cercano, una ragazza che ascolta il racconto dell'angelo, una sfilata di personaggi e storie: se cercate qualcosa di insolito e delicato, questo fa per voi.

Consiglio anche, poi, Uno stupido angelo di Christopher Moore, romanzo breve, per la media dell'autore, e quindi agile introduzione al mondo di Pine Cove. Un racconto di Natale molto particolare, dove un angelo decisamente clueless esaudisce il desiderio di un bambino in maniera del tutto imprevedibile... Non il migliore romanzo di Moore (del quale consiglio senza dubbio Il ritorno del dio Coyote e Un lavoro sporco), ma una lettura veloce e divertente. L'angelo Raziel compare anche marginalmente nel suo Il Vangelo secondo Biff, per alcuni il capolavoro dell'autore; per quanto mi riguarda, l'ho trovato decisamente troppo lungo e meno riuscito di quel che mi aspettavo. Se non avete mai letto nulla di questo autore, suggerisco i due titoli elencati più in alto.

Ultimi titoli italiani che cito sono Sandman Slim. La stanza delle tredici porte di Richard Kadrey, che inaugura anche la parte di post sui libri che ho io stessa in lista di attesa, come lettura: storia di killer, vendette, evasioni dall'inferno, tra thriller e ironia; e, infine, Più nero della notte di Ian Tregillis, di cui attendo l'uscita ma che, al momento, pare rimandato: atmosfere noir, angeli in corpi umani, gangster e, come si dice, apparenze che ingannano...

Segnalo infine un trio di romanzi mai arrivati nel nostro Paese, che potrebbero interessarvi se leggete in inglese (ormai requisito indispensabile per poter avere accesso a un sacco di libri che altrimenti ci si perderebbe). Come detto sopra e come anche il libro di Kadrey, sono consigli di Luca Tarenzi, ergo ci si può fidare. Riposano tranquilli nella mia wishlist: prima o poi scoprirò il segreto per non dormire e riuscirò a smaltirla...
Si tratta di The dirty streets of heaven di Tad Williams, quello che mi incuriosisce di più: storia di Bobby Dollar, angelo e avvocato di anime. Solo che a un certo punto le anime iniziano a scomparire...
Cito poi A kiss before the Apocalypse di Thomas E. Sniegosky, ancora un angelo, Remy Chandler-ovvero-Remiel, alle prese con una scomparsa: questa volta, a sparire è l'Angelo della Morte, sintomo di un problema molto più grosso.
Infine, chiudo con To reign in hell di Steven Brust, che riracconta la ribellione delle schiere angeliche.