mercoledì 31 ottobre 2012

Halloween - so it begins the darker half of the year

Avevo pensato di dedicare un post a Halloween - Samhain, in effetti. Perché da settimane circolano su internet le solite idiozie sulla festa che in realtà "svia i giovani verso l'occulto" ed è "demoniaca" o quantomeno "può diventarlo". Perché naturalmente il "magico" e il "mitologico" che vanno bene sono solo quelli cristiani e/o in generale monoteisti. Avrei anche potuto citare tutti quelli che si lamentano perché "non è una festa nostra", "è un'americanata".


Ma sapete che vi dico? Proprio non mi va. Ne ho parlato ad ogni Halloween per vari anni, e adesso di tirar fuori i soliti argomenti, nel modo in cui sono abituata - ovvero esponi le opinioni altrui, poi fornisci la tua - non ho voglia. Halloween non è una moda esplosa oggi. Le solite menate, le solite proteste, le solite critiche si ripetono all'infinito. Perciò, stavolta mi limito a chiarire che:

- non me ne frega un tubo se "Halloween" è diventata famosa per via dell'influenza USA. La festa ha origini antichissime, celtiche e genericamente pagane, ergo, sì, nostre. Che la forma attuale sia "addomesticata", almeno nella versione che passa sui telegiornali o che vediamo nelle vetrine dei negozi, be', me ne frega altrettanto. Non è molto diverso dal nostro innocuo carnevale paragonato a quello delle origini. Perciò, se davvero pensate all'americanata, leggetevi Halloween - Nei giorni che i morti ritornano di Baldini e Bellosi (Einaudi) e scoprite un po' i rituali di una volta delle diverse regioni italiane che, ohibò, sono proprio tanto simili all'americanata di cui sopra.

- Non me ne frega un tubo nemmeno del fatto che sia una festa "consumistica", perché non lo è più di qualsiasi Natale, Pasqua, Carnevale e così via. E almeno il sapore horror/gotico/oscuro dell'atmosfera di Halloween mi piace.

- Sapore horror/gotico/oscuro non vuol dire ecco è una festa satanicaaa! Se c'è una cosa che mi irrita da pazzi è la deviazione mentale che porta a vedere il male e il diavolo ovunque, dietro feste come questa, musica, film, libri, vestiti neri e quant'altro. Per me è un'idiozia, punto e basta; ma se anche voi ci credete, be', padronissimi, ma che ha a che fare questo col desiderio di altre persone di festeggiare Halloween? Perché imporre ad altri la propria visione della faccenda? A ognuno il suo e non scassate le scatole. Nessuno fa i picchetti fuori dalle chiese a Pasqua per protestare che i cristiani venerano uno zombie, no? Vivi e lascia vivere, quant'è difficile da imparare...

- "Ma Halloween è davvero un festival pagano e ci sono le streghe e uuuh che paura!"
Ebbene sì, possiamo chiamarlo Samhain e ricordarci che questa è davvero una festa pagana - molto più antica di quella che i cristiani hanno tentato di sovrapporci, as usual. Ma la mia domanda è sempre: e allora? Nessuno vi legherà costringendovi a compiere riti alla Dea.
"Ma i bambini! Non c'è nessuno che pensa ai bambini?"
Ai bambini auguro solo una sana scorpacciata di cioccolato, porca di quella miseria. E se verranno a contatto con tradizioni e culture diverse anche a causa di Halloween, be', si chiama arricchimento tramite le differenze. E se il vostro pargoletto crescendo non sarà cristiano, ma pagano, o musulmano, o buddhista, o ateo, o agnostico, o jedi, o quel che accidenti parrà a lui, ecco la novità: saranno cavoli suoi!
Sinceramente, temo molto di più il fanatismo di un monoteista in vena di crociate che le streghe moderne.

- E, in definitiva: divertitevi come meglio vi pare e non rompete le scatole al prossimo. Festeggiate se volete, non fatelo se non vi va.


Perciò, in fin dei conti mi interessa solo mandarvi gli auguri migliori che posso, lasciarmi pervadere dall'atmosfera notturna della metà oscura dell'anno, godere della luce della luna piena, da sempre simbolo della divinità femminile; e come al solito tentare di respirare in armonia con quello che mi circonda. E con me stessa.


E siccome tutto il mondo sta condividendo This is Halloween da Nightmare before Christmas, io evito e vi piazzo invece questa colonna sonora - sì, in questo caso davvero - (neo)pagana. Così potrete spaventarvi di vedere tutta questa brutta gente in mezzo a immagini di streghe e simbolismi strani e dire ecco, visto, è satanismo! E dimostrare così di non aver capito un cazzo.
Join the dance!


Grazie ad Anna per la terza immagine.

martedì 30 ottobre 2012

Serie tv - Big Bang Theory, Once Upon A Time e The Walking Dead

Settimana un po' fiacca, quella dei telefilm. How I met your mother non è andato in onda, e gli altri mi hanno destato in generale delle perplessità. Ma andiamo con ordine.
E attenzione: spoiler come se piovesse. Io vi ho avvisati.

Big Bang Theory: episodio in tema Halloween, con Sheldon e Amy che faticano a trovare un ideale costume "di coppia", visto che la poverina sognerebbe qualcosa di romantico e il disgraziato non sa nemmeno cosa questa parola significhi. Howard stressa tutti sottolineando a ogni frase che lui è stato nello spazio, mentre Penny (che cambia idea a ogni puntata, in questa stagione) si "ricorda" di quanto Leonard è intelligente. Non è male vederli in sintonia, quando lui le mostra il proprio lavoro e la affascina con le meraviglie del suo laboratorio, privo com'è della spocchia di uno Sheldon. E fa tenerezza anche Howard, che non vuole essere il solito sfigato di sempre e brama di sentirsi speciale.
Una volta BBT mi faceva scoppiare a ridere come poche cose che ho visto in vita mia. Adesso più che altro si sorride con un certo affetto per i personaggi; sono io a essere cambiata, o la serie non è più così travolgente? In ogni caso, sono sempre venti minuti piacevoli.

Chi ci sarà sotto il costume da Star Wars?

Once Upon A Time: questo quinto episodio della seconda stagione, intitolato The Doctor, svela finalmente l'identità del dottor Whale, su cui i fan si sono interrogati per mesi (qualcuno è giunto nel mio blog, tempo fa, cercando "Dr. Whale Dracula", tanto per dire). E lo fa con un intreccio più azzardato del solito, perché stavolta si mescolano non solo fiabe e libri per ragazzi, ma anche l'universo di uno dei capisaldi del gotico.
Mentre nel mondo in cui sono precipitate Snow ed Emma il piano della maga Cora si rivela e Hook viene... preso all'amo come un baccalà, visto che il suo travestimento per infiltrarsi tra le "buone" fallisce dopo due secondi (certo che Emma si ricorda del suo dono, intuire chi mente, solo quando serve agli sceneggiatori, eh?), a Storybrook Regina pare sul serio intenzionata a rinunciare alla magia e a rigare dritto. Mi piace vederla così fragile: c'è speranza davvero per lei? Tanti auguri per la terapia col Grillo Parlante...
La poverina lotta per resuscitare il fidanzato ucciso dalla madre, sia nei flashback che nel presente: e con l'aiuto di chi lo fa? Niente meno che del dr. Frankenstein... Whale, appunto. Alleanze e forzate collaborazioni si intrecciano e si rimescolano: vedere il trio Frankenstein-Rumplelstiltskin-Mad Hatter nei flashback risulta parecchio intrigante; be', per merito di questi ultimi due, in effetti. Whale/Frankenstein non ha un carisma paragonabile al loro, anche se gli viene bene la parte dello stronzo (per esempio quando, qualche puntata fa, incitava al linciaggio di Regina). Tuttavia, ho la sensazione che lo scienziato giunto nel mondo delle fiabe grazie al Cappellaio avrà ancora un ruolo da giocare in futuro. Per ora, si prende un pugno da Charming per essere andato a letto con Mary Margaret/Snow, riesce finalmente nell'esperimento di resuscitare un cadavere e si fa strappare un braccio. Così che Rumple/Mr. Gold possa riattaccarglielo con un gesto: per una volta sembra agire per orgoglio più che per un concreto vantaggio immediato, visto che il "prezzo" del suo aiuto, in questo caso, è solo la possibilità di gongolare mentre Whale finalmente ammette la superiorità della magia sulla sua venerata scienza. Mi resta un dubbio: da quale mondo arriva Frankenstein, in effetti? Il cappello di Jefferson/Mad Hatter può condurre solo a mondi dove la magia esiste (occorreva far sì che Rumple non potesse usarlo per venire a cercare suo figlio nel nostro mondo).
Jefferson, a proposito: quanto è adorabile! Prima di vederlo costretto a un'alleanza con Regina come nei flashback della stagione precedente, prima di trovarlo disperato per la lontananza da sua figlia, qui lo vediamo non proprio "matto", ma di sicuro piacevolmente bizzarro. Gli sguardi, gli atteggiamenti, la parlata hanno qualcosa della weirdness alla Johnny Depp. Promosso a pieni voti lui; un po' meno la puntata.

Inserire un'immagine di Jefferson è sempre un piacere.


The Walking Dead: se la scorsa puntata, la seconda, seguiva esclusivamente gli avvenimenti di Rick & Co alla prigione, la terza ci vede in compagnia di Michonne e Andrea presso la comunità del famoso/famigerato Governatore.
Già questo mi ha fatto meditare. Secondo me è significativo che, mentre un telefilm come OUAT propone allo spettatore un puzzle complicato di incastri, numerosissime sottotrame che s'intrecciano in un continuo avanti e indietro nel tempo, riferimenti e citazioni, costruendo ogni singola puntata su almeno due - ma spesso di più - livelli, TWD non ha nemmeno il coraggio di intrecciare due luoghi e due gruppi di personaggi, bensì preferisce schiaffare in faccia allo spettatore prima un monoblocco sugli uni, poi un monoblocco sugli altri. Sarà un caso, un accenno Michonne e Andrea s'era visto, in fondo, anche nella prima puntata; e di sicuro proseguendo la stagione le due linee narrative s'intrecceranno per forza. Tuttavia, a me pare un sintomo di insicurezza negli sceneggiatori, un esempio emblematico di come la scrittura e la gestione di trame e personaggi, in TWD, sia parecchio più incerta di quello che dovrebbe, e di sicuro non al livello degli effetti speciali splatter.
Che sì, restano un piacere: nemmeno cinque minuti e già vediamo un cadavere segato in due pezzi da un incidente, con abbondanti budella che si riversano fuori. E poi? Poi Michonne e Andrea osservano i terrrrrrribili uomini del governatore che ispezionano il luogo in cui un elicottero è appena precipitato e girano facendo fuori zombie e spappolando teste di tizi appena defunti. Ok, le due fanciulle ancora non sanno che non serve più essere morsi per risvegliarsi, tuttavia l'insistenza esasperata delle inquadrature che urla allo spettatore EHI, QUESTI SONO CATTIVI, SAPPILO! mentre i tizi, per ora, fanno solo quello che chiunque ha fatto da quando è scoppiata l'apocalisse zombie... bah. Altra spia che qualcosa non va.
E non ho molto altro da aggiungere, in effetti. Perché la puntata è stata fondamentalmente noiosa. Michonne non cambia espressione una volta che sia una, mi dà l'impressione che se aggrottasse ancora un po' di più la fronte la sua faccia imploderebbe e le schizzerebbero gli occhi di fuori. Andrea fa la parte della cretina che si fida, e gli sguardi svenevoli che inizia a lanciare al Governatore - accennati, eh, non sta ancora "flirtando", ma scommetto che ci arriverà - le meriterebbero una caterva di schiaffi. Fa piacere ritrovare Merle, ma a parte la protesi al braccio e le sue parole su Daryl (che resta uno dei miei personaggi preferiti, quando sfugge alla schizofrenia imposta a tutti, prima o poi, dagli sceneggiatori) non aggiunge molto di interessante. Il Governatore... boh. Non ho ancora stabilito quanto mi convinca l'attore scelto; non appariscente, ma in fondo ci può stare che sia un "uomo comune" diventato psicopatico a causa della situazione (non conosco il fumetto e l'impressione per ora è questa, magari sbaglio). Nemmeno l'acquario di teste zombie alla fine regala particolari emozioni.
Che poi lui e i compari facciano fuori i militari accampati (presumo) poco lontano anziché accoglierli e poi mentano spudoratamente alla popolazione, ohibò, che sorpresona... Colpo di scena telefonato anche senza aver già sentito quanto il suddetto Governatore sia "kattivo kattivissimo". Quota idiozie della puntata? Non poi troppo elevata: niente risate aperte come nella precedente, giusto qualche dubbio su come caspio abbiano fatto, all'inizio, i cattivi a non accorgersi di Michonne e Andrea acquattate dietro due ramoscelli, o su come abbiano fatto dei militari (si presume) super-addestrati a non far secco il Governatore appena spara: no, restano tutti basiti e si lasciano sforacchiare da lui e dai suoi compari (nessuno s'era accorto fossero tutto intorno).

In questa puntata Rick non c'era.
Lo ricordiamo così: c'è mancato.
Grazie a Germano per l'immagine ^^

lunedì 29 ottobre 2012

Le parole più belle [Turn the Page]

Questa settimana ripesco un vecchio post in cui parlavo di parole preferite, non solo per il significato, ma per il significato e il suono: parole da far scivolare sulla lingua, da assaporare come il cibo preferito.
(Nota: rileggere questi post, che stanno iniziando a diventare parecchio lontani nel tempo, mi provoca una strana sensazione di WTF?! Che persona ero? Quante cose non sapevo? Quanto ero ingenua? E, più di tutto, mammamiacorreggereieriscrivereiTUTTOOO!!! Non mi riferisco semplicemente ai post del vecchio blog, ma anche, ovviamente, alle storie. Tra gli altri ventordici progetti in ballo al momento, sto anche revisionando un romanzo cui tengo molto: e mi sembra di scavare nel carbone nella speranza di tirar fuori i diamanti.
Anyway, the mistakes I made along my way/made me who I am today, per dirla con i Three Days Grace. E in fondo, anziché lamentarsi di quello che correggerei ora, meglio rallegrarsi per il fatto di sapere, almeno un po', cosa dovrei correggere, giusto? Vuol dire evoluzione, in fondo.)
Eccolo qui, dai meandri del mio blog precedente e di diversi anni fa: Turn the Page!

Salve a tutti. Ieri mi è capitato di finire su una pagina Internet (di Yahoo Answers, credo, correlata alla Settimana della Lingua Italiana) in cui si discuteva di quali fossero le parole più belle della nostra lingua. Non sono più riuscita a ritrovarla per linkarvela (ho pescato questa sulle più belle parole del mondo, però) ma il tema mi ha incuriosito.

Ho sempre amato infatti il suono delle parole, soprattutto per come si correla al loro significato. Mi piace assaporare le lettere, come si sposano scivolando una dopo l'altra, così come mi piace creare i nomi dei miei personaggi e i termini delle loro lingue. Così, mi stavo chiedendo: quali sono le vostre parole preferite? Italiane, o anche straniere?

Per quanto riguarda me, ecco le prime che mi vengono in mente, italiane e inglesi, tutte parole che secondo me hanno un suono particolarmente affascinante:

Solitudine

Luna

Moonlight

Loneliness


E una mia preferita di sempre: darkness. Sentite com'è bello il contrasto tra la durezza della k che taglia la parola in due, e le altre lettere, sembra quasi di vedere l'oscurità personificata.
Sicuramente potrebbero venirmene in mente altre, e magari le aggiungerò; ci vorrebbe a questo punto uno psicologo che interpreti il tutto...

domenica 28 ottobre 2012

Grigio domenicale (e un annuncio)

Il "grigio" in realtà si riferisce solo al tempo di questi giorni, in realtà. Al cielo scolorito e al sole che si nasconde, al sonno della terra, al silenzio che dovrebbe appartenere alla metà fredda e oscura dell'anno. Non si riferisce invece al mio umore, nel caso ve lo siate chiesti: al momento riesco perfino a dormire sonni tranquilli (ogni tanto; questo week end, per esempio, miracolosamente). La marmocchia dei vicini non ha nemmeno rotto troppo le palle, oggi (domenica scorsa strillava in cortile. Alle nove di mattina. Al prossimo che mi dice uh che belli i bambini gli pianto io uno strillo da soprano direttamente nelle orecchie.)
Comunque, mi concedo un minuscolo *self-five-so-io-perché*.
E torno a rimuginare su tante cose e incrociare le dita per tante altre.

Yes, this is one of my many "me"

Certo, ogni tanto vengo colta dai miei abituali, improvvisi raptus di misantropia e le mie consuete fantasie alla JD (di Scrubs), quelle inseguendo le quali vagolo "altrove" con lo sguardo perso, si colorano di tinte livide e virano verso l'omicidio di massa. Come quando una STRONZA di corsa è riuscita a urtarmi e praticamente calpestarmi mentre correva chissà dove, in uno spazio ristretto (per la serie: ma dove cazzo vuoi andare??? L'equivalente dei maschioni con cervello da orango che sprintano ai cento allora per dieci secondi tra un semaforo e l'altro del centro perché fare brumbrum dà loro un senso di potenza). Ora, io non mi sono incazzata, non ho insultato nessuno (anche perché con l'iPod nelle orecchie non posso controllare il volume di quello che dico - sì, anche questa è utilità sociale della musica in cuffia, aiutarmi a controllare la rabbia improvvisa). Ma nel vedere che la STRONZA di cui sopra, camminandomi addosso, era riuscita a mollare un tale pestone al mio anfibio da scollarmi la suola... be', ringraziate che non possiedo i poteri di alcuni miei personaggi o avrei provocato morteterroredevastazione.
Ci sono anche fantasie alla JD mooolto più divertenti, eh. Tipo quella sulle giacche di lamè dorato o rosso... Ma questa è un'altra storia, vero, Sam? ^___^

Per il resto, la pianto di coinvolgervi nei miei deliri - tranquilli, sono innocui: basta arretrare senza darmi le spalle - e vi offro due brevi segnalazioni. La prima riguarda il blog 221b, il cui autore, Francesco, è stato così gentile da dedicarmi un post, dopo aver letto il racconto brevissimo Il pupazzo di neve, che compare in 365 storie cattive e che anche voi potete leggere a questo link. Grazie ancora a Francesco per il suo parere e per aver scritto di me.

La seconda è l'annuncio ufficiale del risultato di lunghi mesi di lavoro da parte dei bravissimi ragazzi della SIC, la Scrittura Industriale Collettiva: il Grande Romanzo Aperto cui ho partecipato anch'io vedrà la pubblicazione nel 2013 per Minimum Fax. Noi autori lo sapevamo da tempo, ma ora si può svelare: ecco qui un articolo che ne parla. Si tratta di "un romanzo a cento mani ambientato negli anni dell'occupazione tedesca in Italia e basato su aneddoti raccolti dagli stessi scrittori" e io sono felicissima di aver partecipato alla stesura, un lavoro atipico, diverso dal mio usuale metodo sia per argomento e genere sia per tipo di lavorazione, e per questo istruttivo e stimolante.
Ne saprete di più nei prossimi mesi, per ora rinnovo i complimenti alla SIC e in particolare ringrazio Vanni Santoni di avermi contattato, ormai anni fa, per chiedermi se fossi interessata a partecipare a questa avventura...
Attendo ora, come voi, di leggere il romanzo finito e stampato!

sabato 27 ottobre 2012

Van Canto - (svariate) cover a confronto

I Van Canto sono un gruppo di tedeschi che suon... cant... insomma, fanno "metal a cappella". O hero metal a cappella come lo autodefiniscono, perché quel hero fa molto figo.
Ovvero producono brani metal usando, oltre agli strumenti, che non mancano, le voci - maschili e femminili - in stile... Oddeah, mi verrebbe da dire "stile Neri Per Caso" ma li svilirei, perché, per quanto il primo impatto faccia forse sorridere, e di sicuro spiazzi un poco, in realtà non lavorano affatto male, questi pazzi tedeschi. Io li conosco soprattutto per le cover, ma sono anche autori di brani loro; tuttavia, visto che qui si parla del confronto "originali-cover", mi soffermerò solo su queste.

Provate un po' ad ascoltare un brano famosissimo, Fear of the Dark degli Iron Maiden (l'originale potete sentirlo qui, se volete rispolverarlo), come lo smontano e rimontano loro:


Il flavour epico-power i metallari tedeschi lo trasudano, mi sa (d'altronde, sono patria di Blind Guardian, Helloween, Gamma Ray e svariate band protagoniste, o colpevoli, dell'ondata powerosa di qualche anno fa - oh my, un po' più di "qualche", in effetti). E infatti non manca, per esempio, anche una loro versione di Bard's song (in the forest) dei (MIEI!) Blind Guardian (originale qui). Ma si va anche sul thrash, con varie cover dei Metallica, per esempio la notissima Master of Puppets (qui il pezzo originale).


La scelta delle cover spazia comunque parecchio. Ultimo esempio? Wishmaster, dei finlandesi Nightwish. Ma potrei citarvene molte altre... Perciò, se volete scoprire qualcosa di più sulla loro discografia, le band cui hanno reso omaggio e la produzione firmata invece Van Canto, spulciatela sul loro sito oppure in coda alla pagina Wikipedia.

venerdì 26 ottobre 2012

Dieci indiscutibili segnali per capire se si è scrittori

Scusate la latitanza di questi giorni. Per farmi perdonare posso dire che ho un mucchio di argomenti da affrontare e di post in programma che attendono solo di essere scritti... so stay tuned. Nei prossimi giorni cercherò di portarmi un po' avanti e prepararne già almeno alcuni.

Nel frattempo, faccio un salto per segnalarvi un articolo simpatico appena trovato sul blog Writability: seguite il link per leggerlo interamente. Si tratta di un elenco di dieci "indiscutibili segni" che identificano lo scrittore (condizione che non ha nulla a che fare con la pubblicazione). Essendo la persona sicura di me che sono, quando apro questi link il pensiero è sempre oddeah adesso ci saranno tutte cose che non c'entrano nulla con meee! Sì, lo so, è un'idiozia, anche perché gli elenchini di questo tipo sono uno sfizio, sono spesso personali, arbitrari, modificabili, adattabili eccetera... anyway. Ecco cosa l'autrice, Ava Jae, propone, con i miei commenti dopo ogni punto:

  1. You constantly edit. Whether it’s while you’re driving down the street and pass a misspelled sign, or grammatical errors in Facebook posts, you fix errors constantly in your mind—and sometimes not so silently. 
    Ehm. Una delle cose che mi trattengo dal fare ad alta voce, ma che è sempre in the back of my mind: correggere gli orrori di grammatica, spesso con un urlo di rabbia interiore quando vedo scrivere , l'o, pero' e altre amenità. Editare mentalmente i libri già stampati. Soffrire per gli stupri linguistici sui social o sui siti che frequento.
  2. You’re highly observant. And not only do you notice things all the time, but you file them away in your I could write about this later folder.
    Mi divido tra distrazione - perché fantastico, rimugino, ripenso a scene, storie eccetera (more about this later) - e osservazione. Perciò perdo alcune cose, ma ne noto altre - quei dettagli, quelle curiosità, quegli episodi apparentemente banali che vengono archiviati e diventano soggetti di racconto, oppure particolari che arricchiranno romanzi, ambientazioni e così via.
    Non tutti lo capiscono, purtroppo.

  3. You often ask, “How could I describe this?” You don’t ignore your life experiences—everything from walking outside during a torrential downpour, to burning yourself while cooking, to taking the first bite of a piping-hot homemade chocolate chip cookie can be used in your writing, and you often pause to think about how you would describe it in words.
    Altra costante. Cercale le parole, le metafore, gli aggettivi, i sostantivi giusti per descrivere quello che capita intorno a me, il dettaglio curioso appena scoperto, o quello che ho davanti agli occhi dell'immaginazione, il frammento di storia su cui rimugino al momento.
  4. You have a hyperactive imagination. There’s never a dull moment in that head of yours—your imagination is always working on overtime to keep you entertained and give you fresh ideas. 
    Esattamente quello che dicevo qui non molto tempo fa.
  5. You feel inspired to write after reading a good book. Enough said. 
    Appunto. Cos'altro aggiungere? La bellezza (di una storia, di uno stile) stimola la mente, la voglia di creare, il desiderio di produrre altrettanta bellezza.
  6. You often daydream about your WIPs. Your characters never completely leave you— they walk alongside you throughout the day and give you new ideas when you least expect it.
    Oh già! Ne ho parlato qui, e altrove nel blog. Loro sono sempre con me. Loro commentano ciò che vedo, saltano fuori nei momenti meno opportuni chiedendo attenzione, o pronunciando proprio la battuta di dialogo che cercavo e che devo subito annotare, altrimenti rischio di scordarla. Loro ci tengono a farmi sapere il piatto che preferiscono, le manie che hanno, quello che vorrebbero. Loro cercano di farmi dire cose sconvenientissime nel momento meno opportuno! Loro sono l'ultimo pensiero prima di dormire. Loro sono più reali delle "persone vere", a volte. E più gradevoli di molte.
  7. You feel guilty if you haven’t written anything in a while. What a “while” is depends, but after a writing hiatus, a part of you begins to demand that you get back to the keyboard and reprimands you if you don’t.
    Assolutamente. Mi autofustigherei, nei periodi in cui "non va". 
  8. Grammar jokes are funny. Well, they are.
    Che altro commentare?

    Grammar

  9. You can’t get enough books. After all, every new book is a couple hours worth of inspiration. 
    Ho rinunciato a lottare contro la bibliobulimia, la pratica dello sbavare indecentemente di fronte ai libri e alle vetrine delle libreria, l'abitudine ad avere una pila immensa e traballante di future letture che mi attende sul comodino.
  10. You keep doing this writing thing. It doesn’t matter if you’re not published, if no one else cares if you continue to write, if you don’t make a penny off of the words that you put on the page—none of that matters, because you’ll continue to write anyway.

    Semplicemente, non posso farne a meno. Devo.
stories

Per una volta posso dire "ce l'ho, ce l'ho, ce l'ho..." caspita, ce li ho tutti. Probabilmente c'è da preoccuparsi, ehm... Comunque, voi cosa ne pensate? E, rivolgendomi a chi condivide la passione per la scrittura: quale sarebbe il vostro elenco di cose che vi rendono scrittori?

mercoledì 24 ottobre 2012

Self-editing for fiction writers

Qualche giorno fa ho terminato la lettura di Self-editing for fiction writers, la seconda edizione di un manuale incentrato, come potete intuire dal titolo, sulle tecniche di revisione del proprio romanzo. Autori sono Renni Browne e Dave King, entrambi editor. Purtroppo mi risulta che il testo sia reperibile solo in inglese (qualche editore che abbia voglia di tradurlo? Dino Audino, per esempio, che ha portato in Italia numerosi manuali utilissimi?) Lo trovate comunque facilmente su Amazon, edito da Harper.

Perché, sia detto subito: è un testo che vi consiglio, senza se e senza ma. Più agile e immediato rispetto a Revising fiction di David Madden (denso, densissimo), più puntuale rispetto a Revision & Self-editing di Bell, che è piacevole, ma è soprattutto un "bignami" di tutto quello che si dovrebbe tenere presente parlando di scrittura, e per quanto riguarda la parte di editing è piuttosto stringato.
Nel loro testo, invece, Browne e King permettono di toccare con mano il concreto lavoro svolto dagli editor sui romanzi, unendo le spiegazioni teoriche a numerosissimi esempi concreti, estrapolati sia da testi già pubblicati sia da manoscritti sottoposti loro in valutazione; ogni capitolo è concluso da un'utilissima lista di punti da consultare per analizzare il proprio testo dal punto di vista dell'ultimo argomento trattato, nonché da esercizi, con la soluzione (o una delle possibili proposte di soluzione, visto che si parla di scrittura e non di matematica) in fondo al libro. E qualche volta ci si diverte anche a "editare" brani presi da illustri classici, ad esempio Il grande Gatsby, perché, come giustamente sottolineano gli autori del manuale, la tecnica di scrittura si evolve, e inoltre, be', quale scrittore è sempre e solo perfetto?

Parlando di contenuti, il manuale è diviso in dodici capitoli ricchissimi di spunti e di consigli molto pratici, che spaziano da quelli apparentemente più banali e utili ai principianti (non che agli scribacchini di lungo corso non faccia bene un ripasso, ogni tanto...) fino a quelli invece più raffinati e meno intuitivi. Come per ogni manuale, non dovete seguire tutti i consigli e tutti gli avvertimenti proposti qui a ogni costo: piuttosto, lo scopo è porsi domande, prendere in considerazione metodi diversi, sperimentare, acquisire consapevolezza di aspetti magari mai considerati prima ed esercitarsi in modo pratico, per creare così il proprio metodo di lavoro. E chissà, magari trovare lo spunto giusto per risolvere una momentanea impasse della storia cui state lavorando da mesi, o farsi illuminare da una lampadina improvvisa, "ehi, a questo non ho mai pensato, magari funziona!"
Si spazia dall'immortale, famoso, imprescindibile show don't tell (consiglio di cui ormai tutti si riempiono la bocca, salvo spesso non avere idea di quello che significa davvero). Il "mostrare e non raccontare" non è considerato l'unica possibilità: gli autori si soffermano anche sui momenti in cui è meglio usare qualche riga di narrative summary, per esempio tra una scena e l'altra (quindi, se siete diffidenti, non temete: manuale non è sinonimo di assolutismo e catene). E propongono una sigla facile facile, ma oh quanto importante, come memento: R.U.E., ovvero Resist the Urge to Explain. Resistere all'impulso di spiegare. Per fare un esempio triviale, così su due piedi: se scrivete in un dialogo "Vaffanculo, stronzo!" non c'è bisogno di aggiungere subito dopo "Tizio era arrabbiato e offeso". Le parole pronunciate (e si spera anche i gesti del personaggio, il contesto ecc) bastano a mostrare quello che prova Tizio, perché appesantire il tutto con l'ovvio? Come si dice a p. 85, You don't want them to know the fact, you want them to feel the emotion, come autori non vogliamo che i lettori "sappiano" come si sente un personaggio, vogliamo che provino sulla loro pelle le stesse emozioni. Ecco qui riassunto perché è importante e non opzionale il "mostrare".

Si parla poi anche del modo migliore di caratterizzare i personaggi, di punti di vista, di dialoghi, di proporzione (concetto meno famoso dello show don't tell, ma fondamentale, IMHO, nonché più arduo da applicare di quanto sembri), perfino della suddivisione in paragrafi, e si conclude con diversi consigli per mostrare la propria professionalità e non essere scambiati per dilettanti allo sbaraglio (per esempio, evitare troppi punti esclamativi, stare attenti all'uso delle costruzioni in -ing, corrispondente all'insidioso gerundio, ecc.) e, infine, un capitolo dedicato a un concetto elusivo e ostico da definire, quello della "voce" di un autore. E anche se, come riconoscono gli autori, non è possibile "insegnare" a qualcuno qual è la sua voce, che dovrebbe essere unica e inconfondibile, anche qui però non mancano consigli e proposte che ho trovato molto interessanti per prendere coscienza della scrittura e acquisire dimestichezza con la propria "voce".
Non mancano aneddoti derivati dall'esperienza diretta dei due editor, e un po' di sana ironia per alleggerire il testo e renderne piacevole la lettura. E nonostante l'indubbia importanza della tecnica, la vediamo sempre al servizio della storia, dei personaggi, dell'obiettivo finale - scrivere il libro migliore possibile - e perciò, in definitiva, del lettore. Che magari non sarà mai consapevole del lavoro immenso dietro al romanzo che tiene tra le mani, né avrà idea di cosa significhi la parola "tecnica" riferita alla scrittura; ma godrà i frutti di quella fatica. In fondo, a technique that distracts the reader is never a good idea (p. 89), la tecnica non deve distrarre il lettore, deve anzi essere invisibile: solo così può essere efficace. Ecco perché, per esempio, infarcire un romanzo di paroloni eleganti in genere serve solo ad appesantire e snervare, perché richiama l'attenzione sull'autore come se stesse gridando "guarda quanto sono bravo, guarda che bel linguaggio so usare!", e perciò distoglie dalla storia.

Nota. Visto che in Italia si fa sempre polemica parlando di "critiche agli autori", di "rispetto", di quello che i lettori "possono" o "non possono" dire recensendo un romanzo e così via, cito da pagina 82 del volume la conclusione di un brano che Browne e King traggono dal New York Times Books Review, una recensione di un libro di Ludlum firmata da Newgate Callender: The book may sell in the billions, but it's still junk.
Detto così, senza mezzi termini, di un autore best seller, dopo ovviamente aver spiegato i motivi di questo giudizio.
E noi stiamo ancora a offenderci quando qualcuno fa notare che il tal libro è mal scritto.


martedì 23 ottobre 2012

Serie tv - nuove puntate

Quarta puntata per i telefilm che sto seguendo in questo periodo, salvo The Talking... ehm, The Walking Dead, che è giunto invece alla seconda. Vediamo un po' che combinano questa settimana i protagonisti delle diverse serie. Come sempre, spoilers!

How I Met Your Mother: episodio che scorre via liscio e piacevole, anche se senza particolari sprazzi di genialità. Mi infastidisce sempre un po' quando le sit com di questo tipo mostrano cliché come "la coppia che dopo aver avuto un figlio si isola dal mondo": finora la rappresentazione di Lily e Marshall neogenitori era stata più fortunata, dato che puntava sulla stanchezza cronica e sull'ansia di una Lily iperprotettiva; in questo episodio, dove i due per un certo periodo decidono coscientemente di rinunciare a tutte le serate con gli amici "perché c'è un bambino", l'ho trovata invece poco felice. Per fortuna però i due rinsaviscono... Dopo aver imbastito una sorta di Ruota della Fortuna per decidere chi, tra Ted, Barney e Robin, sarebbe il perfetto tutore di Marvin. Ancora una volta la carta vincente è proprio - Wait for it... - Barney Stinson, con i suoi siparietti e il suo modo distorto di affrontare i problemi di un rapporto adulto-bambino.



Big Bang Theory: non male questa quarta puntata della sesta stagione. Il povero Howard mi sta diventando sempre più simpatico: sfortunato con la moglie, in difficoltà persino con la madre - che si è trovata un amante -, ignorato dagli amici "in tutt'altre faccende affaccendati", proprio il giorno del suo ritorno dallo spazio. Mi piace il suo lato più fragile: vedremo come si evolverà il suo matrimonio.
E gli altri? Puntata all'insegna del girl power, con il geniale Sheldon, in coppia con Leonard, sconfitto su tutta la linea in una lunga serie di giochi da Amy e Penny. Siccome adoro quando Sheldon è in difficoltà e viene un pochino ridimensionato nella sua presunzione, sono rimasta soddisfatissima nel vederlo massacrato da Penny, sempre vittima della sua supponenza.


Ma veniamo ai due "piatti forti". Once Upon A Time: premettendo che una puntata tutta incentrata su Rumplelstiltskin e Belle non può non ridurmi a fangirleggiare, questo The Crocodile introduce altri due personaggi, ovvero Killian Jones, il pirata che diventerà Hook, ovvero Capitan Uncino. Mi chiedo perché non abbiamo mantenuto il nome originale scelto da Barrie, ovvero James Hook, ma a parte questo dettaglio... be', di sicuro il personaggio interpretato da Colin O'Donoghue entrerà nei cuori delle fan. Nei flashback apprendiamo un altro pezzo della storia di Rumplestiltskin, abbandonato dalla moglie per la sua codardia. Lui crede che Milah sia stata rapita, ma in realtà la ritroviamo innamorata del fascinoso pirata quando, anni dopo, Rumplelstilskin, ormai diventato l'Oscuro Signore, cerca vendetta. Non svelo di più, ma come potete immaginare scoprire che quello tra Milah e Killian è vero amore non addolcirà il cuore di Rumple... Che, nel presente, scopre come sia difficile mantenere una relazione onesta con Belle. La ragazza è tosta e non intende sopportare bugie e inganni, né tantomeno piegarsi al volere del padre ritrovato. Adoro come Emilie de Ravin e gli sceneggiatori danno vita a questo personaggio: indipendente, determinata a decidere della propria vita, e amante dei libri, proprio come nel film Disney che l'aveva resa uno dei miei personaggi preferiti di sempre.
Quando però Belle se ne va e finisce in brutti guai, ecco che Rumple mostra il lato migliore di sé, quello più fragile e sinceramente innamorato: per trovarla, si allea niente meno che con il principe, Charming, temporaneamente nei panni di sceriffo... e scopre quanto sia brutto venire ripagati da diffidenza e odio per il male compiuto in passato, perché nessuno vuole aiutarlo. Finché sarà Red, che sta diventando amica di Belle, a dar loro una mano. La conclusione è dolceamara: ma il gesto finale di Rumplestiltskin, il momento in cui finalmente trova il coraggio di aprire il suo cuore a Belle, e le parole di lei, fanno ben sperare. Anche se attendere di sapere come proseguirà la vicenda è una tortura! E non tutto è rose e fiori: Rumple non ha scordato i vecchi metodi (ma quando adoro come Robert Carlyle dipinge la sua rabbia! Ad esempio, quando ha scatti violenti contro il padre di Belle, che già era finito all'ospedale per le sue bastonate nella prima serie). E perché Hook non è a Storybrooke? Vederlo alla fine in combutta con Cora, la madre di Regina, annuncia nubi di tempesta.
In mezzo a tutto questo, c'è spazio pure per un accenno alla fiaba dei fagioli magici, nonché all'Isola che non c'è. E anche questa volta gli autori di OUAT riescono a mescolare storie diverse, districandosi con grazia e dando loro una patina di novità e profondità che mi conquista. Ancora di più, la forza della serie sono i personaggi, subito sfaccettati e complessi anche quando li vediamo dipinti con pochi tocchi in un unico episodio. C'è parecchio da imparare sulla costruzione di una trama e sulla caratterizzazione, da questo telefilm.



E infine... *sospiro*: The Walking Dead. No, non voglio essere prevenuta. E prima di scoppiare a ridere stavolta c'è voluto un po'. Perdonatemi: TWD si presta così bene a essere oggetto di ironia... Siete avvisati.
Ma andiamo con ordine: l'episodio è tutto concentrato sugli eventi della prigione conquistata (in parte) da Rick & company. Hershel viene portato privo di sensi (e pertanto impossibilitato a stracciare i maroni, yeah) nel braccio dove i nostri hanno stabilito il quartier generale. Mentre Carol, divenuta superesperta di medicina perché il vecchio le ha insegnato "due o tre cose" sul parto durante i mesi tra prima e seconda serie, si occupa di lui (prima di dedicarsi alla pratica chirurgica su zombesse, vedere per credere), Rick, Daryl e T-Dog, la cui funzione è solo quella di ammazzarezombieefarefaccedaduro, devono venire a patti con i detenuti ritrovati vivi, che nulla sanno dell'apocalisse abbattutasi sul mondo esterno. Stavolta Rick non vuole rischiare: loro li aiuteranno a ripulire un altro braccio del carcere dove stabilirsi, in cambio di metà delle numerose provviste rimaste, ma i due gruppi non dovranno mescolarsi (e non ha nemmeno dovuto pensarci su una notte). Lo sceriffo ricomincia a parlare con la moglie (ma non molto, tranquilli), e io sono convinta che gli sceneggiatori si stiano sforzando di venire incontro ai commenti degli spettatori, perché Lori dice senza mezzi termini di essere una shitty wife (e tutti: "You don't say???") Tempo che lei rassicuri Rick -b so che non sei un assassino, non ho mai pensato male di te, fa' quello che devi per proteggerci senza sensi di colpa - e iniziano le danze.
Dopo dettagliate istruzioni fornite ai carcerati (riassumibili in "mi raccomando NON FATE RUMORE E COLPITE ALLA TESTA!") la prima "carica" contro i morti viventi mostra la manciata di galeotti impegnati a colpire ovunque tranne che alla testa, sbraitando come gli All Blacks. Ok, vuoi mostrare che loro non sono "disciplinati"? Così però sembrano degli imbecill... ops. D'aaaccordo.
E non finisce qui: il capetto dei carcerati non ci pensa due volte prima di far fuori un compagno ferito da uno zombie (con lo spuntone di un osso, rimasto scoperto quando il morto in questione perde la mano mentre si agita per liberarsi delle manette. Fate vedere questa scena ai seguaci degli zombie sole cuore aMMMOre e sentimenti). Il suddetto Carcerato Che Procurerà Guai (potevano tatuarglielo in fronte) pensa bene di spingere contro Rick un altro walker. Ma, ah aaah!, il cretino non ha considerato che questo è il nuovo Rick: che detto fatto, terminato l'assalto lo ammazza a sangue freddo.
Ora. Fin qui, tutto può starci: Rick è sotto una tremenda pressione, porta sulle spalle il notevole peso di guidare delle persone, tra cui donne e bambini, in una situazione disperata, eccetera.
Quello che non ci sta è invece che lo sceriffo chiuda fuori in un cortile pieno di zombie un altro dei carcerati, un ragazzino che era fuggito dopo avergli visto seccare lo stronzo di cui sopra. E nonostante le suppliche del poveraccio, chiude tutto e torna dentro, seguito dalle sue urla.
Ecco. No. Voglio dire, no. Questo mi è parso troppo oltre, anche per il nuovo Rick esasperato dal pericolo degli zombie e dei vivi che più volte si sono dimostrati brutali e ancora più pericolosi. Meno male che risparmia gli ultimi due carcerati, dei poveracci che mi sono pure stati abbastanza simpatici, soprattutto il biondino un po' sfigato. In un film di Romero, e penso soprattutto ai primi tre sugli zombie, quelli belli davvero, quando un personaggio inizia a prendere troppo gusto agli omicidi, in genere finisce sbranato dopo poco. Rick non farà questa fine perché è l'eroe, ma se non fosse per questo ruolo, giurerei che la sua crescente instabilità, lo sgretolarsi delle sue convinzioni di un tempo, riflesso negli sguardi, nel lieve tremore, lo stia portando sul percorso di alienazione del già defunto Shane (Sceim, lo ricordate?) No, gli autori si fermeranno prima, lo riscatteranno, immagino, magari dopo avergli fatto commettere qualche grave errore. Però l'impressione è questa, per quel che ho visto finora. Comunque, Andrew Lincoln mi sembra ben calato nella parte e non mi dispiace affatto la sua interpretazione (di sicuro migliore di quella di Jon Bernthal, appunto Sceim).
Altro da dire? Be', un po' di lungaggini (come ci si divertono, gli sceneggiatori! Dialogo tra Glen e Maggie, dialogo tra Maggie e la sorella, l'odiosissimo bambino che vuole fare l'eroe e risponde male alla madre - quando gli zombie se lo papperanno sarà sempre troppo tardi). Nessuna news di Michonne, Andrea e il famoso governatore: ma l'attesa per tutti loro - e per Merle, il fratellone stronzo di Daryl - terminerà la settimana prossima, a giudicare dal promo della terza puntata. In definitiva, per ora comunque la serie regge meglio delle precedenti.
Speriamo.


Rick, lo sfigatello biondo, l'Altro che (per ora) sopravvive e il Cattivo Senza Carisma che viene fatto fuori in mezza puntata.

lunedì 22 ottobre 2012

Ayreon - 01011001 [Turn the Page]

Questa settimana ripesco dal mio vecchio blog una segnalazione che spero possa farvi scoprire un disco davvero ottimo, raffinato ed emozionante. Turn The Page!

Come descrivere un album come questo? Usando i numeri, forse: doppio cd, per un totale di 15 brani di cui alcuni di lunghezza ragguardevole, e ben 17 voci diverse coinvolte, tutti cantanti di enorme bravura, tra i quali spiccano, solo per citarne alcuni, Anneke ex Gathering e ora Agua de Annique, Hansi Kursch dei Blind Guardian, Floor Jansen degli After Forever, David Gildenlow dei Pain of Salvation, e lo stesso Arjen Lucassen, geniale mastermind dietro il progetto Ayreon.
I numeri nudi, però, non sono sufficienti a descrivere la maestosità di quest'opera. Ognuno degli artisti che ha prestato al propria voce all'album interpreta uno dei personaggi di questo maestoso concept dal sapore fantascientifico (dettagli sugli eventi narrati qui), e il risultato è un fluire di emozioni pure. Tra momenti progressive e attimi dal sapore folk, malinconia e speranza, dolcezza ed energia, raramente ho potuto apprezzare un così ampio spettro di emozioni all'interno di un solo disco.
Maestosa l'opener Age of Shadows, struggente Comatose, alienante The Truth is in Here dove Arjen descrive le sue visioni senza essere creduto, un'esplosione incalzante Unnatural Selection; e poi l'ipnotica ballad dal sapore folk River of Time, guidata dallo splendido duetto Hansi Kursch - Bob Catley, fino ad arrivare alla meravigliosa conclusione con The Sixth Extinction. Le liriche sono evocative di per sè, anche senza ricollegarle alla storia raccontata; e l'ascolto diventa un viaggio nella propria mente, nel proprio cuore, con gli occhi rivolti alle stelle.

Fidatevi di me: spizzicate i link qui sotto e entrate nel mondo di Arjen Lucassen...

Trailer e Preview con la presentazione dei musicisti

Link per ascoltare alcuni brani:
Age of Shadows

Comatose

Beneath the Waves

Waking Dreams

The Truth is in Here

River of Time

The Sixth Extinction parte 1 e parte 2

venerdì 19 ottobre 2012

Zombies everywhere

Avete presente quando nel giro di pochi giorni lo stesso argomento continua a capitarvi davanti? Magari non ci pensavate da settimane, mesi o anni, e poi zac, tutti lo tirano fuori.
Be', questa è stata senza dubbio una zombie week. Ergo, per tutti gli appassionati là fuori, ecco un campionario degli svariati modi in cui i simpatici morti viventi mi sono comparsi davanti (non letteralmente, ovvio). Moda? Senza dubbio. Da quando i mostri e l'horror sono diventati roba per adolescenti in balia dell'aMMMore, i teschi sono diventati fashion, i vampiri fidanzati ideali e gli zombie cool. Cioè: le creature più schifose del pantheon orrorifico (ci pensate mai all'odore che emanerebbe un cadavere in putrefazione che ciondola in giro?), quelle più facili da sfottere perché, andiamo!, come si muovono? Quanto sono goffi?, nonché quelle che vi ammazzano nel modo più doloroso (mangiati vivi... ma vi rendete conto?) Ebbene, gli zombie ora sono "in".
O tempora, o mores.

Comunque, ecco un felice campionario zombesco tutto per voi. Inizio con qualcosa che mi ha lasciato a metà tra l'estasi e la sghignazzata incontrollabile: la sigla di The Walking Dead riveduta e corretta per adattarsi all'atmosfera del telefilm. Tutta la mia stima al genio che ne è l'autore, e grazie a Germano (autore anche di un'interessante classifica in tema) che me l'ha fatta scoprire. Di TWD ho parlato in questo post.


Sempre in ambito musicale, però, ecco come dovrebbe essere una canzone sugli zombie: come un bellissimo pezzo degli svedesi In Flames che in questo periodo ascolto quotidianatamente perché l'ho inserito nella playlist della storia cui sto lavorando. Storia che non è a tema zombie, lo specifico; ma questa Dead End si adattava comunque a una certa parte del romanzo. Be', ascoltatela col testo, di cui riporto qui una parte, e ditemi se non è d'impatto. Non so a cosa davvero pensassero gli In Flames quando hanno scritto questo brano, ma io lo vedo molto adatto:

So say goodbye to the world
We are the dead that walk the earth
Scream your lungs out, wait for laughter
You don't have to wait forever, it's the next disaster!

What decides when you've lost the war
When the first man falls? Or when they erase it all?

We're too numb to feel the downfall starts right here
Hold your breath and swim, swallowed my life's tear

In times of make believe no one really seems to care
Maybe I should care less 'cause I will die too

What will it take for us to realize
The more we provoke winter will come twice

Save all your prayers, I think we lost today
There's no morning after and no one's around to blame


Gli zombie infestano anche le librerie, purtroppo. E dico purtroppo perché non si tratta di una nuova messe di romanzi straordinari come World War Z, ma di storpiature adolescenziali di una tristezza infinita, come questa (anche qui) o quest'altra, vista giusto stamattina. Cheppalle...

Siccome si avvicina Halloween (no, non me ne frega niente delle proteste cristianoconservatrici del tipo "è una festa pagana", "non appartiene alla nostra cultura" et similia, ma su questo tornerò in un altro post) anche il mio profilo Facebook ha "indossato" una cover in tema, questa:


Si tratta, se non li avete riconosciuti, dei 30 Seconds To Mars in versione horror, da sinistra l'inquietantissimo Tomo, Shannon "sì l'espressione da zombie ebete mi viene proprio alla grande" e il sempergnokkus Jared. L'immagine è presa da questa pagina.

Ma morto vivente ormai vuol dire anche Zombie Walk, la manifestazione che vede orde di cadaveri in giro per le città in mezzo alla folla comune. Di recente c'è stata anche a Torino: a questo link potete vedere le splendide foto di Rachele Totaro, che vi ho già fatto conoscere qui, mentre qui sotto un video realizzato anche grazie a quelle stesse immagini da messer Luca Colarelli.


E per oggi è tutto... Alla prossima, zombetti miei!*

* Sì, nello scrivere questo penso con nostalgia al caro vecchio Zio Tibia... Chi se lo ricorda?

giovedì 18 ottobre 2012

Dal mio punto di vista

La settimana scorsa mi sono capitati sott'occhio due diversi post sull'uso dei punti di vista in narrativa, quello di Socia Vale e quello di TalkToYoUniverse, dove trovate diversi consigli utili da tenere presente.
Ho già toccato l'argomento qua e là (per esempio in questo post sulla terza persona limitata) e vorrei ora fissare qualche altra osservazione personale. No, non intendo spiegare per filo e per segno pro e contro di ciascun punto di vista, e come si usa, e gli errori comuni, eccetera: è pieno di manuali, siti e blog dedicati e se siete curiosi (se scrivete, me lo auguro) posso rimandarvi a questo post per un elenco di testi on writing oppure al blog di Michele Greco per una disamina concisa & precisa sui diversi tipi di point of view.

Quello che voglio fare qui è solo qualche riflessione, con il minimo di spiegazione necessaria a farvi capire quello che intendo. Insomma, non un mini-manuale, ma semplicemente la mia esperienza.
Sapete tutti che i punti di vista più usati sono la prima (un personaggio racconta direttamente la propria storia: "Io vidi, io andai" eccetera) e la terza, nella forma onnisciente (un narratore esterno che sa tutto di tutti i personaggi e di tutti gli eventi, ed è quindi esterno - divino, in un certo senso) oppure limitata (ancorata cioè nella testa di un singolo personaggio per scena/capitolo).
Sia da lettrice che da scribacchina, la mia preferenza va senza ombra di dubbio per quest'ultima, anche se non mi rifiuto certo di leggere un romanzo solo perché è scritto in prima, ci mancherebbe. Scrivendo, ho mosso i primi passi usando il generico narratore onnisciente che tutti abbiamo presente perché è quello di Manzoni e dei "grandi classici" dell'Ottocento; e dico "generico" perché, se vado a rileggere come utilizzavo il punto di vista fino a qualche anno fa, mi prenderei a sberle da sola. Ma nessuno nasce esperto e la conoscenza e la dimestichezza con questi meccanismi si costruisce col tempo, quindi cerco di non deprimermi troppo nel notare quante cose non sapevo quando scrivevo i miei primi tentativi di storia, e mi concentro invece su quanto so adesso - e soprattutto su quello che ancora devo imparare e dove ancora posso migliorare.
Anyway, dalla terza onnisciente alla terza limitata il passo è stato breve - ma enorme, per quello che ha significato per me. La prima invece non mi ha mai sedotto, nonostante si dica che sia il punto di vista più naturale (il che non significa meglio gestito) per i principianti.


Se provo a riflettere sui motivi di queste preferenze, be', posso solo dire che leggere "io" in un romanzo mi suona in qualche modo artificiale. E questo nonostante solitamente si dica che la prima persona garantisce la maggiore vicinanza possibile tra personaggio e lettore. Per me - e ribadisco: per me, in modo del tutto istintivo - è difficile abbandonarmi al fictive dream e accettare che il personaggio X si sia messo a scrivere la sua vicenda per filo e per segno, con i dialoghi riportati in modo preciso, le descrizioni e così via, a distanza di anni, oltre al fatto che questo implica sia sopravvissuto, e quindi parte della suspense se ne va. Anzi, nel sentire il personaggio-narratore che racconta gli episodi più avventurosi sforzandosi di mantenere il mistero su ciò che sta per accadere, io mi irrito. Che posso farci? Lo scrollerei per dirgli "falla breve, che tanto sai com'è andata!"
Allo stesso modo mi respinge e mi infastidisce la "seconda persona", un punto di vista usato molto di rado (e per fortuna, IMHO). "Avanzi lungo il corridoio, quando senti un rumore..." Nein! In questo modo non mi identifico col personaggio, mi accade esattamente il contrario: mi sento catapultata fuori dalla storia per notare quanto sia "finta" l'esperienza di lettura.
E se usiamo il presente? Per me, altro problema: non amo leggere le storie al presente, e a maggior ragione, se devo fingere di trovarmi direttamente nella testa di un personaggio che vive in questo stesso istante la sua storia, be'... mi suona ancora più innaturale. Come dire, la gente non pensa davvero così (in ordine, con frasi precise e ben costruite, spiegando, riflettendo eccetera): i pensieri sono piuttosto il guazzabuglio dello stream of consciousness e più si cerca l'immediatezza in questa maniera, più io mi rendo conto dell'artificio narrativo.

So però che questo è un problema mio; e ribadisco, leggo e apprezzo anche romanzi scritti secondo questo punto di vista. Ho pure tentato di usarla, la prima persona, addirittura accoppiata al presente che mi dà così sui nervi: ma solo per racconti brevi. Allora la vivo come un esperimento, e anzi mi serve per giocare un po' con le possibilità espressive: ad esempio, in Wait for sleep, il racconto selezionato per l'antologia Caduti del Premio Nero Angeli, ho utilizzato il presente per la vicenda principale e il passato remoto per i flashback; altrove, in romanzi, ho invece usato il presente per momenti di, diciamo così, coscienza alterata (visioni, sogni, personaggi sotto l'effetto di sostanze stupefacenti e così via), dove ho scelto uno stile concitato e spezzato per rendere, come nel flusso di coscienza cui accennavo prima, la particolare situazione e quello che capita nella testa dei personaggi, annullando i filtri.

Qual è allora la mia scelta ideale? Be', come ho anticipato, la coppia terza persona limitata (nella forma multipla: vario cioè il personaggio punto di vista quando cambio scena e/o capitolo - mai all'interno della stessa scena) + il caro vecchio passato remoto.
Perché? Partendo dal fondo, il tempo verbale passato è talmente connaturato alle storie che riesco ad accettarlo senza che strida minimamente con la mia sospensione dell'incredulità. C'è sempre qualcosa di artificiale in un romanzo - chiunque sia il narratore prescelto, qualunque tempo verbale usiamo - ma l'abitudine al passato remoto è talmente forte che neanche ci faccio più caso, e questo mi consente di immergermi nella storia che leggo senza la minima difficoltà; o, se sto scrivendo, mi viene spontaneo e semplice. E io ho bisogno di immergermi nella vicenda nella maniera più completa possibile, con meno distrazioni possibili.
Per quanto riguarda la terza persona limitata, invece, trovo che sia la persona che mi consente in maggior misura di immergermi nella testa del personaggio-punto di vista, evitando la supponenza e le intromissioni del narratore onnisciente, che mantiene sempre a distanza; e allo stesso tempo mi permette di vivere la vicenda come se fossi nella pelle del personaggio, ma senza dover ascoltare la sua voce che "mi parla". Non è il personaggio che mi dice ciò che pensa; sono io che origlio i suoi pensieri - che li faccio miei, che li vivo direttamente.

Questo, naturalmente, accade quando la terza persona limitata è usata davvero secondo tutta la sua potenzialità. Non si tratta semplicemente di "descrivere solo ciò che il personaggio vede/sente/sa/pensa". Si tratta di intessere la narrazione con la sua voce. Lo stile del personaggio non è più solo evidente nei dialoghi, quando parla direttamente; l'intera scena è imbevuta del suo lessico, delle sue esperienze, del suo modo di pensare, di vedere le cose. Questo è ciò che amo di questo punto di vista; questo è ciò che mi consente di conoscere davvero, al cento per cento, un personaggio, e di padroneggiare il suo stile, la sua lingua, la sua personalità.
E quando so di aver raggiunto un buon grado di conoscenza del personaggio in questione? Quando la prima riga di una scena dal suo punto di vista rende immediatamente chiaro nella testa di chi siamo, senza nemmeno bisogno di usare il suo nome. Perché quella prima frase già esprime tutta la sua personalità, la sua voce e il suo linguaggio. E non si può confondere con quella di nessun altro personaggio della storia.

Anche per questo mi piace ^^

L'immagine viene da questo articolo sulle caratteristiche dei punti di vista.

mercoledì 17 ottobre 2012

Zombieful - Ovvero The Walking Dead

Se dovessi riassumere The Walking Dead con una sola immagine? Questa:


Giusto per rendere l'idea.
*Sospiro* Ma andiamo con ordine. The Walking Dead è ormai giunto alla sua terza stagione: salutato come il più strafigherrimo dei telefilm, quello che ha portato gli zombie in tivvù, ha ben presto spaccato in due la sua audience: quelli che sì sì è davvero geniale profondo drammatico spiritualmente elevato e probabilmente ti porta anche il caffè a letto e quelli che sbattono la testa contro il muro gridando fate vincere gli zombie che almeno quelli non parlano per carità!
Attenzione, spoiler a manciate. Per gran parte del post parlerò delle prime due stagioni; in fondo troverete anche accenni al primo episodio della terza. E, come ulteriore premessa, specifico che non ho letto il fumetto, quindi non ne parlerò, né farò confronti. Mi limiterò al telefilm in quanto tale.

L'inizio prometteva bene. Ok, il Tizio in coma che si risveglia dopo il disastro e scopre che il mondo come lui lo conosceva è andato a donne di facili costumi non è esattamente una novità ("8 giorni dopo, senza nemmeno andare troppo lontano). Ma non è la situazione, è come la si racconta, giusto? E le prime puntate avevano una buona tensione, mostravano in effetti davvero degli zombie in televisione, ma di quelli veri, eh, puzzolenti, in putrefazione e ansiosi di squartarti vivo, mica quelli sensibili e pieni d'aMMMore. Oh, lo so: sono una ragazza. Ma preferisco gli zombie che divorano la gente e i vampiri pericolosi e bastardi agli pseudomostri innocui e ai succhiasangue palestrati & superdotati.

Quand'è che le cose hanno cominciato a scricchiolare, in The Walking Dead? Quando le chiacchiere, le paranoie, le seghe mentali dei personaggi sono diventate... troppe. E retoriche. Un difetto che Darabont, "patronus" della serie, mostra anche nel pur ottimo The Mist. Perché ci sta - eccome - che in un mondo ribaltato lotta per la sopravvivenza e scrupoli morali facciano a pugni; ci stanno anche - eccome - le crisi isteriche, i dubbi, i pianti, il dolore.
Ma non ogni tre per due.
Non quando ogni "crisi" risalta come sotto un neon e fagocita il resto della storia.
Non quando mi dici tante belle parole, e le ripeti, e le riripeti.
Non quando, soprattutto, agli smaronamenti di questo tipo affianchi illogicità, buchi di trama, personaggi che compiono le peggio assurdità perché sì.
Non quando i suddetti personaggi cambiano carattere, umore, personalità nel giro di cinque minuti. E risultano solo insopportabili e/o inutili e/o irrimediabilmente rovinati da qualche improvviso "colpo di genio" (o di sole, in testa) degli sceneggiatori anche quando sarebbero potenzialmente interessanti. Qualche esempio?
- Lori, che per quanto mi sia sforzata di capirla sarebbe da prendere a schiaffi per come fa il pendolo impazzito tra il marito redivivo e quello sfigato di Shane, verso la fine della seconda serie.
- Carl, il bambino, "Stay-in-the-fucking-house-Carl", insomma: inutile, irritante, buono solo quando serve qualcuno che si cacci stupidamente nei guai - e non mi dite "è un bambino", perché con tutto quello che ha visto dovrebbe starsene buono buono attaccato alla gamba di papà, o comunque evitare cazzate. Henry in Once Upon A Time, tanto per dire, non è affatto così: pur restando verosimile per l'età che ha, non è uno sciocco e a volte si dimostra più sveglio degli adulti.
- Rick. L'eroe. Il poliziotto che si risveglia dal coma, lotta per ritrovare la famiglia, cerca di proteggere la gente e di "fare la cosa giusta" in ogni occasione. Potrebbe essere un gran personaggio. E mi sta simpatico, lo giuro. Per gran parte del tempo. Non foss'altro perché deve sopportare i parenti & gli imbecilli che lo circondano. Però poi comincia a delirare anche lui, a fare la banderuola, a "riflettere una notte" su questioni limpide... No, Rick. No. Tuttavia, alla fine della seconda serie, quando finalmente s'incazza, ha tutta la mia comprensione.
- Daryl. Altro personaggio potenzialmente figo. Quando non si dà a ridicoli deliri in cui vede il fratello morto (che poi tanto morto non è, ma lui non lo sa). Sembra uno zotico, si rivela un duro pratico e che, zitto zitto, ha più cervello della maggior parte dei cretini che lo circondano; posso anche capire che vogliano dargli,  a un certo punto, un'empatia per la bambina bionda che, nella seconda serie, scompare, e sua madre (però... costruirla un po' meglio, invece che farla saltare fuori come un funghetto trallallà, questa empatia?); ma non nel modo goffo, isterico, sgangherato con cui viene portata avanti la cosa.
- Reparto politically correct: la donna bionda, Andrea, è forte, no, è isterica, no, vuole morire, no, sa badare a se stessa, no... insomma, decidetevi. Il cinesimo Glen sarebbe simpatico, ma neppure lui sfugge all'idiozia degli sceneggiatori. Il nero T-Dog ha finito quello che aveva da fare nella prima serie e da allora caracolla dietro agli altri pronunciando si e no una battuta ogni tre puntate.
- E poi lui. Shane. Soprannominato dai colleghi blogger come Germano (e vi rimando al suo sito per esilaranti e approfondite disamine puntata per puntata, basta scorrere un po' questo indice per trovarle) Sceim, e non senza motivo. Raramente ho visto un personaggio così malamente sfruttato, così irritante, così ridicolo, un eroe diventato antieroe diventato zimbello. Oh, non da subito, intendiamoci: anche lui aveva del potenziale, nonostante l'espressione non proprio sveglissima né carismatica. Sensi di colpa, rivalità con l'amico Rick... di carne al fuoco ce n'era. La sua progressiva follia però non colpisce, non fa empatizzare, si limita a fornire carburante al ridicolo di gran parte degli "eventi".

E uso le virgolette perché in realtà di cose non ne capitano poi molte... Più che altro si parla. Si assiste a reazioni sconclusionate, emozionanti quanto un cubo di porfido, e l'impressione è quella di una nave alla deriva. So cosa mi diranno alcuni di voi: che i personaggi rappresentano un'umanità allo sbando, che altro dovrebbe capitare? Risposta: anche lo sbando, la follia, gli errori, i ripensamenti devono risultare verosimili, credibili, logica conseguenza del contesto. Un personaggio che impazzisce, o che ha un dubbio dell'ultimo minuto e fa una cazzata, è ben riuscito se prima si è preparato il terreno, se lo spettatore (o il lettore, fossimo in un libro) resta sorpreso ma non confuso. Altrimenti è come inserire in un romanzo un dialogo trascritto da una registrazione di discorsi reali e dire "ecco, è vero quindi è ben scritto". No, è vero quindi è illeggibile. L'arte imita la realtà, la descrive in modo verosimile, le dà un senso (anche quando la morale è "la vita non ha senso"). TWD vuole essere un telefilm corale ma non ne è in grado: alcuni personaggi li vediamo fino alla nausea, altri sono bidimensionali, gli exploit sono fuori controllo e fanno girare la testa, ma non in senso buono. Di nuovo: Once Upon A Time è altrettanto corale (anzi, di più: un numero maggiore di personaggi, molti "sdoppiati" a seconda del piano temporale presente/flashback) ma, a parte qualche sbavatura quando l'hanno menata un po' troppo con Mary Margaret e James, i ruoli sono gestiti molto meglio e tutti ben delineati e caratterizzati.

E TWD si dimentica di avere un senso per la maggior parte del tempo. Chiamatela, come fa Germano, "telenovela con gli zombie intorno", o Zombieful come dico io, perché questo è, una telenovela: altrettanto estenuante, forzata, un'accozzaglia di "cose" e di "persone" buttate sullo schermo in modo che si arranchi riempiendo una puntata dopo l'altra di "qualcosa". Per di più con la pretesa di essere tragici, seri, horror. Ma non c'è il coraggio di diventare davvero estremi; gli zombie sembrano quasi una seccatura da infilare qua e là per giustificare il titolo e farsi fighi, rispetto ai drammoni umani. E così, si seminano stupidaggini a piene mani. Per esempio: ok, alla fine della seconda stagione si scopre che tutti i sopravvissuti sono comunque portatori del virus; ma perché prima di accertarlo quei geniali figuri si tagliano per spargere sangue su una recinzione e attirare degli zombi? Zombi che stavano già andando verso di loro. E col rischio che qualsiasi ferita aperta presenta, considerato che basterebbe una goccia di sangue infetto per essere fottuti? Certo, anche uno schizzo in bocca o negli occhi (e di schizzi ne vediamo assai, durante le carneficine) sarebbe letale, anche se al cinema piace mostrarci eroi coperti di sangue e viscere e illesi finché non vengono proprio morsi; ma potremmo almeno evitare di sbattere in faccia il principio "i personaggi si ammalano solo quando ci fa comodo, qualsiasi stronzata facciano"? E di ca... stronerie o illogicità così ce n'è una caterva.
In tutto questo, i dettagli davvero creativi (o horror: lo zombie del pozzo, o quello che si squama la faccia cercando di passare attraverso il parabrezza infranto di un'auto, sono meravigliosamente splatter!) si perdono. Cioè che di positivo c'è, qua e là, si dissolve nell'irritazione, nel ridicolo involontario (è un telefilm ad autoironia zero), nello scetticismo.



Tutto questo per quanto riguarda le prime due stagioni. E la terza?
Finora è andata in onda solo la prima puntata. Che mi ha lasciato in fondo una buona impressione, nonostante avverta l'incredibile sforzo fatto dagli autori per costringersi a evitare le cazzate più grosse (erano lì, a disposizione, a un passo... ma niente. O quasi. Per ora). I sopravvissuti, con tanto di Lori ormai col pancione, arrivano nei pressi di un carcere abbandonato e iniziano l'opera di "bonifica" dai morti che circolano al suo interno, con l'intento di usarlo come rifugio-fortezza (qualcuno ha pensato al supermercato di Down of the Dead-Zombie di Romero? Ecco). Nei mesi scorsi sono diventati una squadra di cecchini, perfino La Mamma (non ricordo il nome) e l'insopportabile marmocchio Carl sparano che è una meraviglia (uuuh, il bimbo ha i capelli più lunghi e incolti che gridano "guardate! Sta diventando un uomo!") La prigione viene (parzialmente) conquistata, i momenti horror non mancano (schizzi di sangue a ogni zombie trafitto, il morto vivente con la pelle della faccia strappata via quando gli levano un casco, Lori che dice al marito "We need to talk", e il pubblico "NOOO!" Per la cronaca, Rick si rifiuta. Ricomincio a stimarlo). Non mancano neanche le scene isteriche (Lori teme che il bimbo nasca zombie e se la divori dall'interno. Di nuovo il pubblico è diviso tra chi grida "Magari!" e chi fa notare "L'hanno già fatto nel remake del film di Romero, L'alba dei morti viventi, uffa!") ma tutto sommato sono contenute.  Il rischio latte alle ginocchia si corre quando La Madre ci prova scherzando-ma-non-si-sa-mai con Daryl, ricordando a tutti noi che il pericolo di una loro storia d'amore non è scongiurato; ma è solo un attimo e in fondo condotto con disinvoltura (fiuuu).
Mi resta qualche dubbio: perché i personaggi compongono i gruppi di spedizione ad cazzum? Prima vanno avanti i gggiovani, mentre l'anziano, le donne - a parte la ragazza di Glen, probabilmente con l'intento di dimostrare che è sveglia - e i marmocchi stanno indietro, al sicuro; quando però si organizza la spedizione per l'interno del carcere, pure il vecchio Hershel "grande rompicoglioni per quasi tutta la seconda serie" (e unico più o meno "medico") si unisce all'avanscoperta. Anche se, in caso Lori abbia problemi con la gravidanza, lui sarebbe il solo a poterla aiutare, quindi sarebbe logico rimanesse con lei. Ohibò, cosa mai dovremo aspettarci, allora, dopo una scelta del genere?
Eh. Indovinate.
Il vecchiardo viene morso al polpaccio. E così, su due piedi (ahahah!), Rick gli trancia mezza gamba per impedire che l'infezione si propaghi. Come dite? Perché il virus zombifica attraverso il morso ma non se tanto "tutti sono già contaminati" e risorgono comunque appena morti? Boh. Non chiedetelo a me.
Comunque, il colpo di scena con i galeotti ancora vivi promette(rebbe) bene. Michonne, la ragazza tostissima che decapita zombie con una katana e che, ho sentito dire, è uno dei personaggi migliori del fumetto, pare cazzuta al punto giusto (fin troppo. Sembra un'altra con l'insegna al neon sopra la testa, "Ehi, guardate! Qui c'è una dura!") e potremmo (quasi) sperare che non finisca a frignare pure lei. E parecchie cose anticipate dal trailer (questo famoso "cattivo", il Governatore; il ritorno di Merle, fratello di Daryl) ancora devono venire.
We'll see.



Per le fonti delle immagini, cliccateci sopra; la prima circola su Facebook, purtroppo non trovo più il link da cui l'ho pescata, se qualcuno me lo sapesse indicare mi farebbe un favore!

martedì 16 ottobre 2012

Aggiornamento serie tv - e una new entry

Mentre la maggior parte delle serie che seguo è giunta alla terza puntata (e io sono arrivata all'ottava serie di Scrubs, ODDEA come farò quando avrò terminato? Lo dovrò rivedere da capo per sopravvivere?), ieri è partita in America anche la terza stagione di The Walking Dead. La "telenovela con gli zombie intorno" (definizione di Germano) però si meriterà un post tutto suo, prevedibilmente domani se riesco a completarlo. Ho rimandato a lungo di parlarne perché il discorso che si può fare a commento di questa produzione, interessante per molti versi, snervante per moltissimi altri, è lungo e complesso; ma coglierò l'occasione del nuovo inizio per parlarvene. So, stay tuned.

Tocca ora alle mie tre affezionatissime. Settimana felice questa, perché due hanno proposto buoni episodi e l'altra resta piacevole anche quando è un po' meno in spolvero. Pronti? Via. E naturalmente occhio, ci sono spoilers.

How I Met Your Mother: La puntata 8x03 si rivela particolarmente divertente, forse perché - guarda il caso - le lamentazioni di Ted e Robin, al momento parcheggiati in relazioni che già sappiamo destinate a non durare, fungono solo da intermezzi tra una scena e l'altra, e anzi la loro rivalità, dovuta al fatto che ciascuno vuole dimostrare all'altro di essere "più felice" nell'attuale rapporto, è simpatica e descrive bene atteggiamenti realistici. Il fulcro sono però Marshall e Lily, che nel nuovo ruolo di genitori portano un po' di novità rispetto alle consuete peripezie amorose su cui è incentrata la serie: stavolta sono alla ricerca della baby sitter perfetta, con Lily iper protettiva e Marshall per certi versi infantile. E Barney? Be', approfitta della loro ricerca per un altro geniale piano con cui festeggiare il suo personale "Bangktoberfest" (laddove Bang indica... indovinate un po'?) e ritrovare lo smalto del seduttore single ora che ha rotto con Quinn. Sulla quale spendo due parole: non ho mai tifato per lei né l'ho trovata particolarmente simpatica, considerato che "shippo" la coppia Barney-Robin; ma per il poco che si è vista in questa stagione, due sole puntate, non mi è dispiaciuta e che sia scomparsa così ex abrupto senza che sappiamo nulla di lei mi dispiace un po'. Mi sembra che se ne siano voluti liberare in tutta fretta... Comunque, questo terzo è stato un buona episodio, vedremo il prossimo.


Once upon a time: la terza puntata mi ha colpito meno delle due (ottime) precedenti - sarà che Regina fa giusto una comparsata e Rumplestiltskin o Belle non appaiono proprio? E io sarei davvero curiosa di vedere Belle interagire con gli altri personaggi, e scoprire come la accolgono, come prendono il suo rapporto con Rumple - e cosa le diranno di lui...
Ma non divaghiamo. La puntata è ambientata per lo più nel mondo delle fiabe, tra flashback su Snow e Charming e il tentativo della Snow presente e di Emma di trovare un modo per tornare indietro - e di relazionarsi. Emma è "fuori dal suo elemento", come dice sua madre, e le conviene imparare alla svelta come muoversi tra orchi & spade... Mulan fa la ragazza forte & dura, Aurora è insopportabile, ma quello che conta è Cora, la bastardissima madre di Regina. Non c'è più magia nel regno delle fiabe, eppure lei ce l'ha; e ovviamente la usa a modo suo... Stona un po' Lancillotto, non tanto perché si mescolano le fiabe al ciclo arturiano (d'altronde, nemmeno Pinocchio è in senso stretto una fiaba), quanto perché quando cita il Signore ci porta bruscamente su un altro terreno mitico, che proprio non c'entra nulla con quanto visto finora. Ma vabbe', facciamo finta di niente.
Per il resto, Henry si mette nei guai (ma non è insopportabile quanto il suo coetaneo di The Walking Dead... ops, questo lo rimandiamo a domani); la sua vicenda sa però di semplice riempitivo, giusto per restare collegati a Storybrook. Più interessante lo spazio dedicato al Cappellaio Gnokko, che finalmente ritrova sua figlia.
In generale, un episodio di transizione, che complica ulteriormente le cose preannunciando i futuri misfatti di Cora. Vedremo la prossima settimana.

Più interessante parlare col marmocchio che con suo nonno il principe, eh?
E poi sì: ho scelto questa foto per via di Jefferson. Non rompete.

Big Bang Theory: finalmente un episodio come si deve anche in questa sesta e finora un po' zoppicante stagione. Certo, Penny passa dall'annoiarsi con Leonard tanto da meditare di lasciarlo, nella seconda puntata, a questa in cui le basta vedere un'altra ragazza ronzargli intorno nemmeno troppo spudoratamente per sentire i morsi della gelosia... but that's it. Sheldon è sempre un personaggio con una marcia in più: basta lasciarlo interagire con... chiunque, e abbiamo scintille. E Howard sull'orlo della follia, bloccato nello spazio? Fortunatamente il suo personaggio si è un po' evoluto, grazie al rapporto con Bernadette, perché sei stagioni con un sessuomane frustrato-e-basta sarebbero state stancanti; resta ora da vedere quando decideranno di tirarlo giù dalle stelle e fargli affrontare madre & moglie, entrambe determinate e pronte a litigarselo.
Resta da scoprire quante puntate durerà e se avrà un ruolo importante la nuova assistente di Sheldon.