mercoledì 30 maggio 2012

Qualche idea in cucina

Ancora qualche idea per piatti semplici e gustosi da provare, i miei ultimi esperimenti culinari. Buon appetito!

Spaghetti al nero di seppia, con salmone, gamberetti e pomodorini. Per questa sono andata a naso, quindi non ho una ricetta da linkarvi.


Torta alla ricotta: trovate la ricetta qui. Viene morbida e leggera, provatela!


Torta allo yogurt ai frutti di bosco (ricetta qui, anche se io ho preferito non mettere la gelatina di fragole e cospargere direttamente di frutti di bosco). Facile, veloce, fresca e quindi ottima per l'estate, nonché mille volte meglio di quella preparata con le "polverine".





martedì 29 maggio 2012

Ai confini della realtà

Domenica ho visto finalmente The Avengers (e ve ne parlerò: ho una lunga lista di post in attesa). Proprio ieri, però, ho letto una notizia che fa impallidire Loki, i mostroni che si tira dietro e i superkattivi dei fumetti. Questa (articolo che vi consiglio di leggere nella sua interezza): in sostanza, l'ennesimo gruppo di cristiani preoccupati, in questo caso le madri di One Million Moms, protestano perché nei prossimi mesi alcuni personaggi dei fumetti Marvel e DC avranno l'ardire di a- celebrare un matrimonio omosessuale e b- fare coming out (dettagli qui). Scandalosissimo...

No, non ce la faccio: vorrei essere ironica, ma quello che provo in realtà è solo rabbia. Mi chiedo come, come, come si possa ancora sostenere che mostrare due ragazzi che si amano e vogliono sposarsi significhi "indottrinare giovani menti plasmabili mettendo in buona luce questi personaggi omosessuali. Queste case editrici stanno pesantemente influenzando i nostri giovani, usando i supereroi per bambini per fare loro il lavaggio del cervello spingendoli a credere che la scelta di uno stile di vita omosessuale sia normale e desiderabile. Come Cristiani, noi sappiamo che l’omosessualità è un peccato (Romani 1:26-27)”.

Ma che bello avere così semplici certezze.
Sembra strano scrivere un post come questo in Italia, dove siamo ancora così arretrati da relegare serie tv come Torchwood ad improbabili orari notturni, magari pure tagliate, o da censurare pesantemente un cartone animato come Sailor Moon per nascondere il rapporto d'amore tra due delle guerriere Sailor (o cambiando sesso a uno dei cattivi della prima serie, Zakar, uomo in origine e donna nella versione nostrana). Per quale strampalato motivo un ragazzino può vedere un film in prima serata con uomini e donne che hanno relazioni, si baciano, fanno sesso - spesso in maniera piuttosto esplicita - e si sposano, ma se a farlo sono due uomini o due donne la cosa risulta "traumatica"? Sveglia: l'amore e il sesso tra adulti consenzienti, di qualsiasi orientamento, sono cose naturali e positive. O sono io quella paradossalmente arretrata, perché mi è stato insegnato che "il male" sono la guerra, l'odio, l'intolleranza, il razzismo?
E non mi interessa un tubo se la Marvel o la DC inseriscono personaggi gay perché lo ritengono normale, perché fa scandalo e quindi aumenta le vendite - grazie anche a reazioni bigotte come quella sopra - o per qualsiasi altro motivo. Quello che mi mette tristezza è vedere come ancora oggi i rapporti omosessuali siano additati come "strani", considerati con imbarazzo o risatine, quando non con furia pseudomoralistica e condanna censoria.

Tornerò in futuro su questo argomento, ma un'ultima cosa voglio dirla: finché di fronte a un libro, un fumetto o un film con personaggi omosessuali ci sarà stupore, scandalo, o anche solo il bisogno di precisarlo come una peculiarità, non ci sarà mai il vero rispetto, la vera uguaglianza.
E forse allora meglio ricorrere davvero all'ironia e ricordare le parole di Barney Stinson in How I met your mother (non ho trovato il video on line, cito a memoria quindi perdonate se non sono precisa): quando suo fratello si fidanza e organizza il proprio matrimonio con il compagno, Barney commenta più o meno "è una tragedia! Tutto quello che fanno i gay diventa di moda, se cominciano a sposarsi loro, da qui a poco lo faranno tutti! Avete idea di quanto i matrimoni gay favoriranno la famiglia?"

Vi lascio con i commenti in coda all'articolo segnalato, che qui cito:
"Questa iniziativa, com’era prevedibile, ha scatenato numerose reazioni. Totale la levata di scudi di lettori, scrittori e disegnatori a difesa di Marvel e DC.
Dan Slott ha subito ironicamente ringraziato su Twitter One Milion Moms, sostenendo che questa richiesta di boicottamento avrebbe fatto schizzare le vendite di fumetti.
Ha poi ricordato come in realtà già da tempo sulle pagine dell’Uomo Ragno appaiano due dichiarati personaggi gay quali il capo di Peter alla Horizon e il suo compagno.

Della stessa opinione di Slott è Neil Gaiman, che ha ricordato di come fossero vertiginosamente salite le vendite dei suoi lavori dopo che l’associazione Concerned Mothers of America aveva invitato a boicottarlo.

La reazione più dura e polemica è giunta da Matt Fraction che ha twittato “non preoccupatevi mamme di One Milion Moms, i fumetti amano i vostri centinaia di migliaia di figli gay anche se voi non lo fate".

On air:
Iron Maiden, Holy smoke

... Burning records, burning books
Holy soldiers, Nazi looks...


L'immagine della copertina viene dall'articolo di cui vi ho parlato.
La seconda immagine viene da qui.

lunedì 28 maggio 2012

Come to the dark side... [Turn the Page]


... we have cookies. Il Lato Oscuro, in realtà, non ha solo i biscotti (e gli gnokki, e lo yaoi *ç* ), ma anche e soprattutto il multiforme mondo dei "cattivi". Gli antagonisti, quelli che dovremmo odiare ma che tante volte sono più affascinanti degli eroi e delle eroine. Certo, come i protagonisti di un romanzo, o di un film, rischiano di scivolare nello stereotipo Gary Stu/Mary Sue, anche gli antagonisti corrono il pericolo di diventare Kattivi con la K, ovvero il tipo di malvagio "total black", che ride sguaiatamente, si sfrega le mani progettando nefandezze senz'altro motivo che quello di essere, appunto, il Kattivo che allo scrittore/sceneggiatore serve. E se un Gary Stu è irritante, un kattivo è anche ridicolo.
Fortunatamente, non sono rari gli antagonisti (o gli anti-eroi) come si deve, che assurgono ad icone indimenticabili anche se infine sconfitti dall'eroe di turno. Darth vader, tanto per dirne uno. Tutti abbiamo i nostri "bastardi preferiti". Ispirata dalla Socia Vale, senza alcuna pretesa di completezza, ecco cinque dei miei, limitandomi a cinema e televisione, in ordine sparso: cinque personaggi che in un modo o nell'altro mi hanno colpito, influenzato, conquistato.

Rumpelstiltskin/Mr. Gold (da Once upon a time): la più recente acquisizione del mio personale Pantheon, magnificamente interpretato da Robert Carlyle, attore scozzese, mio vecchio pallino ritrovato con sommo gaudio in questo telefilm. Vi prego: guardatelo in lingua originale con i sottotitoli, perché ogni frase pronunciata da Robert Carlyle è uno spettacolo, sia quando interpreta Rumpelstiltskin, con la sua voce stridula e le sue risatine, sia quando è Mr. Gold, capace di essere inquietante con un solo sguardo; mentre, spiace ammetterlo, il doppiaggio italiano è assolutamente pessimo. Man mano che la serie prosegue, con episodi ottimi e altri meno buoni, lui svetta sempre e regge da solo la scena; e il suo personaggio sta rivelando una profondità e una dimensione sfaccettata che lo rendono ormai più anti-eroe che antagonista vero e proprio (nonostante non si risparmi in bastardate). Ecco un "cattivo" per cui tifo con tutta me stessa!




Jareth, il Re dei Goblin (da Labyrinth): un David Bowie Anni Ottanta da morire, sexy e affascinante, crudele e con carisma da vendere. Fossi stata io la protagonista del film, me lo sarei sposato e avrei cresciuto il fratellino rapito nel regno di un tal meraviglioso sovrano.


Evil Ed/Fiele (da Fright Night - Ammazzavampiri): interpretato da Stephen Goeffreys, spalla del protagonista, vampirizzato, diventa un succhiasangue dalla risata sguaiata (ma non in senso "kattivo"). Folle e indimenticabile, ho sempre rimpianto che non fosse presente nel (brutto) sequel di questo mio cult.


E arriviamo a un paio di donne:

Diana (da Visitors, la serie originale degli anni Ottanta): Jane Badler è gelida e ha uno sguardo capace di paralizzare, proprio come un serpente. La serie tv è stato uno dei miei amori d'infanzia, tanto che i miei primi passi nel mondo della scrittura hanno compreso un esercizio di "novellizzazione" di questo show (e che fatica per coprire i buchi logici^^).


Gabriel (da Constantine): il film non è granché, ma lei! Tilda Swinton! Sono innamorata di questa donna, qui nei panni androgini dell'arcangelo Gabriel, bastardo come solo un angelo può essere.


Avevo detto cinque? Ehm. Stavo per dimenticarmi due assoluti must. Quindi, rimedio e arriviamo a sette:

Lo sceriffo di Nottingham (da Robin Hood principe dei ladri): l'origine del mio amore per Alan Rickman, definitivamente incoronato, per me, come Metatron in Dogma. E' incredibile come io sia sano di mente, dice, dopo aver dimostrato più volte la sua follia e le esplosioni di rabbia. Alan Rickman ha compiuto uno splendido lavoro, con i sorrisi mentre uccide, ogni gesto e movimento azzeccato.


Jack Torrance (da Shining): Jack Nicholson, e basterebbe questo. Una performance da ammirare in eterno, una collezione di scene, espressioni, battute indimenticabili.
E poi, il personaggio pronuncia il discorso che tutti gli scrittori vorrebbero fare ai rompiballe di turno: http://www.youtube.com/watch?v=fBitkp14NHw


Nota: questo post è stato in origine pubblicato nel mio blog precedente.

domenica 27 maggio 2012

Sapori d'infanzia

Post vagamente nostalgico & allo stesso tempo "scacciapensieri", nato sull'onda del momento. Post domenicale, insomma, di quelli da giornata di ozio. Che in realtà ozio non è, perché in effetti ho parecchie cosette cui pensare. Ma oggi no, non mi andava di lanciarmi in elucibrazioni più o meno allucinate sulla scrittura, ironie feroci su film del cazzo o deliri mistici cum bavetta su canzoni che adoro.
Perciò.*
Ecco tre piccole perversioni che a volte riemergono improvvise dai miei ricordi d'infanzia (e, ehm, in qualche caso di oggi): quelle "schifezze" che fanno tanto gioventù irresponsabile, quelle che fanno indignare le madri, quelle che, quando arrivi a trent'anni, consumi goduriosamente saltando la cena perché tanto mo' decido io! (Sperando che poi la madre in questione non ti sgami quando, al telefono, chiederà hai mangiato? e tu Sììì, ceeerto!)

- il Cucciolone. Quanti di voi mangiavano prima vaniglia e cioccolato e poi quel gusto particolare, giallino, insolito e buonissimo? Lo zabaione che non si trova in nessun altro gelato, almeno che io sappia? E il biscotto che si appiccicava alle dita? E il d'oh! Ho morso il gelato prima di leggere la barzelletta? (Peraltro, stupidissima). Meraviglia.
Altro gelati vintage che una volta prediligevo e che non mangio più da una vita: il Twister. Chi se lo ricorda?

- le Galatine. Andrebbero vietate per legge. Danno assuefazione.

- il Nesquik. Una volta ne consumavo a pacchi. Poi mi sono disintossicata e il mio latte, quando faccio davvero colazione e non mi limito a un caffè, è bianco e senza zucchero. Ma qualsiasi mattina ricordi da piccola (e più o meno fino alla maggiore età), il Nesquik era là ad aspettarmi accanto alla tazza della colazione.

Quali sono le vostre tre?

* Dicesi baricchismo. Brutto parassita infestante lo stile "autoriale" di taluni Scrittori. Utilizzato nel presente blog con intenti eminentemente sarcastici and/or grotteschi.


L'immagine viene da qui.

sabato 26 maggio 2012

Anneke Van Giersbergen - Circles

Poi ascolti una canzone, e accidenti. Perfetta. Note che scivolano come seta, melodia che ti afferra il cuore e non lo lascia più. Penso ai petali di una rosa rossa, al suo profumo, alle lacrime salate, ai sorrisi nonostante tutto, al sole del mattino.
Non so ancora quando e per che storia, ma prima o poi sarà parte di una delle mie "colonne sonore".



My friend an angel in the skies 
We live in a world that's full of Lies 
you are always on your own 
Even You're holding out a lifeline 
You're holding onto love 
You'll never give hope 
When all we do is run around in circles 
And everyone is searching for the answers 
You close your eyes you're ready to start over 
And again you leave the past behind

My friend the comfort of your home 
Your hands will sit me down at rest 
You always were holding out lifeline 
You're holding onto love 
You'll never give hope 
When all we do is run around in circles 
And everyone is searching for the answers 
You close your eyes you ready to start over 
And again 
And again

Keeping me warm 
Even the coldest days won't scare you away 
Reach for your hand don't you let me slip away 
Just hold on to me for one more day 
When all we do is run around in circles 
And everyone is searching for the answers 
You close your eyes you're ready to start over 
And again 
And again 
You leave the past behind 

venerdì 25 maggio 2012

Towel Day

Come ricorda Elledy in questo post (dal quale proviene anche l'immagine) oggi si celebra il Towel Day, il "giorno dell'asciugamano" che fa riferimento alla celeberrima Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. La serie prosegue poi con Ristorante al termine dell'universo, La vita, l'universo e tutto quanto, Addio, e grazie per tutto il pesce e Praticamente innocuo. Nel corso dell'ultimo anno, più o meno, mi sono letta tutta la serie; ho apprezzato in particolar modo il primo libro, ma tutti i cinque libri meritano il vostro tempo.
Per l'occasione, rispolvero il post che avevo scritto qui sulla Guida. E ricordate: 42!


Nella mia "lista d'attesa" da anni. Finalmente letto.
Una casa da demolire perché al suo posto dovrà sorgere una tangenziale.
Un pianeta da demolire, per far posto a un'autostrada spaziale.
Inizia tutto così.
E se avete bisogno di quache motivo per leggere questo libro - perché dovete leggerlo - basteranno un paio di estratti.

Pag. 43:
Il Presidente, in particolare, è soltanto un prestanome: non esercita in effetti il benché minimo potere. È, sì, scelto dal Governo, ma le qualità che deve dimostrare di avere non sono quelle tipiche del leader: la sua fondamentale qualità è di sapere provocare scandali. Per questa ragione scegliere un Presidente non è facile: bisogna poter scegliere una persona che sappia provocare il furore nella gente, ma che sia anche in grado di affascinarla. Il suo compito non è di esercitare il potere, ma di stornare l'attenzione della gente dal potere stesso.

Ricorda niente?

Pag. 211:
La storia di tutte le maggiori civiltà galattiche tende ad attraversare tre fasi distinte e ben riconoscibili, ovvero le fasi della Sopravvivenza, della Riflessione e della Decadenza, altrimenti dette fasi del Come, del Perché e del Dove.
La prima fase, per esempio, è caratterizzata dalla domanda Come facciamo a procurarci da mangiare? La seconda dalla domanda Perché mangiamo? E la terza dalla domanda In quale ristorante mangiamo oggi?


E poi, nel libro troverete la Risposta Fondamentale. Alla Vita, all'Universo e a Tutto.



giovedì 24 maggio 2012

This is the end (?)

Qualche giorno fa ho preso parte a un'interessante discussione sui finali delle storie. Anche questo è stato un argomento emerso nel gruppo Labor Limae di Facebook (grazie a tutti). Tanti hanno espresso la propria opinione; io vorrei in questo post riprendere quello che ho scritto in quella sede per proporvi magari qualche spunto di riflessione. Aspetto le vostre opinioni!

Mi torna in mente La Storia Infinita di Michael Ende: Questo, ecco, proprio questo era ciò che lui aveva sognato tanto spesso e che sempre aveva desiderato da quando era caduto in preda alla sua passione: una storia che non dovesse mai avere fine. Il libro di tutti i libri, sono i pensieri di Bastiano quando nella libreria del signor Coriandoli trova il libro intitolato in modo così affascinante. L'Infinito cui rimanda però questo romanzo, io credo, non è quello delle mega-saghe da decine di volumi, troppo spesso ripetitivi: si allude al fatto che, a meno di non terminare una storia con un'apocalisse totale che annienti cose e persone, le conseguenze di ciò che i personaggi hanno vissuto rappresenteranno un ideale proseguire, che venga scritto o meno. Calvino diceva come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo. Questo, a mio parere, è valido anche per i finali. Ed è ciò che esprime, ritengo, anche il continuo ripetersi della frase ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta proprio nella Storia Infinita di Ende, ogni volta che Bastiano incontra altri personaggi, per poi lasciarli nel proseguire il suo viaggio. Quando chiudiamo un libro, resta ancora molto di inesplorato.

Da autrice, questo per me comprende tutto il prima (o background), il durante-ma-che-non-serve-al-lettore (ciò che io so accadere, ma per i motivi più vari - di struttura, di coerenza del testo, di lunghezza e così via - non inserirò nel romanzo) e il dopo (tutto quello che occupa i miei pensieri sui personaggi che amo, quando mi chiedo che ne sarà di loro al di là dell'ultima pagina; il che è anche ciò che può dare origine a una continuazione della storia, se il "dopo" che immagino è abbastanza potente, se i personaggi possono reggere nuove pagine).

Non uso a caso queste espressioni: non amo tirar per le lunghe una storia e scrivere sequel "tanto per". A dirla tutta, non sono una fan delle saghe. Solo se il tema lo merita, se l'idea per una storia nuova è abbastanza "potente", come ho detto sopra, e se i personaggi sono così vivi, interessanti e intriganti da rendere inevitabile che io continui a trattare di loro, solo allora mi dico ok, questa storia s'ha da continuare. A me piacciono le conclusioni "vere": quelle con un senso, quelle "giuste", non forzate (nulla di peggio che un lieto fine inserito a forza per salvare il personaggio X); quelle che in ogni caso concludono almeno una fase della vita dei personaggi in questione e lasciano il lettore soddisfatto, toccato da una resonance che magari non saprà esprimere, ma che non lo abbandonerà. Per questo anche nelle "serie" preferisco quando ogni romanzo può essere letto indipendentemente dagli altri: ok, se conosco tutti i volumi della saga colgo rimandi, sfumature, dettagli in più, ma se leggo solo uno dei libri vorrei potermelo godere comunque come qualcosa di indipendente e abbastanza "robusto" da stare in piedi da solo. Occorre trovare il modo di far convivere un finale soddisfacente - che davvero "finisca" - con una struttura più ampia, che continui; creare una singola storia così bella che se anche il lettore non conosce il passato di tutti i personaggi e i rimandi a ciò che è già successo, può leggere e godere del libro senza disorientamento. Cerco cioè l'equilibrio tra un "macro" che continua e diventa saga e i singoli "micro" che invece si concludono di volta in volta, per unire da un lato il quadro più ampio e complesso dato (banalizzando) da "tante pagine a disposizione per approfondire e arricchire", dall'altro il senso che ogni libro comunque porti a qualcosa, sia un passo avanti.

Apprezzo le conclusioni che lasciano comunque qualche incertezza (il che non coincide necessariamente con un cliffhanger, sia chiaro): piuttosto del lieto fine o della tragedia totale, amo il "bittersweet", far sì che i personaggi sopravvissuti, concluso quel viaggio, debbano ripartire per un altro (metaforicamente o meno). Non è necessario, secondo me, che il lettore sappia per filo e per segno tutto quello che il protagonista farà d'ora in poi; anzi, non è più affascinante se il lettore porterà con sé un po' di ambiguità, un frammento di quel "c'è qualcosa di più" che, in fondo, è anche della vita, non solo delle storie? Basta che il personaggio abbia compiuto un passo decisivo nel suo arco di trasformazione, che abbia acquisito una nuova consapevolezza, preso la scelta che prima si rifiutava di accettare, messo in gioco le sue certezze riemergendo trasformato. Ancora una volta sono i personaggi, secondo me, a condurre al cuore della storia e a dettare le scelte di un autore; e un finale soddisfacente non è necessariamente quello "bianco" o "nero".
Preferisco di gran lunga le sfumature.

And the story ends
Insanity said coldly
Still waiting for the chance
So out of nowhere it will rise
Oh, and another journey starts
By the call of the moon

On air:
Blind Guardian, And the story ends

L'immagine viene da qui.

mercoledì 23 maggio 2012

Sympathy for the Devil - Rolling Stones & Tiamat

Ancora un po' di musica, oggi, con un altro confronto di cover. L'originale è famosissima e non ha bisogno di presentazioni: Rolling Stones, 1968, Sympathy for the devil, classico tra i classici rock che dà la parola al diavolo in persona:


Le cover di questa canzone sono numerosissime, ma io ve ne propongo una in particolare. Nel 1999 gli svedesi Tiamat, capitanati dal sottilmente inquietante Johan Edlund, propongono una versione lisergica e ammaliante del brano, nell'album Skeleton Skeletron. In questo disco i trascorsi death metal del gruppo hanno definitivamente lasciato il posto a musica da trip ricca di venature dark:



A voi la parola: quale versione preferite? Credo sia difficile mettere in dubbio un must come il brano dei Rolling Stones, innegabilmente parte della storia della musica, eppure trovo che anche la cover abbia un certo fascino e riesca a staccarsi a sufficienza dall'ingombrante pietra di paragone.

martedì 22 maggio 2012

Sound of Music

Io sono una fruitrice di musica. E lo sono in maniera ossessivo-compulsiva.
Non si tratta solo di avere un rapporto peculiare con le canzoni che divengono la mia colonna sonora quando scrivo - quando quel brano fa venire in mente proprioquellascenalì e quel testo sembra che parli propriodiquelpersonaggiolà; quando durante la stesura di un raccontino sono capace di ascoltare ennevolte di fila la stessa canzone, fino al delirio mistico-sciamanico*.
Si tratta anche dello schermo che la musica fa tra me il mondo. Quando cammino e mi solleva dal compito di spiegare al procacciatore di turno che sì leggo tantissimo ma no non voglio compilare nessun modulo per nessun Club del Libro & affini. Quando viaggio mi avvolge in una rassicurante bolla che sdoppia il mondo in due, quello reale e quello "mio" - che sia il mondo del libro che sto leggendo, o della storia che sto scrivendo.
E si tratta anche della canzone che ha le parole giuste per dar voce a emozioni, pensieri (e malinconie, e scazzi, e rabbie, eccetera). E si tratta dell'irrefrenabile impulso che ti fa rispolverare un album che non sentivi da tempo e te lo fa mettere su decine di volte in pochi giorni. Nonché della ninna nanna che ti accompagna nel sonno, e culla gli ultimi pensieri prima di dormire. E di quel pezzo che ti fa iniziare la giornata con grinta.
Fatto sta che l'iPod è mio inseparabile compagno quando sono in giro e iTunes è sempre al lavoro quando sono in casa. Con le canzoni random se voglio stupirmi e le playlist adatte proprio per "quel" momento. Con i testi perfetti e la musica che evoca - sentimenti, atmosfere, sapori. La musica che ti strappa il cuore, con l'amarezza o con l'energia, e quando te lo restituisce non è più lo stesso.

* Sì, sono ironica. O forse no, non lo sono. O magari è una via di mezzo. O la ripetitività potrebbe avere un effetto allucinatorio-propedeutico all'atmosfera di scrittura.
O magari non state a farvi troppe seghe mentali su quello che ho scritto, please.

On air:
Amorphis, Skyforger (l'album che in questi giorni ho l'irrefrenabile impulso a riascoltare più e più volte, appunto).




L'immagine viene da qui.

lunedì 21 maggio 2012

The Mist [Turn the Page]

Lunedì, e un nuovo articolo della serie Turn the page, ovvero riproposti dal mio vecchio blog sul Cannocchiale. Con un altro film: The Mist.


Fear changes everything. Questa è la frase che si legge nel poster originale di The Mist (molto meglio rispetto alle becere scritte di quello italiano, che oltre tutto traduce con "romanzo" la parola tale: La nebbia, di Stephen King, da cui il film è tratto, è un racconto dall'antologia Scheletri, non un "romanzo").
Fear changes everything, la paura cambia ogni cosa, ed è proprio allo sgretolarsi di umanità, solidarietà, ragione che assistiamo nel corso del film. Tema caro a Frank Darabont, regista di tre pellicole tratte da King (oltre a questa, Le ali della libertà e Il miglio verde, entrambi splendide), nonché firma dietro alla serie tv The Walking Dead, alla quale dedicherò un (tragicomico) post alla conclusione della seconda serie, tra non molto. In effetti, il difetto principale di The mist è una certa verbosità retorica nelle sequenze in cui i personaggi riflettono su come la situazione estrema in cui si trovano abbia provocato esplosioni di violenza e follia, e sull'animale uomo, e... bla bla bla. Nulla di originale, che tuttavia avrebbe funzionato semplicemente mostrandolo attraverso le scene; quando lo si dice, e lo si ripete, ecco che la sospensione dell'incredulità si rompe e lo spettatore pensa "sì, ok, il regista ha espresso il suo punto di vista, grazie della lezioncina, andiamo avanti?"

Niente di così fastidioso quanto le situazioni analoghe di Walking dead, comunque; e tolto questo sassolino dalla scarpa, si può passare invece a quello che funziona. Perché The mist è un film onesto, divertente - non nel senso di comico ovviamente; parlo di entertainment - e con una zampata finale davvero crudele (e che quindi non poteva non entusiasmarmi, non essendo io amante dei "lieto fine ad ogni costo" e anelando a un po' di humor nero e di cattiveria nel mondo annacquato di troppa produzione fantastico-horror contemporanea).
La trama: l'arrivo di una nebbia misteriosa costringe un gruppo eterogeneo di persone, abitanti della classica piccola cittadina in puro stile-King, a rifugiarsi in un supermercato (chi ha detto L'alba dei morti viventi? Sì, ma il deja vu in questo caso non è particolarmente fastidioso). Perché nella nebbia si nascondono cose terribili: creature che provengono da un'altra dimensione. Affamate.

Una trama che ha il sapore delle buone, vecchie storie sci-fi, per certi versi, ma ovviamente modernizzata in una fantasmagoria di animali mostruosi - i tentacoli che vedrete nel corso della prima uccisione sono o non sono bellissimi? E questo nonostante gli effetti speciali al computer non siano sempre al top. E i terribili ragni dalle teste simil-teschio, che sputano bava corrosiva e si mangiano le persone da dentro in puro stile Alien? E poi zanzaroni, pseudo-pterodattili... e il non mostrato, l'intravisto - versi raggelanti, sagome enormi che sono giusto ombre grigie nella nebbia - è ancora più suggestivo. Sì, il piacere nel rievocare le creature, che si portano dietro tutta una serie di momenti genuinamente sanguinosi e di efficace tensione, è quello un po' infantile che si prova di fronte al grottesco, surreale potere del migliore horror (per fare un paragone con un altro mezzo artistico, penso agli albi di Dylan Dog più geniali, come, ad esempio, Golconda). La macchina-film insomma fila che è una meraviglia, in un crescendo che è dato non solo dal puro fantastico di mostri e uccisioni, ma anche dal rapido degenerare dei rapporti umani, guidato da quello che ormai è quasi un tòpoi, la Fanatica Religiosa che blatera di Apocalisse. E così il gruppo si assottiglia, i prepotenti diventano fifoni, i gentili & sottomessi lottano con coraggio. E se il protagonista Thomas Jane non si può definire granché espressivo, meglio la bionda Laurie Holden (ahimé, Andrea in Walking Dead, dove compare insieme a Melissa McBride, specializzata nel ruolo di madre, che in The Mist ha una breve comparsa. A dimostrazione che non sono pochi i registi che coltivano un certo feticismo nei confronti di determinati attori...) Se la cava benissimo anche il marmocchio di turno, Nathan Gamble, che riesce in qualcosa di raro quando si tratta di bambini nei film: non è fastidioso, e anzi la sua paura, il suo succhiarsi il pollice, i suoi abbracci al genitore risultano credibili e commoventi.

Crudo, ma non perverso, sanguinoso, ma non morboso, ecco perché The Mist potrebbe piacere anche a chi si tiene ben lontano dalle derive ultra splatter degli slasher movie del giorno d'oggi.

domenica 20 maggio 2012

Any given Sunday

La domenica è un giorno strano. Credo che subisca una contrazione temporale, visto che è sempre più corta di quello che servirebbe. È il giorno in cui i parenti telefonano al mattino presto, ad esempio (in alternativa con il sabato. Per poi domandare gioviali "ti ho svegliato?" L'ultima volta li ho fottuti, "no, sono già in giro", ed era anche vero. Il problema è che il 99 % delle volte mi svegliano sì. Non chiamano mai quando mi alzo presto di mio). È anche il giorno del bucato da lavare & stendere: per questo nell'ultimo mese sta regolarmente diluviando.
Questa domenica, in particolare, è stata anche il giorno della scossa di terremoto. Tutta la stanza vibrava, io mi sono svegliata in tempo per guardare l'orologio e sentire lo sciaff del mio Gozer ancora in confezione da collezionisti che precipitava da sopra la libreria (e non vi dico che casino di fluido ectoplasmatico da ripulire, dopo...) Poi tutto è finito, io sono ripiombata nel coma.
Qui i terremoti arrivano solo "di riflesso", scosse leggere e brevi, gli epicentri sono altrove. Certo è che non me ne ricordo così tanti come in quest'ultimo periodo (tre in meno di un anno). Ce n'è stata anche un'altra, molto lieve, proprio poco fa, ma io non me ne sono neanche accorta: me l'ha segnalata la Socia dall'altra stanza (metodo Jurassic Park, in pratica, bottiglie che vibrano).

Comunque. Domenica semibuia. "Fatto cose", altre mi aspettano. Ho sempre un testo da rivedere - un luuungo testo da rivedere per la millemillesima volta: non ne posso più. Ma fight!, si fa. La casa è riordinata, more or less. O quantomeno non ha più le balle di polvere che rotolano in giro. Sono le quattro e io tornerei già a dormire (malattia del sonno, è ufficiale).
Buon quel-che-resta-del week end.


L'immagine viene da qui.

sabato 19 maggio 2012

Quello che adoro della scrittura

Dopo il post su "quelle cose che" a volte suscitano la classica domanda "ma chi me lo fa fare?", ovvero "quello che detesto della scrittura", avevo promesso il suo equivalente in positivo.
Mi rendo conto però che un post del genere potrebbe trasformarsi in un'enciclopedia. Se infatti la mia prima (ma non l'unica) risposta alla domanda di cui sopra sarebbe la classica, ma assolutamente sincera, "scrivo perché non posso farne a meno", elencare tutto quello che amo dello scrivere storie si sta rivelando paradossalmente più complicato rispetto al lamentarsi un po' ironico delle idee che sfuggono o della cronica insicurezza ohccazzofatuttoschifo che caratterizza ogni rilettura.

Ma ci provo.

Mi sforzerò di evitare i discorsi filosofici & generici, che andrebbero a parare sulle motivazioni dello scrivere, e mi limiterò a restare strettamente on topic, tentando di identificare quei momenti che rendono meraviglioso il battere sui tasti di un pc e ripagano di fatiche, incertezze, mal di stomaco e frustrazioni assortite. E mentre scrivo queste righe ancora non so dove andrò a parare e quanto crescerà questo post.

Pronti, via.

1 - quando tutto va a posto.
Ovvero, quando frammenti sparsi di idee, parti di trama, suggestioni, eventi e fatti che ti hanno colpito in momenti diversi - anche a distanza di anni - click, s'incastrano alla perfezione e trovano il loro posto all'interno della storia. Il puzzle scomposto, i cui pezzi non trovi tutti ordinati nella scatola, no, ma devi cercarli come in una caccia al tesoro, improvvisamente è più chiaro. Magari non ancora completo, ma in quel secondo di click, un brivido ti scorre lungo la pelle e tu hai una visione del "tutto", come un mistico che per un solo istante intravede il senso della vita. Sono magari quelle idee improvvise che arrivano senza far rumore e ti danno la chiave del tuo regno, tu pensi "però, potrebbe andare così" e
poi ti fermi e dici cazzo, potrebbe andare così! Ed è tutto giusto.
Il che porta anche a un'altra cosa che adoro, ovvero

2 - le corrispondenze involontarie.
Quando ti accorgi di dettagli che ritornano, magari una volta a pagina 20 e l'altra a pagina 200, che assumono una luce nuova e si fanno portatori di un senso - il senso, il "theme", la "resonance", o anche solo diventano simboli di un cambiamento importante nel personaggio o nell'atmosfera o nella vicenda. Tutte quelle cose che non andrebbero infilate a forza nei libri, ma identificate, ragionate, curate perché siano naturali, quando magari sei già in revisione e, avendo la storia completa davanti, sai cosa potresti inserire.
Ecco, io adoro quando queste corrispondenze, questi parallelismi, questi simbolismi arrivano in modo del tutto inconscio, naturale e involontario. Mi è successo di recente, dettagli che avevo sotto gli occhi da mesi, ma non mi ero resa conto che la scena x della famosa pagina 20 richiamasse proprio la scena y della pagina 200 e la scena z della pagina 400, e rendesse così chiaro come le cose stavano cambiando per i personaggi e... Insomma: che esaltazione.

3 - quando rileggi e wow!
Be', qualche volta capita, no? Non è sempre un fatuttoschifononcelafaròmai. Qualche volta, ok, c'è da limare qui e sicuramente si può migliorare là, però... che bella scena! E questa idea mi piace! E sono assolutamente innamorata di lui e di quell'altro e quel bastardo lì è venuto proprio un bell'antagonista e quelle frasi lì messe così sono davvero wow!

4 - come in un film.
Immaginare le scene come se dovessi "girarle", come se le avessi davanti agli occhi, in primo luogo mi aiuta a evitare le inverosimiglianze del tipo (invento) "le mise una mano sui fianchi, con l'altra le accarezzo i capelli, con l'altra le sfiorò le labbra" e ehi, quante mani ha il signore?
In secondo luogo, insomma: se scrivo sempre la storia che amerei leggere, allo stesso modo giro nella mia mente il film che adorerei vedere, no?

5 - trovare la perfetta ost.
Ovvero la official soundtrack. La colonna sonora. Scrivo sempre ascoltando musica, e la scelta di dischi e canzoni varia per mille motivi: umore, atmosfere, questo album è nuovo lo devo ascoltare subito ecc ecc.
Soprattutto durante la prima stesura, però, amo costruire quella che diventerà una playlist sul mio iPod e sull'iTunes, ovvero la vera e propria colonna sonora della storia. Scelgo i brani per due motivi: 1 - devono essere adatti per la melodia, cioè evocare le atmosfere giuste, e 2 - devono avere un testo in tutto o almeno in parte adatto. Così che la canzone resta nella mia mente associata a una scena, un personaggio o un momento particolare del romanzo.

6 - quando la "fottuta fatica" dello scrivere svanisce.
E ti ritrovi con un racconto di una dozzina di pagine o più scritte in un giorno. O quando tiri fino alle due o alle tre con la Socia e ti rendi conto che avete risolto una scena complicatissima - dieci pagine in una sera.
Naturalmente poi quelle pagine andranno rilette & corrette, questo lo diamo per scontato. Ma resta l'eco di quella febbre, di quel miracolo, quando tutto funziona e le parole scorrono come un fiume. Alla fine riguardi quello che hai fatto, sgrani gli occhi e dici ma sul serio? Dieci, dodici pagine solo oggi? Ma io dov'ero, che quasi non me ne sono accorta?


7 - quando leggi un manuale, o un saggio di qualche autore che stimi, sulla scrittura, e ti rendi conto che ehi, questo capita anche a me! Lo faccio già! Accidenti, è proprio così!
E ti senti un po' meno sola, perché sì, scrivere è - almeno per tutta la prima e più ampia parte del lavoro, un'occupazione solitaria. Devi combattere contro i "ma chi te lo fa fare" tuoi, e contro quelli degli altri che non capiscono, contro quelli che ti guardano come se fossi pazza quando sei presa a raccontare le scoperte meravigliose che hai fatto sulla storia cui stai lavorando, contro l'insicurezza già citata tante volte, contro i dubbi, e così via. E quando Bradbury, o Carver, tanto per citarne un paio, scrivono qualcosa che tu senti profondamente tuo; quando la tecnica che il tal manuale propone è qualcosa che tu avevi già intuito, e ora ehi!, puoi affinarla, e allo stesso tempo sentire che, insomma, ti stavi già muovendo nella direzione giusta, be', sono piccole rassicurazioni/soddisfazioni che aiutano.

8 - quando hai la sensazione che la storia non dipenda affatto da te. I personaggi sono vivi e ti accompagnano come ombre. La vicenda è reale. Come in quel Dylan Dog in cui i personaggi uscivano dai libri di una scrittrice, che in realtà era una sorta di "medium" e raccontava di un altro mondo reale quanto il nostro: quando arrivi a stupirti che quel certo personaggio sia nato da te, quando ti rivela complessità che non avresti sospettato - cui non avevi proprio pensato, ma accidenti, sono lì! Quando il mondo che hai creato si arricchisce e si arricchisce e la storia trova il suo binario e tu devi quasi solo seguirlo...

Ragazzi, è magia.

On air:
Blind Guardian, Imaginations from the other side

The ocean of all my dreams
Which were worth to keep
Deep inside my heart
I wish I could get them back from the everflow
Before they'll fade away
Imaginations from the other side
Far out of nowhere it got back to my mind
Imaginations from the other side
Far out of nowhere it got back to my mind
Out of the dark, back to the light
Then I'll break down the walls around my heart
Imaginations from the other side (...)
Stranded in the real world
Left in the world, no place for daydreams, serious life
I fall into, I fall into a dark hole and I can't come out (...)
I hope there is a way back with my talisman
So I look into myself into the days when I was just a child
Come follow me to wonderland and see the tale that never ends
Don't fear the lion nor the witch
I can't come back
I'm lost but still I know there is another world




L'immagine viene da qui.


venerdì 18 maggio 2012

Varie

Stramaledetta allergia. Stramaledetto sonno cronico. Sono rimbambita per l'una e per l'altro, con l'effetto degli antistaminici in mezzo.
Le fragole con panna trovate ad accogliermi a casa oggi però consolano molto *___*

Comunque.

Un po' di notizie sparse. Ho raccolto in questa pagina tutti i post che hanno attinenza con la scrittura, i manuali, i temi e i problemi connessi. Così, se vi va di spulciarli, non dovete nemmeno fare la fatica di cercare il tag. Naturalmente aggiornerò la pagina man mano che si aggiungeranno articoli: ho parecchio materiale in testa e ci sto rimuginando per i prossimi post.

Poi.

Sempre sulla scrittura & dintorni: ringrazio Davide di Strategie Evolutive che qui ha linkato il mio post di ieri, proseguendo il discorso con alcune interessanti riflessioni che vi invito a leggere. Il discorso sulla fiducia che il lettore deve concedere all'autore è un'arma a doppio taglio, a mio parere: lo scrittore che nelle prime pagine imposta un "patto" con il suo lettore deve anche dimostrare di saperlo mantenere e il lettore ha diritto di scocciarsi se ciò che legge non rispetta la qualità minima - si può discutere sui toni che si usano per muovere una critica, ma se non ci sono offese personali, difendo il sacrosanto diritto del lettore di criticare ciò che legge.
Però se si parla di lettori che non riescono a distinguere tra autore e personaggio e tra autore e narratore, allora il problema si fa grave, gravissimo. Non si tratta di avere enorme cultura e intelletto fuori dal comune: si tratta della base minima che qualsiasi lettore acquisisce "sul campo", leggendo. O almeno dovrebbe acquisire.
Non voglio ululare d'indignazione per le sorti dell'italico Paese, ma accidenti.

Poi.

Sono caduta nel vortice di Tumblr e di Pinterest. Il primo, ideale come "blog per immagini", ho iniziato a frequentarlo essenzialmente per seguire le pagine di alcuni amici; di conseguenza, anch'io ci pubblico qualcosa ogni tanto: foto, non testi, un diario visivo minimale e occasionale. Consideratela una pagina accessoria a questa, se vi va di farci un salto.
Pinterest è simile ma non uguale: una raccolta di immagini, certo, ma organizzata tematicamente. Una sorta di carta d'identità, di presentazione grafica. Eccola qui: gusti, manie, ossessioni. Buon giro.
Entrambe le pagine sono ancora agli inizi, ma intanto le ho aggiunte ai miei link.

Infine.

Il nostro amato ragno domestico è scomparso. Non se ne segnala traccia ormai da giorni. Se qualcuno lo incontrasse, gli dica che ci manca.


Immagine presa da qui.


giovedì 17 maggio 2012

WTF?! Ovvero i misteri della terza persona limitata

Scena: i testimoni di un incidente d'auto, Personaggio 1 e Personaggio 2, raccontano quello che hanno visto a un poliziotto.

Esempio con il Personaggio 1:
L'agente gli rivolse un sorriso carico di comprensione. "Prenditi tutto il tempo che vuoi per riordinare le idee", disse, con il tono gentile che usava suo padre per rassicurarlo quand'era agitato per un esame.
Ma picchiettava con la penna sulla scrivania, e il suo sguardo andava ogni tanto all'orologio a muro.
Lui si schiarì la gola. "Dunque. Non ho molto da dire. Stavo andando a lezione, avrei dovuto cominciare alle nove." Strofinò i palmi sudati contro i jeans. "Ho sentito la frenata, dietro di me. Avevo le cuffie dell'iPod, stavo ascoltando musica, ma il rumore è stato così forte che l'ho sentito lo stesso. Mi sono girato e c'è stato l'urto. Tutti, le persone in strada intendo, sono andati a vedere, e io anche. Studio Medicina, magari qualcuno aveva bisogno d'aiuto."
"E cosa ha visto poi?"
"Poco, nel senso che sono arrivato in fondo alla strada ed era già zeppa di gente..."

Eccetera eccetera.

Esempio con il Personaggio 2:
Il poliziotto lo guardò col tipico sorrisetto viscido da adesso ti frego. "Prenditi tutto il tempo che vuoi per riordinare le idee"
Lo pigliava per il culo? Non era mica lui quello che s'era schiantato contro un lampione e non era manco un parente sconvolto. E poi chi gli aveva detto di dargli del tu? Solo perché lui era giovane e invece quello pareva una mummia senza capelli? Cazzo, sembrava suo padre quando decideva di scassare con gl'interrogatori.
Se la sbatti ancora una volta quella penna te la faccio mangiare.
Allungò le gambe sotto al tavolo, appoggiandosi allo schienale della sedia. "Non è che ho molto da dire. Stavo andando a casa, ieri ho dormito da una tipa ma stamattina doveva lavorare e io ho schiodato. Comunque, sento 'sto stridere, mi giro e sbam!, un casino che sembra un'esplosione."
"E cosa ha visto poi?"
"Eh, ci sto arrivando. Sul momento non ho visto proprio un cazzo, cioè, era strapieno di gente..."

Prima ancora di sapere che questa si chiama "terza persona limitata", prima ancora di voler scrivere io stessa, già da semplice lettrice mi sono abituata a riconoscere quando l'autore sceglie di immergersi nel punto di vista di un personaggio e di usare la sua voce, il suo stile. Così come le idee (religiose, filosofiche, di vita e così via) di uno scrittore non coincidono per forza con quelle dei suoi personaggi - nemmeno del protagonista -, allo stesso modo se non sto adottando un narratore onnisciente (manzoniano, per intenderci), le scelte che farò, nel modo di costruire le frasi, nei dettagli da mettere in risalto, nel lessico, dipendono dal mio personaggio-punto di vista.

Ho costruito al volo due esempi: si tratta di branetti scritti rapidamente e decontestualizzati, quindi prendeteli per quello che sono, ma credo possano essere utili per farvi capire cosa intendo. La scena è la stessa, le parole del poliziotto sono le stesse, ma il Personaggio 1 e il Personaggio 2 parlano e vivono ciò che accade in modo del tutto diverso.
Pur avendo voluto aderire a un linguaggio colloquiale - perché si tratta di un dialogo, e perché i due personaggi sono giovani, non degli anziani che rimembrano i tempi andati o dei professori di filosofia che tengono una lezione - ho cercato di caratterizzarli attraverso la loro voce. Dovrebbero essere chiare, leggendo, la personalità e il tipo di vita che i due personaggi conducono (almeno in parte: si tratta di poche righe e non c'è dietro una storia che aiuti a conoscere i dettagli). La situazione potrebbe essere quella di due incipit: ancora non sappiamo chi sono questi due, ma il lettore dovrebbe cominciare a conoscerli da subito (attraverso il mostrato, non il detto: cioè facendogli vedere i personaggi in azione, anziché scrivendo "Il Personaggio 1 era un ragazzo così e cosà").

Prima domanda: avete avvertito la differenza?

Nella mia mente, scrivendo, ho usato:

Personaggio 1: studente vicino alla laurea, educato, di buona famiglia.
Personaggio 2: balordo che non ha mai concluso gli studi e vive d'espedienti.

Seconda domanda: ora che vi ho "svelato" i personaggi che ho cercato di rendere, trovate che gli ipotetici incipit che ho proposto siano adeguati?

E infine, terza domanda (da cui in realtà nasce questo post): è o non è chiaro che, PORCA VACCA, è il PERSONAGGIO 2 che "parla come mangia", non sa i congiuntivi e usa un linguaggio colloquiale? O vi è venuto il dubbio che fossi io a svirgolare il verbo in "non è che ho molto da dire" anziché scrivere "non è che abbia molto da dire"?

Pur trattandosi di due micro-scene scritte piuttosto in fretta, vi garantisco che ho pesato ogni parola. Non sto a raccontarvi il perché di tutte le scelte, ma, tanto per farvi qualche esempio:
- P1 dice "dietro di me" perché è più adatto al parlato. Inizialmente ho pensato di usare "alle mie spalle", ma per un ragazzo agitato (i palmi sudati...) "dietro di me" mi è sembrato più giusto. Anche se P1, se dovesse scrivere la sua testimonianza, sceglierebbe allora "alle mie spalle".
- "zeppa di gente" è scelto per contrastare con lo "strapieno di gente" del P2.
- del congiuntivo "non è che ho molto da dire" ho già parlato. Ho dovuto farmi violenza per scriverlo, ma in una terza persona limitata deve prevalere la voce del personaggio, non la mia. Aggiungo solo che P1 usa "non ho molto da dire", che è meno colloquiale della struttura "non è che". Anche se è un ragazzo, il suo background, la sua cultura e il rispetto per l'autorità lo portano a cercare di esprimersi in modo meno disinvolto rispetto a P2. (Anche se poi gli scappano espressioni come "nel senso che", per la tendenza a giustificarsi di cui vi dirò tra poco).
- "Lui si schiarì la gola" è un altro segnale della terza persona limitata. Non è necessario usare sempre il nome del personaggio punto di vista, se non c'è pericolo di confusione con altri. Avrebbe potuto essere semplicemente "si schiarì la gola", il "lui" occorre perché cambia il soggetto rispetto alla frase precedente.
- al di là delle scelte lessicali, i gesti che i due personaggi compiono e i dettagli che notano sono selezionati per rendere il modo diverso in cui affrontano la situazione e la percepiscono: P1 ha le mani sudate, tende a giustificarsi e ad assicurarsi che l'interlocutore comprenda perché si è comportato in un certo modo - quindi specifica che ascoltava musica anche se già si capirebbe dal fatto che ha le cuffie dell'iPod, precisa che va a vedere cos'è successo perché studia Medicina, non solo perché è curioso; P2 è stravaccato sulla sedia, non è contento della situazione e quindi interpreta l'atteggiamento dell'agente con fastidio, e così via.

Tutta questa lezioncina (non sopporto di salire in cattedra e non era questa la mia intenzione, ma mi rendo conto che potrei avervi dato questa impressione) è dovuta al fatto che spesso mi capita di sentirmi dire da lettori poco attenti "hai sbagliato un congiuntivo, hai commesso un errore di grammatica". No: nessuno è perfetto, ma se so che in quel certo racconto gli unici errori sono quelli dovuti a un personaggio caratterizzato in un certo modo, perché oltre ad aver controllato io anche altri dieci lettori-revisori consapevoli si sono resi conto di come ho usato il linguaggio e mi hanno rassicurato sulla correttezza della mia lingua dove non scelgo di riprodurre gli errori di un personaggio, allora no, non accetto questa critica. E resto basita del fatto che sia possibile fraintendere così platealmente uno scritto, perché la terza persona limitata non la invento certo io e la lettura di un racconto o un romanzo dovrebbe renderne chiari i meccanismi. Ma qui confortatemi voi: i due branetti d'esempio sono chiari, in questo senso?
Forse in Italia c'è ancora l'idea che se uno scrittore non usa termini come "lutulento" o "perspicuo" non è un vero Autore con la A maiuscola (il che origina fraintendimenti, ridicolaggini e sbalzi di registro terrificanti, oltre a veri e propri errori, quando lo scrittore usa parole che "fanno figo" ma non le conosce). Comunque, io rispondo: palle. Uno scrittore non deve scegliere i termini aulici "a tutti i costi": come diceva Carver, deve usare le parole giuste.




L'immagine viene da qui.

mercoledì 16 maggio 2012

Quello che detesto della scrittura

Mi accodo all'Ineffabile Socia-Coinquilina Sam che ha lanciato il topic del titolo con questo post (seguito poi da Gianluca qui): particolarmente efficace il FUUUCK! a commento delle "cose che detesto dello scrivere" che propone. Perché ogni Scribacchin-Aspirante avrà idiosincrasia, frustrazioni, momenti in cui solo l'impossibilità di avere armi sotto mano evita una sana strage antistress. Ma l'immenso fuuuck! di Bridgetjonesiana memoria è la reazione condivisa da tutti.

Ora, siccome scrivere è una medicina piena di effetti collaterali, qualche sollievo agli scribacchini può venire dalla condivisione delle proprie disgrazie. Ecco perciò le mie. Non considererò tutto quello che riguarda "l'ambiente", ovvero le infinite storture e gli innumerevoli corto circuiti legati all'industria editoriale, a cattive abitudini degli Aspiranti (intendendosi, in questo caso, questi Aspiranti) e così via, ma solo i fuuuck! moments che vivo di persona while struggling to survive.

1 - i luuunghi (luuuuuuunghi!) tempi. Come molti aspetti della scrittura, questo è insieme affascinante ed esasperante. So che la pozione magica deve sobbollire lentamente, ovvero le idee devono aggregarsi, con i loro ritmi, trovarsi, incastrarsi, finché non sei pronto a partire con la prima stesura, che va avanti, sera dopo sera, giorno dopo giorno, e quando metti la parola fine tocca alla revisione, che andrà AVANTI, SERA DOPO SERA, GIORNO DOPO GIORNO, finché passerai alla seconda, terza, quartaeccetera revisione, e poi manderai in giro, e aspetterai, e aspetterai, e ASPETTERAI... Ecco. Potessi condensare la magia di quei meravigliosi click! mentali, quando le idee si incastrano; potessi riversare direttamente sulla pagina i miei pensieri come grazie a un word processor telepatico... Che esaltazione!
Da un lato so che ciò che scrivo è quello che è proprio per questo gioco di lunghi tempi, perché lascio maturare le idee, perché gli incastri avvengono al momento giusto, perché nel corso dei mesi - anni - che servono dal primo barlume di spunto alla parola "fine" al momento "ok basta non ne posso più di revisionare", io cambio, la consapevolezza che ho della storia cambia, tutto quanto matura e (si spera, almeno!) migliora. Bene, giusto, positivo.
Ma quando attendi di liberare quei fantasmi, quando muori dalla voglia di quello straordinario giro di giostra che è "LA scena", "IL climax", "LA storia finita", "IL personaggio", "LA battuta perfetta", accidenti, se si soffre. Accidenti, se prudono le dita dalla voglia di battere sui tasti. Accidenti, se ti consumi la testa a furia di proiettare nella mente il "filmino mentale" del tuo romanzo.
Al momento ho più storie da scrivere in mente che dita nelle mani, giusto per farvi capire come mi sento. Tipo vulcano che vorrebbe eruttare ma ha il cratere ostruito.

2 - il grande classico, che infatti sia Sam che Gianluca hanno citato: "ehi, fico!, questa idea è meravigliosa, questo dialogo è perfetto, devo assolutamente buttare giù subito... ehm... ehi, che cazzo mi era venuto in mente?"
Tragedia.

3 - Tutto in testa. La scena. No, meglio: LA SCENA. La coccoli. L'accarezzi. Ci ripensi sera dopo sera prima di dormire, aggiungi dettagli, limi spigoli, ce l'hai davanti come su maxischermo.
Siedi al pc, inizi a scrivere. Alla fine rileggi.
E trovi un aborto che non assomiglia nemmeno vagamente a quel capolavoro di tensione, emozioni, conflitto che avresti dovuto scrivere perché è proprio una scena fondamentale (oltre che una delle tue preferite, diciamolo).
ARGH.

4 - Torni a casa svolazzando sulle ali della fantasia. Dopo aver rimuginato per ore sul pensiero ossessivo devoscriveredevoscriveredevoscrivere
"Ehi, ciao, come stai, è un po' che..."
Devoscriveredevoscriveredevoscrivere
"Signorina, per favore, saprebbe indicarmi..."
Devoscriveredevoscriveredevoscrivere
"Ciao, come va? Ti telefono perché..."
Devoscriveredevoscriveredevoscrivere
hai dato l'ennesima prova all'universo che tu vivi altrove. Sei carica. Sei pronta. Ti siedi, accendi il pc, apri il file che ti attende dall'ultima sessione di scrittura.
E niente.
Mpf, cheppalle oggi.
Le poche parole che arrivano colano come fango, scrivi mezza pagina se va bene e buonanotte, cazzeggio un po' su internet.
Tanto poi, prima di dormire (vedi punto 3).

5 - La Sindrome del Fa Tutto Schifo. Non si tratta solo di non essere soddisfatti con una scena troppo importante e perciò caricata di enormi aspettative, come al (3). Mi riferisco a quando lasci passare un po' di tempo prima di cominciare la revisione numero ennemila, ti rileggi e... No, quel dialogo non va bene. Ma i personaggi saranno davvero caratterizzati come devono? Oddio, ma quell'espressione la usi mille volte, cambia! Cazzo, guarda che schifo, non rendi per niente l'idea. Orrore, una ripetizione! Dopo ennemila letture ancora una ripetizioneee!!! NON LE TROVERAI MAI TUTTE! E lì, non va bene, è vomitevole! Non scriverai mai come vorresti, non imparerai mai a descriveremostrarevariareecceteraeccetera davvero come vorresti!!!
Poi per fortuna trovi un pezzo che ti cattura e cominci a ghignare come una scema re-innamorandoti dei personaggi, della storia e di questa fottuta fatica dello scrivererivedereriscriveresputarcisanguesopra.

Perché oltre alle "cose che detesto", ci sono anche le "cose che adoro"...
Al prossimo post!

On air:
Nightwish, Storytime

It was the night before, when all through the world,
No words, no dreams then one day,
A writer by a fire imagined all of Gaia
Took a journey into a child-man's heart...
A painter on the shore imagined all the world
Within a snowflake on his palm
Unframed by poetry a canvas of awe
Planet Earth falling back into the stars (...)
I am the journey, I am the destination,
I am the home, the tale that reads you
A way to taste the night, the elusive high
Follow the madness, Alice you know once did
Imaginarium, a dream emporium!
Caress the tales and they will dream you real
A storyteller's game, lips that intoxicate
The core of all life is a limitless chest of tales...



L'immagine viene dalla pagina Facebook Roba da Scrittori.

martedì 15 maggio 2012

To France - in tre versioni

Oggi vi propongo non due, bensì tre canzoni a confronto. Come vi avevo già anticipato in questo post, è mia intenzione continuare a esplorare il mondo delle cover, proponendovi alcune song note in parallelo alle rielaborazioni di artisti successivi. La settimana scorsa è toccato a Ironic di Alanis Morissette, ripresa da Anneke Van Giesbergen, e nel vecchio blog avevo già proposto cover di brani di Bjork, Tears for Fears, Madredeus (rispolvererò anche quei post, pian piano, abbiate fede).

Oggi tocca invece a Mike Oldfield (noto in particolare per la colonna sonora dell'Esorcista e per la hit Moonlight Shadow). La canzone che mi interessa è questa, To France, deliziosa e dolcemente melodica:


Nel 1996, i Blind Guardian, forse per il sapore folk del brano, la interpretano inserendola in The Forgotten Tales, raccolta di cover e di vecchi brani riregistrati in versione alternativa. Eccola:


Più di recente, ovvero l'anno scorso, ecco di nuovo una voce femminile, come nell'originale, che si cimenta con questa canzone: Liv Kristine, dei Leaves' Eyes, all'interno del disco Meredead:


E ora a voi: qual è la sentenza? Personalmente, sono affezionata alla versione Blind Guardian, che è anche la prima che ho ascoltato (e poi, diciamolo, per loro ho un debole). Mi emoziona più delle altre, mentre invece quella dei Leaves' Eyes, graziosa, mi pare anche la più moscetta.
A voi!

lunedì 14 maggio 2012

Cube - Il Cubo [Turn the Page]

Come al solito, lunedì di "riscoperta" dei post dal blog nella sua sede precedente, Il Cannocchiale. Con un altro dei miei film cult. Pronti? Via!


Rassegnamoci: la ragione per cui siamo qui ci sfugge totalmente.

Il "qui" è un'immensa struttura cubica, formata da migliaia di stanze identiche salvo che per il colore, nella quale senza spiegazione sono state imprigionate alcune persone: ignare, spaventate, di diversa età e provenienza, non si conoscono, ma si ritrovano a condividere l'incubo di un'assurda alienazione. La trappola in cui si ritrovano è densa di trabocchetti imprevedibili e mortali. Cospirazione, esperimento, punizione? Nessuna spiegazione, nessun indizio, solo la possibilità di guardare quello che si ha davanti. Più la struttura si rivela, più il numero dei sopravvissuti si assottiglia, più emergono follie, paranoie, paure, più è difficile appellarsi all'umanità, alla solidarietà, al desiderio di sopravvivere e alla capacità di combattere insieme e aiutarsi, in una spirale che aumenta l'assurdo e il terrore.
Cube - Il cubo è la dimostrazione che con pochi mezzi e attori sconosciuti è possibile realizzare un film di altissima qualità, originale, efficace, capace di fondere momenti di sano horror (almeno due delle morti del film non ve le scorderete più) alla riflessione sulla natura umana. E' inevitabile ricondurre le domande e i discorsi dei personaggi a un più grande quadro esistenziale - perché siamo qui? Qual è il senso di tutto questo? O siamo qui solo per morire? C'è una mente che ha voluto e organizzato la nostra presenza, o è tutto frutto di un caso atroce e impietoso? - eppure non si arriva mai alla banale retorica, e non pensiate di dovervi sorbire inutili pipponi filosofici, perché il disorientamento, i dubbi e l'isteria dei personaggi contribuiscono all'atmosfera di angoscia crescente e non arrivano mai a rallentare troppo il ritmo. E per sopravvivere non serve la forza che prevarica sul più debole, ma l'innocenza, l'la collaborazione, ancora più ardue da trovare in una situazione così estrema.
Qualche forzatura negli eventi non rovina l'impressione di un film coraggioso per più di un motivo, opera del canadese Vincenzo Natali. Ho apprezzato anche l'ambiguità e le sfaccettature dei personaggi, uomini e donne comuni, con difetti e debolezze che si trasformeranno, con il proseguire del film, nell'emergere del lato oscuro e mostruoso della "belva" uomo, da un lato, e nel sacrificio dall'altro. Non eroi, ma persone.
Del Cubo vi ho parlato spesso, qua e là nel blog; un post tutto suo lo meritava, tuttavia, all'interno di questa riscoperta di piccoli grandi cult personali che sto facendo in questo periodo. Se non lo conoscete, dategli una chance: non ve ne pentirete.

domenica 13 maggio 2012

Scene di vita vissuta

Questa casa è piccola, ma strapiena.
Ci viviamo in due: io e l'Ineffabile Socia Sam, più Rho, il cucciolo (specializzato nella nobile arte del "esco da una porta e rientro dall'altra facendoti prendere un infarto", con corollario "e se sopravvivi allo spavento ti ammazzerai inciampando nei giochi che piazzo astutamente nei punti strategici"). Abbiamo poi Paul & Edgar, i face hugger domestici (Un po' soffocanti, ma tanto affettuosi!) Non manca una lista di spiriti e fantasmi che vi risparmio (questione di privacy, sapete com'è). Nonché una folla di personaggi che vanno e vengono e richiedono attenzione (ecco, loro sono un piacere *ç* ).
E siamo anche al centro di un'aspra lotta tra ragni. La zarina e i suoi seguaci in cucina, i ribelli in bagno.
Che però, da qualche giorno, è diventato territorio controverso. Prima è apparso un nuovo ragno, del tutto diverso (orrido, ciccioso, spesso, nero). Sparito dopo un solo avvistamento... chissà, forse scacciato dall'ultimo arrivato? Questo:


Ammiratelo, il possente ragno gigante che ha fatto piazza pulita di tutti gli altri. Si fa dei giri immensi, da una parete all'altra del bagno, procedendo spedito anche se un po' ciondolante. E finché se ne sta lassù, possiamo convivere senza traumi.

Il problema è che poco fa è sparito.

Non vorrei ritrovarmelo con le chiavi di casa tra le zampe a indicare la porta a me, Sam e Rho.

sabato 12 maggio 2012

"Oooh, ma che capelli lunghi!"

Il che sarebbe la risposta che vorrei proprio dare, al prossimo che mi ferma per strada / mi interrompe mentre sto chiacchierando con qualche amico per prorompere in:
- un deliziato oooh ma che capelli lunghi, ma come fa a farli crescere così?
- un ridacchiante oooh, ma che capelli lunghi, ma non le danno fastidio?
- un timido scusi, eh, ma oooh, che capelli lunghi, quanto ci vuole per farli crescere così?
- un cinico oooh, ma che capelli lunghi, ma quanto ci mette ad asciugarli?
- un curioso oooh, ma che capelli lunghi, sai anche farti la treccia che parte da qui? [Indica sommità della testa]

Davvero. Lo so che ho i capelli tanto lunghi. Lo so che non si vedono spesso così. Ma, una volta per tutte:

- no, non li ho misurati, non so qual è la loro lunghezza al centimetro/pollice/altra unità di misura.
- no, non posso svelare segreti di Fatima, incantesimi, preghiere, patti col diavolo. Li lavo spesso, uso il balsamo oltre allo shampoo, li spunto di una decina di centimetri una volta l'anno. Niente altri trucchi.
- no, non sono io che "li faccio crescere così". Crescono fottutamente da soli se, indovinate un po'?, non-li-si-taglia.
- no, non so farmi la treccia "che parte da qui". Faccio la treccia normale. Faccio treccine sottili, una o due così per sfizio, quando mi va di farlo. Ho delle ciocche azzurre, al momento, ma tranquilli, anche quella non è magia.
- no, non ci metto una vita ad asciugarli. Ci metto un po'. In genere mi scoccio e quando li ho asciutti intorno alla testa la parte finale lascio che si asciughi da sola.
- no, non mi danno fastidio. Non sono masochista. Non sono semplici da portare, soprattutto quando si impigliano nelle cinghie della borsa o quando un coglione che ti passa accanto te li tira per sbaglio, ma mi piacciono così.

E potrei aggiungere no, non dirmi che assomiglio a Romina Power. O anche no, non dirmi che secondo te starei bene cosà invece che così. Non me ne frega un tubo.

E soprattutto: NO, NON MI TOCCARE I CAPELLI QUANDO VUOI DIRMI "OOOH, MA CHE LUNGHI!"
Nemmeno se prima mi chiedi il permesso. Nemmeno se sei un'anziana signora tanto gentile o un anziano signore che potrebbe essere mio nonno. Nemmeno se vuoi prendere una ciocca in mano per sentire quanto pesa. NON-MI-TOCCARE-I-CAPELLI.
Altrimenti me li lego stile Mrs. Lovett, così "non mi danno fastidio", tiro fuori la mannaia e ti trancio la mano.
Grazie.

L'immagine viene da qui.

giovedì 10 maggio 2012

The weaver's line

Bazzicando il gruppo Labor Limae su Facebook, ieri mi sono imbattuta in (svariate) conversazioni interessanti. Sulla scrittura, ovviamente, secondo diversi aspetti. Non sono un'assidua frequentatrice, perché per partecipare in modo davvero attivo a tutti i dibattiti interessanti che trovo su questo e su altri gruppi dovrei navigare su Facebook ventiquattr'ore su ventiquattro; ergo, "lurko", per lo più.

Comunque, ieri leggo un intervento di Serena Barbacetto, che cita questa frase: "Scrivere è un po' come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso" (Andrea De Carlo, Due di due, 1989).
Da questo e da altri interventi si sono condensati moltissimi temi - può un autore descrivere un'esperienza che non ha vissuto? Qual è il rapporto tra personaggi e scrittore? Quanto è semplice (o arduo) "uccidere" un personaggio?... Insomma, tantissima carne al fuoco, su cui si potrebbe discutere per una vita. Così ho deciso di dedicare "n" post a questi argomenti (e sì, il "cappello introduttivo" del post che state leggendo ora serve a ricordarmene!)



Non mi lancerò in descrizioni pseudopoetiche o in visioni romantiche della scrittura come "fuoco sacro" e così via. Ci sono poche cose più irritanti degli scrittori - o degli aspiranti tali - che si sbrodolano addosso rappresentandosi in un empireo irraggiungibile dai comuni mortali. Niente divinità ispiratrici che prendono possesso dell'autore, dunque? Be', io credo questo: lungi da me il voler sminuire la magia della scrittura, ma ciò che scriviamo nasce davvero, prima di tutto, da noi stessi, da "quello che si ha dentro" nelle parole di De Carlo, ovvero esperienze, opinioni, gusti, ma anche traumi, incubi, sofferenze. Tant'è che la scrittura è un'ottima forma di terapia, no? E tutti quegli elementi che formano la "persona" formano ovviamente anche lo "scrittore".


Per fare un passo in più, tuttavia, vorrei ricordare a questo punto anche una delle mie citazioni preferite, di Calvino: "scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto". Ed è qui che secondo me sta il nocciolo: quello che si cela tra le righe di una storia, i significati che da essa emergono - non sempre chiari, anzi, la possibilità di molteplici interpretazioni rende ancora più affascinante la lettura di un buon libro - rappresenta, io penso, la resonance di cui si parla a volte nei manuali di scrittura a proposito del finale di un romanzo, l'eco che continua a riverberare nel lettore quando ha chiuso il libro, e che resterà indelebilmente impressa nella memoria. Qualcosa di cui non sempre si è consapevoli, che non sempre si riesce a descrivere a parole, ma che c'è: non uso il termine "messaggio", perché rischia di far pensare a quell'atteggiamento (insopportabilmente) didascalico, da predicatore, della letteratura moralistica, dei "romanzi a tema" e così via. Non è (o non è solo) il "tema", appunto: preferisco pensarlo come un'intrecciarsi di elementi, di momenti che compongono l'affresco più ampio che è la storia, ciascuno dei quali colpirà alcuni lettori e non altri.


Quello di cui mi sono resa conto sempre di più, maturando come persona e come autrice (o scribacchina, fate un po' voi) è che la scoperta è anche mia. Ovvio? Razionalmente sì, non me ne sono certo accorta ieri. Eppure la portata di questo aspetto emerge davvero solo quando ne hai una prova concreta. Quando ci sbatti il muso, per essere esplicita.
Lavorando alle mie storie ho illuminato tanti lati di me, sofferenze, ossessioni, manie, gioie, di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza. Ho schiacciato sulla pagina ricordi e desideri, talmente bene che in genere nemmeno chi mi conosce riesce a districarli dalla finzione narrativa; talmente bene che spesso io stessa me ne sono resa conto solo dopo tante, tante riletture; talmente bene che mi sono trovata a identificare, con sorpresa, una mia personale scissione (schizofrenia? Perché no) in alcuni dei miei personaggi.


Badate: dico questo anche se non ho mai voluto costruirmi un "alter ego" cui far vivere avventure (anzi, trovo patetico quando mi capita di percepire in qualche "supereroico" protagonista lo scrittore autocompiaciuto). Ho sempre detto che io non sono "X" né "Y" e nemmeno "Z": io non sono i miei personaggi. Ma si dà il caso che mi sia resa conto di quanto alcuni di loro - due, soprattutto - siano specchi di aspetti della mia personalità. In un caso, lo ammetto, non è stato difficile rendersene conto; riflettendo il personaggio in questione alcune delle mie passioni, è stato inevitabile che mi assomigliasse un pochino e che reagisse ad alcune situazioni come reagirei (o come temo che reagirei) io. Tuttavia, non ho "programmato" che così fosse e non è stato voluto. Nel secondo caso, invece, è stata una sorpresa; e una deflagrazione, anche, in un certo senso... Ma di questo vi parlerò meglio più avanti. Resta il fatto che - fortunatamente! - entrambi questi personaggi sono anche molto altro, e non si limitano affatto ai punti in comune che hanno con me: per questo non mi sento comunque di usare la definizione di "alter ego".


Non parto mai da "quello che voglio dire", quando scrivo una storia: parto sempre da "quello che voglio raccontare". Il resto, il "qualcosa di nascosto" di cui parla Calvino, trova la sua strada con naturalezza. E, insinuandosi tra i personaggi, i dialoghi, le vicende, rende ancora più affascinante, per me, il lungo e faticoso viaggio della scrittura. Una volta identificato potrò lavorare per farlo risaltare meglio, un po' come ripescando un antico manufatto dal fondo del mare lo si può ripulire e lucidare per mostrarlo agli altri in tutta la sua bellezza; ma lavorerò sul testo cercando sempre di evitare le trappole delle prediche artificiose e della retorica. La storia, il modo in cui è raccontata e i suoi personaggi, vengono sempre prima; sono loro che dovranno parlare per me.



The World we live in is another skald's
Dream in the shadows
Dream in the shadows
Do you believe there is sense in it
Is it truth or myth?
They're one in my rhymes
Nobody knows the meaning behind
The weaver's line

On air:
Blind Guardian, Skalds and shadows



L'immagine viene da qui.

mercoledì 9 maggio 2012

Double Ironic

Sul Cannocchiale avevo iniziato una serie di post dedicati ad alcune cover, ovvero a canzoni riprese da altri gruppi, con l'intento di paragonare le diverse versioni, magari suggerirvele se non le conoscete, e confrontare i gusti.

Riprenderò i post del vecchio blog nel corso dei vari "lunedì di Turn the Page", ma per oggi vi propongo un brano famosissimo, interpretato per l'occasione da due splendide voci femminili. Mi riferisco a Ironic, di Alanis Morissette, una delle sue canzoni più note- anche se non una delle mie preferite: amo la Morissette (ancora di più da quando l'ho vista in Dogma), ma anche tra i suoi singoli me ne vengono in mente moltissimi che trovo migliori, rispetto ad Ironic. Dipenderà forse dal fatto che, avendola sentita ovunque per moltissimo tempo, è intervenuto l'effetto-saturazione?
Anyway, qui sotto (o meglio, su Youtube, visto che l'incorporazione non funziona) potete sentire l'originale (nota di merito per il testo).


Qui, invece, la cover di Anneke Van Giersbergen - Agua de Annique, meravigliosa voce ex Gathering, che porta avanti il suo personale progetto musicale e compare anche ospite di Ayreon, Within Temptation, Moonspell e altri.


Cosa ne pensate?
Si tratta di due voci femminili che adoro, ciascuna bravissima e molto personale; in questo caso, tuttavia, preferisco l'originale, dove credo siano perfette le ruvidezze e le particolarità dello stile di Alanis, mentre la cover mi sembra un po' "addomesticata" e dotata di meno verve; la soavità di Anneke in questo caso non mi pare azzeccata, né noto uno stravolgimento tale della canzone da ribaltarla e rielaborarla in modo del tutto innovativo, come nelle cover migliori.
A voi il giudizio...



An old man turned ninety-eight
He won the lottery and died the next day
It's a black fly in your Chardonnay
It's a death row pardon two minutes too late
And isn't it ironic... don't you think
It's like rain on your wedding day
It's a free ride when you've already paid
It's the good advice that you just didn't take
Who would've thought... it figures
Mr. Play It Safe was afraid to fly
He packed his suitcase and kissed his kids goodbye
He waited his whole damn life to take that flight
And as the plane crashed down he thought
"Well isn't this nice..."
And isn't it ironic... don't you think
It's like rain on your wedding day
It's a free ride when you've already paid
It's the good advice that you just didn't take
Who would've thought... it figures
Well life has a funny way of sneaking up on you
When you think everything's okay and everything's going right
And life has a funny way of helping you out when
You think everything's gone wrong and everything blows up
In your face
A traffic jam when you're already late
A no-smoking sign on your cigarette break
It's like ten thousand spoons when all you need is a knife
It's meeting the man of my dreams
And then meeting his beautiful wife
And isn't it ironic...don't you think
A little too ironic...and, yeah, I really do think...
It's like rain on your wedding day
It's a free ride when you've already paid
It's the good advice that you just didn't take
Who would've thought... it figures
Life has a funny way of sneaking up on you
Life has a funny, funny way of helping you out
Helping you out