mercoledì 29 marzo 2017

Taste of India

Oggi mi trasformo in "food blogger"... no, mi viene da ridere solo a scriverlo. Diciamo che oggi vi racconto un esperimento culinario, e chissà che non vi stuzzichi.
Amo la cucina etnica - giapponese, cinese, indiano, eritreo... ditene una e se non l'ho provata la proverò (basta che non ci infiliate insetti di mezzo, ecco. Lì metto un paletto.)
Anyway, anche su richiesta dei miei assaggiatori di fiducia ho voluto provare a preparare l'halwa di carote, un dolce indiano che spesso gustiamo in un ristorante della mia zona. Problema: on line, se provate a cercare, si trovano mille ricette tutte abbastanza diverse tra loro per dosi e ingredienti. Pertanto, ho usato questa come base, con una spruzzatina di questa, e sono andata a istinto, adattando il procedimento a mio/nostro gusto. Per esempio, nella ricetta classica ci vogliono anche le uvette, ma siccome qui non piacciono a nessuno le ho eliminate senza pentimenti.
Se volete tentare l'impresa (non difficile, solo un po' lunghetta in quanto a tempi) ecco quello che ho fatto io, altrimenti scegliete una delle ricette che vi ho linkato o cercate anche voi on line la versione che vi piace di più!

Ingredienti:
500 gr di carote lavate e sbucciate
500 ml di latte
200 gr di zucchero
1 gr di cardamomo
15 gr di anacardi non salati
15 gr di pistacchi non salati + altri per guarnire
15 gr di mandorle + altre per guarnire
un pochino di burro

Procedimento:
Grattugiate con santa pazienza le carote, schiaffatele in pentola antiaderente con il latte, lo zucchero e il cardamomo (se avete il pestello tritatelo un po') e cuocete. Mescolando. Mescolando. Mescolando. Finché tutto il latte si è asciugato (calcolate tra la mezz'ora e l'ora, a seconda della fiamma). A quel punto, mettete da parte la pentola e tritate la frutta secca (fine o grossolana, a preferenza), tostatela in padella con un po' di burro e aggiungetela al composto di carote mescolando bene e cuocendo ancora un po'.
Distribuite in stampini di budino o in ciotoline, fate raffreddare e prima di servire decorate a piacere con pistacchi e/o mandorle tritate.
Avviso: è un dolce parecchio dolce, ergo consiglio porzioni contenute. Nel caso tenetene da parte per il bis!

On air:
Ovviamente Taste of India degli Aerosmith :-)

lunedì 27 marzo 2017

Irish girl

Se mi chiedete quali sono le mie città preferite al mondo, tra quelle che ho visitato, ovviamente, vi risponderò senza alcun dubbio Edimburgo (anzi, Edinburgh) per... tutto quanto, e Amsterdam, per la libertà che qui ci sogniamo su tutti i livelli. La Scozia è la terra che più mi affascina, ruvida e bellissima, e le Orcadi il luogo dove comprerei una casetta, se potessi, per farci ogni tanto un ritiro spirituale. Eppure, sono più una ragazza irlandese.
In comune, Scozia e Irlanda hanno quel meraviglioso clima da "four seasons in a day", come hanno detto i proprietari del graziosissimo bed & breakfast dove sono stata da poco, sperduto nella campagna nordirlandese, una grande casa in delizioso stile britannico dove ci hanno coccolato tra stanze graziosissime (ciascuna con il nome di un personaggio della mitologia irlandese) e colazioni abbondanti ed eccellenti. Pioggia, sole, cinque minuti di grandine, sole con un vento da portarti via, pioggerellina e ancora sole: questi i giorni irlandesi che ho passato sotto l'Equinozio. E, quanto meno in questo periodo, anche il mio umore funziona così: una - sfibrante - alternanza di tranquillità, ansia, preoccupazioni, ottimismo, depressione, pensieri fuori controllo che si inerpicano lungo i peggiori scenari possibili, immaginando dialoghi e tocchi e scene peggio che nei miei libri. Non sono molto brava a fingere calma, perciò è facile che dal mio viso nubi, tempeste e raggi di sole trapelino (evidenti, anche se sono solo la punta dell'iceberg!)
Certo, il clima mutevole è tanto irlandese quanto scozzese. La storia di queste due terre è molto complessa e non pretendo certo di riassumerla in poche righe di blog, né di coprire interamente la vastità delle vicende, lo spirito di questi popoli, i secoli - i millenni - che hanno condotto alla Scozia e all'Irlanda (Eire e Irlanda del Nord) moderne; quindi, per favore, non venitemi a dire "ma in realtà", "ma però", "ma invece", quando leggerete le prossime righe. Non sto scrivendo un post di storia, sociologia, politica o altro; sto appuntando su virtuale carta le mie personali impressioni e niente di più; ciò che lo spirito di quelle terre mi trasmette.
Quando sono in Scozia, percepisco la fierezza e l'orgoglio, miste alle risate di corpo e alle pacche sulle spalle mentre ti viene offerta una rossa doppio malto con cui buttar giù lo stufato. Un po' di autoironia e una litigiosità bonaria, se ha senso questo ossimoro; il calore di un camino dove accogliere i viandanti e la spada appesa al muro ma a portata di mano, ché non si sa mai. Le fate, qui, sono quelle casiniste di Fate a New York di Martin Millar, per intenderci. I mostri sono quelli giganteschi che si fa a gara per affermare di avere visto.
Un saluto dalla campagna nei dintorni di Belfast
In Irlanda, pioggia e sole bagnano una terra intrisa di malinconia e musica struggente. Certo, una Guinness non si nega ad alcun pellegrino, e il buon cibo, e un posto davanti al fuoco; e non mancano i guerrieri, anche se forse un po' stanchi; solo che la loro stanchezza è un silenzio un po' serioso che balena a tratti, mentre quella dei guerrieri scozzesi la si nasconde perché no, siamo sempre guerrieri, cazzo. Lo spirito irlandese conosce dolcezze, e le sue fate hanno i tratti eterei e delicati - ma anche letali, a volte - di quelle disegnate ad acquerello da Alan Lee, e non serve vantarsi di averle viste, perché se succede te lo si legge nelle linee che ti incidono la pelle intorno agli occhi.
Per questo dico di essere irlandese, più che scozzese, per quanto Edimburgo sarà sempre una delle mie mete predilette un gradino sopra Dublino; perché tra uno sbalzo vertiginoso da pioggia a sole a grandine a vento e una buona birra - rossa o scura, mi vanno bene tutte - mi ritirerò in silenzio, a cercare  nel fuoco del camino risposte che  non riesco a leggere. Le mie divinità mi abbracciano e mi mettono la spada in mano, mi trascinano in un ballo e mi azzannano. E se ci sarà musica canterò, e sarà di desideri e di storie, di ferite che ogni tanto riprendono a sanguinare e sì, anche di gioia di vivere e danzare. E non riesco a guardare al futuro senza pensare al passato, e temo e spero, e non trovo l'equilibrio tra questa terra e quella al di là del velo, tra il coraggio e la paura, tra ciò che sono e ciò che vorrei essere.

mercoledì 22 marzo 2017

Letture: La strada - La promessa

Ci sono libri che lasciano in bocca un sapore amaro - di cenere e sangue, di terra bruciata e di dolore. Non sono letture facili, ma non me ne sono mai pentita: sono quei libri che mostrano aspetti oscuri e spietati dell'animo umano, che svelano quello che c'è sotto la patina di civiltà sottile come una pelle che ci portiamo addosso. Mi vengono in mente Il Signore delle mosche di William Golding o Profumo di Patrick Süskind, libri letti molti anni fa ma mai dimenticati, e che ancora, a ripensarci, evocano sensazioni vividissime.
Entrambi i libri che vi segnalo oggi, letti per caso a poca distanza l'uno dall'altro, rientrano nella medesima categoria. Sono libri molto diversi, sia per stile sia per cadenza, ma entrambi li consiglio caldamente... stavo per scrivere "agli stomaci forti", ma evocherei immagini sbagliate. Diciamo che ve li consiglio se non temete di affrontare letture dure come diamanti e sporche come carbone.

La promessa di Friedrich Dürrenmatt è "Un requiem per il romanzo giallo", dice il sottotitolo. Una storia che ha per protagonista un detective eccezionale, ossessionato dalla promessa fatta alla madre di una bambina uccisa barbaramente in un bosco svizzero: trovare l'assassino, a costo della sua anima. E l'anima la perderà, il detective - non è uno spoiler: lo si sa fin dalla sua prima apparizione. Perché la genialità, l'intuizione, i piani visionari, la tenacia a volte portano al trionfo, a volte si scontrano con banalità grandi come sassolini ma capace di inceppare i meccanismi più complessi: la volontà non basta sempre a sconfiggere il caso. Non vi dico di più: il romanzo è breve, si legge velocemente, ma non si fa dimenticare con facilità.

Breve lo è anche La strada di Cormac McCarthy, e personalmente l'ho trovato ancora più indimenticabile. Bastano poche righe per ritrovarsi immersi in un mondo aspro e decaduto, dove gli uomini sono cannibali o sopravvivono racimolando gli ultimi rimasugli di cibo e oggetti utili da paesaggi e città decadute, dove la natura è morta e sterile, dove non esistono più colori e tutto è grigio a parte il sangue. L'unica luce, l'unico obiettivo del protagonista è proteggere il figlio, in una lotta per la sopravvivenza che può guardare solo al presente, perché il futuro potrebbe svanire da un istante all'altro. Tutto in questo libro è permeato da una forza inimmaginabile: i dialoghi scarni, i dettagli scelti alla perfezione, l'atmosfera minimale e intensa allo stesso tempo. Una storia di frammenti nudi che si piantano nel cuore e nella mente. Consigliato, se siete disposti a immergervi nel futuro sporco dell'umanità.


mercoledì 22 febbraio 2017

Nel mezzo del cammino...


... Ci si rende conto, a volte, di aver proseguito sempre e comunque, anche quando ci si ritrovava tra i rovi a piedi nudi, anche quando si perdevano i compagni di viaggio, anche quando il bagaglio sulle spalle era troppo pesante, seguendo il bagliore di una stella, in cielo, che non era affatto una stella, ma la luce dell'aereo di qualcun altro. Poi l'aereo svanisce in lontananza, e il cielo rimane nero.
Forse allora bisogna guardare la terra, il qui e ora, invece di mondi distanti che neanche esistono. Il qui e ora è pieno di affetto, pieno di dolcezze, pieno di fortune. Non mi dispiacerebbe, però, avere comunque la luce di una stella a guidarmi. Non voglio restare ferma - ho già troppo spesso la sensazione di arrancare, di restare indietro quando le persone intorno a me guardano oltre, vanno oltre, trovano altro, scoprono altro, incontrano altri - ma ho bisogno di qualche momento per ricalcolare la rotta, forse. Ho un nido in cui riposare, nel frattempo, ed è più di quanto abbia mai avuto in passato.

Perciò oggi che gli anni sono diventati 35, e quanto sembra enorme questa cifra... oggi ripenso a una bambina impacciata, piena di slanci costantemente bacchettati perché goffi o inappropriati o ridicoli, piena di fantasie perennemente frenate o da una presa in giro o da un'urlata da una sberla più o meno reale e più o meno metaforica, la bambina che vedeva le fate e ancora le cerca, la bambina che amava i gesti romantici che non sono più di moda e le casette con i mobili di legno e mura spesse che tenessero lontano tutto quello che non andava, dove vivere per sempre felici e contenti con qualcuno che le avrebbe sempre e solo detto quant'era speciale, la bambina circondata da uomini che, a vario titolo, l'hanno fatta sentire sbagliata, diversa, troppo grassa, troppo debole, troppo stupida, troppo molesta, troppo ingombrante, mai giusta, mai abbastanza, la bambina che a ogni sbaglio che commetteva, a ogni rimprovero o mortificazione veniva fatto capire che era l'ennesimo strike, che aveva perso altri punti, che presto la gente si sarebbe stufata di sopportare la sua inadeguatezza, i suoi continui errori, il suo essere sostanzialmente sbagliata e incapace, e quindi doveva faticare il doppio per rimediare o i punti si sarebbero esauriti del tutto e sarebbe rimasta sola, sola e basta, sola a guardare come tutti gli altri invece abbastanza lo erano, e non avevano neanche bisogno che qualcuno lo dicesse. Dobbiamo fare due chiacchiere, io e quella bambina. Devo levarle dalla testa quelle parole odiose, il mai abbastanza. Devo restituirle un po' di polvere di fata, e cullarla sotto un baldacchino di foglie finché si addormenterà guardando nuove stelle, stelle vere. E si sveglierà riposata e avrà di nuovo voglia di giocare con le fate.
Adesso, però, c'è bisogno di riposo.

Grazie a tutte le meravigliose persone che mi hanno mandato auguri, pensieri, abbracci, regali. Love you, always.



giovedì 16 febbraio 2017

Keep learning

Negli ultimi mesi "imparare" sembra diventato il leit motiv della mia vita. Impara a tenerti del tempo per te e difendere almeno un giorno di riposo alla settimana (ahahahahah... sto ancora imparando, appunto. Se avessi già imparato, magari aggiornerei il blog più spesso). Impara ad affrontare storie diverse dal solito, sfida le tue sicurezze (e così ho tremila romanzi in mente, di generi molto diversi tra loro). (Re-)impara a scrivere fregandotene delle attese e dell'ansia (ok, qui sono ancora in alto mare). Continua a imparare, sempre: cresci come scrittrice, cresci come traduttrice (e ogni romanzo tradotto è una sfida ma è anche un passo avanti), cresci come insegnante di scrittura - e anche qui, nulla come la pratica e il confronto con i miei meravigliosi studenti aiuta a imparare, sempre e comunque, qualcosa di nuovo ogni giorno. Finché ti accorgi che le conoscenze, le esperienze, le tecniche apprese sono davvero diventate parte di te e riemergono naturalmente al momento giusto, un po' per istinto, un po' per pratica, un po' per intuito.

Siamo tutti apprendisti in un’arte di cui nessuno diventa mai maestro, diceva il buon Ernest Hemingway (a cui dobbiamo anche un'altra perla di saggezza: la prima stesura di qualsiasi cosa è merda). E così a ogni pagina scritta si impara qualcosa, da ogni libro letto si impara qualcosa, da ogni manuale di scrittura si ricava qualcosa, anche quando ormai il 90% di quello che ci si trova lo hai già letto e imparato in tutti gli altri manuali letti prima. Ma a me piace scoprirne sempre di nuovi: non sono dogmatica e non mi metto ad applicare pedissequamente quello che vi trovo - anche perché non mancano le differenze e le contraddizioni tra l'uno e l'altro - poiché la scrittura non è questo, ma lo considero un utile confronto tra colleghi. Una fonte di spunti da sperimentare, fare miei oppure scartare. Un modo per ritrovare l'ispirazione e il coraggio nei periodi difficili.
Spring is coming... (grazie a Valeria per i fiori! <3 )
In questo senso, la mia ultima lettura, The Art of War for Writers di James Scott Bell (già autore di Plot & Structure e Revision & Self-Editing letti anni fa e uno dei manualisti che mi stanno più simpatici), è stata utile per meditare, per ri-affilare la spada che le battaglie tendono a spuntare e rendere opaca e malconcia, per riflettere o ri-riflettere su svariate questioni, sia di tecnica narrativa sia di sopravvivenza nel torbido mare editoriale. Un libro per professionisti (indipendentemente dal fatto che abbiate pubblicato o meno: è questione di testa) ispirato a The Art of War di Sun Tzu. Un libro che si legge rapidamente, e che vi consiglio, insomma. Un po' di... terapia di sostegno psicologico a portata di mano, e chiunque ami scrivere sa che il sostegno psicologico a volte è davvero indispensabile: questo mestiere porta a tirar fuori parecchi demoni interiori, e se già lottare con quelli è complicato, figuriamoci quando poi ci si mette pure il mondo esterno a cercare di azzopparti e strapparti la spada di mano...

Niente può sostituire la pratica, le ore di scrittura e revisione e ancora scrittura, il sudore, insomma. Ma così come amo scrivere perché amo leggere, allo stesso modo amo i testi sulla scrittura perché amo il mio mestiere, la mia passione. E oggi ho bisogno di rinfocolare quella passione e andare avanti sempre e comunque, nonostante le tante domande e le poche risposte.

martedì 17 gennaio 2017

Un gioco serio - Escher a Milano


Jareth il Re dei Goblin sale e scende scale dalle prospettive impossibili sulle note di Within You. Questo è stato, credo, il mio primo, indiretto incontro con l'arte di Maurits Escher. Poi, certo, tutti conoscono le sue opere più famose, iconiche e sorprendenti, intrecci ed evoluzioni impossibili, angoli dietro i quali si incontrano figure umane che sembrano uscite da un mazzo di tarocchi e animali che forse sono alieni.
Qualche giorno fa sono riuscita finalmente a visitare la mostra dedicata a questo immenso artista ospitata al Palazzo Reale di Milano. Il mio lavoro è un gioco, un gioco molto serio. Questa frase di Escher accoglie i visitatori all'inizio dell'esposizione, riassumendo con immensa semplicità l'essenza stessa dell'arte - la capacità di giocare con la realtà per offrire prospettive nuove, di vedere colori dove tutto è grigio, in una ricerca faticosa dove serietà e leggerezza si intrecciano. Quello che la maggioranza degli italiani - per esempio, quelli che se hai i capelli lunghi e sei un musicista ti dicono "vai a lavorare", e che se dici "scrivo" rispondono "sì ma hai anche un lavoro vero?" - non capirà mai.
E così la mostra di Escher diventa un viaggio, e quelle prospettive assurde rendono molto più interessante la realtà di chi vive solo a tre dimensioni. Tre, che povertà; che noia, diceva lo stesso artista riferendosi alle linee geometriche delle nostre case con i loro precisi angoli retti*. Preferisco vedere i mostri dietro l'angolo, fare un passo e ritrovarmi sul soffitto, chiedermi cosa si cela dietro il sorriso di una strana figura che non mi aspettavo di incontrare. L'artista in fondo inventa angoli dove non ce ne sono, si libera della noia dei "lavori normali" sbirciando dimensioni che filtrano nella nostra senza che la gente se ne accorga. Pone domande a cui lui stesso cerca risposte.
E ci vuole serietà per giocare a questo gioco; occorre giocare - e rischiare, e sfidarsi e sfidare - per vedere davvero l'invisibile.

La mostra è visitabile ancora per una manciata di giorni (fino al 22 gennaio). Vogliatevi bene e approfittatene, se già non l'avete fatto.

* Non ricordo la citazione precisa, lunga e sicuramente più efficacia della mia parafrasi, ascoltata grazie all'audioguida fornita a tutti i visitatori

L'immagine di Relativity di Escher viene da internet. Sito ufficiale dell'artista.

mercoledì 4 gennaio 2017

Oceania - spingersi lontano

Non pensavo che il primo film di cui avrei parlato nel 2017 sarebbe stato un cartone animato della Disney, e invece eccomi sull'onda (è proprio il caso di dirlo) dell'entusiasmo dopo aver visto al cinema Oceania, ambientato nei mari della Polinesia. Il primo film Disney che vedo al cinema da millenni (credo che l'ultimo sia stato Il Re Leone). Un film che mi interessava per le atmosfere e l'ambientazione insolite, e per il fatto di avere tra i personaggi principali il semidio Maui. Un film su cui nutrivo timori perché, be', diciamo che gli ultimi prodotti d'animazione Disney che ho visto non mi hanno particolarmente emozionato (non offendetevi, ma tolta Let it go e l'animazione spettacolare del ghiaccio, Frozen mi ha lasciato proprio pochino: più un sapore da occasione sprecata che altro).

E dunque, Oceania.
Mamma mia che splendore.
Ecco. Punto e basta, basterebbe questo. Ma se volete sapere perché, be', i motivi sono tantissimi. Oceania è un film insolito, sì, ma allo stesso tempo archetipico. Un film dove l'animazione è a livelli eccelsi (guardate i colori del mare, guardate i capelli della protagonista) e le canzoni non ti fanno venire voglia di saltare le scene e strapparti le orecchie (nonostante la resa italiana dei testi inglesi mi abbia convinto fino a un certo punto... è una mia impressione o le traduzioni delle canzoni all'epoca de La bella e la bestia o Aladdin era migliore?). Anzi, alcuni dei brani ti si piantano in mente e wow, li sto già riascoltando.
Oceania mi ha commosso a tratti (sì, commosso) e mi ha fatto ridere, rendendo splendidamente la natura di "trickster" di Maui con tutte le sue sfumature imprevedibili; un po' cialtrone, un po' eroe, egoista e generoso, divino e molto umano insieme*. Ma a conquistarmi è stata anche la protagonista, Vaiana, coraggiosa e ostinata: una ragazza che finalmente, in un mondo dove la caratterizzazione delle adolescenti nei libri che mi capitano per le mani fa mediamente raggelare (perché in fondo la morale che propongono è: conta solo conquistare il figo di turno anche se ti tratta di merda), non ha bisogno di essere definita in rapporto a un uomo o alla conquista di un uomo, che trova se stessa senza bisogno di sacrificarsi per fare la crocerossina - che, in fondo, ha l'evoluzione a tutto tondo che daremmo a un personaggio maschile senza bisogno di SEMBRARE un maschio. Oceania è un film d'avventura che ironizza sulle tipiche protagoniste Disney ma senza cadere nell'umorismo becero. E, ed è stata una gioia per gli occhi e per il cuore, è anche un film sciamanico su tanti livelli: pensiamo alla visione di Vaiana provocata dal suono del tamburo, o alla nonna-spirito guida in forma animale (una manta), tanto per citare solo un paio dei molti elementi possibili. Oceania è un film sugli dèi e sui demoni e su come siano inevitabilmente legati agli uomini - anche quando si nascondono nelle forme delle colline o nelle profondità di una grotta. Sarebbe bello che le persone li sapessero vedere un po' più spesso.
Brava, Disney, stavolta ci hai preso davvero.

*(Non potevano comunque mancare polemiche... mah.)

On air:

martedì 3 gennaio 2017

Dimmi cosa cerchi e ti dirò WHAT THE FUCK??? - 34

Eccoci con il primo appuntamento del 2017 con le chiavi di ricerca più assurde che portano gli internauti fino al mio angolino virtuale.
Nulla da stupirsi che ci si chieda gli artisti sono depressi e perchè gli artisti sono depressi, considerando ciò che si vede in giro - e la strage di musicisti e attori nel 2016. Io mi deprimerei anche a leggere mi puoi fare vedere la foto di giocher (sic, la suicide squad non ha bisogno anche di questo). Fossi in giocher mi preoccuperei anche di la stalker pazza...

Sì, c'è da preoccuparsi
Mi fa piacere che qualcuno ogni tanto arrivi qui anche per qualcosa che con il blog c'entra (angelize aislinn cast, grazie da parte di tutti i miei ragazzi). E vorrei stringere la mano anche a chi ha cercato scontro tra le divinità primordiali fantasy: l'epicità è alle stelle.. In generale sono comunque tanti i riferimenti a libri, film o musica che vi portano qui. Magari non sempre comprensibilissime o corrette (significaato del tatuaggio del telefilm tenn wolf) o un po' inquietanti (casa degli apocalyptica, ma spero non si trattasse anche in questo caso di stalkeraggio, bensì solo di curiosità sul set del video di I don't care). E mi chiedo a cosa si riferisca di quale film la rappresentazione di aquila infuocata. A me viene in mente solo il corvo infuocato de, appunto, Il corvo, ma voi che dite? Da un animale all'altro, mi lascia perplessa la criptica nomi occhioni lupo. Mah.

In questi mesi d'altronde siete stati particolarmente romantici (fb frasi x mio lui in inglese always, anche se non riesco a non immaginarlo detto con la voce di Maccio Capatonda, oppure se il primo pensiero che al mattino mi sveglia... anche se mi manca la conclusione, se... cosa?) Qualcuno, poi, si è un po' depresso: non so fare le cose. Suvvia, non  buttarti giù. Hai tutto un  nuovo anno per imparare.

In fondo, la famiglia e tutto. Anche quando si cerca moms incastrata mano nel letto porno (minuto di silenzio agghiacciato). D'altronde cosa vi aspettate di trovare su yuoporno...

Alla prossima!

domenica 1 gennaio 2017

Blessed be

Il 2016 se ne va con un bel carico di astio da parte di tanti - per gli eventi internazionali, per l'addio a tanti amatissimi personaggi dello spettacolo, per problemi personali. E indubbiamente non si può negare che, per quanto riguarda i primi due punti, si sia trattato di un anno difficile.
Tuttavia, non è con astio né insofferenza che saluto questo 2016. Sì, è stato un anno faticoso, per me: troppi week end passati a lavorare, tante giornate troppo lunghe e con troppo poche ore di sonno. Eppure è stato anche un anno pieno di bellezza: il primo vissuto dal primo all'ultimo giorno ad Arona, tra cielo e lago. Un anno per visitare città magiche e rivederne altre che porto nel cuore. Un anno in cui ho gettato semi che spero diano frutto presto. Un anno pieno di progetti per il futuro. Un anno in cui, be', ho salutato undici chili che non intendo mai più rivedere e in cui ho scavato dentro la mente e i ricordi, e un anno in cui ho iniziato a fare aikido e spada medievale. Un anno di esperimenti in cucina e di nuove idee per storie future da raccontare, di tanti tipi diverse.

Un anno di dolcezza, un anno d'amore. In queste ultime settimane, soprattutto, mi sento sommergere d'amore e dolcezza, e come potrei quindi lamentarmi? Sì, certo, si pensa sempre alle cose che ancora inseguiamo, a ciò che ancora vogliamo conquistare, a quello che ancora desideriamo costruire; ma non è per ingratitudine, non è essere incontentabili. Ecco, il 2016 è un anno a cui sono grata: per tutte le cose belle, per le lezioni imparate, per le persone che ho accanto. Non recriminerò sui "però" e sui "ancora non posso, ancora non riesco, ancora non ho": sorrido e abbraccio tutto quello che è importante, che c'è, che mi scalda. Sorrido e penso al sorriso che ha riempito d'amore la mia prima mattina del 2017.

E perciò sì, ho i miei buoni propositi. Prendermi più cura di me: dormire di più, tenere del tempo per me senza lasciare che il lavoro se lo mangi tutto. Sorridere di più: la luce di un sorriso per scacciare la malinconia (e un colpo di spada per farle capire meglio il concetto, se serve!) Scrivere: riallacciare i rapporti con questa parte di me con cui ho tanto litigato nel 2016; dopo aver concluso un romanzo nuovo questo autunno, è ora di mettersi al lavoro su tutte quelle nuove storie che voglio raccontare. Perdere meno tempo, ma sapendo che quello del riposo non è tempo perso. Viaggiare, scoprire, gioire. Fare magia e parlare agli dèi.
Lasciare che l'amore vinca le paure.

Ma oltre a tutto questo, prima di tutto questo, nel 2017 voglio tenere stretti tutto l'amore e la bellezza che mi circondano e non smettere mai di essere grata per essi.

On air:
Avril Lavigne, Innocence


L'immagine viene da qui.

martedì 27 dicembre 2016

Luce d'inverno

Ho sempre amato il Natale, lo ammetto. Va forse più di moda lamentarsi del consumismo, dei buoni sentimenti sbandierati, della zuccherosità cliché eccetera, nonché delle lucine e delle decorazioni che iniziano a infestare i negozi fin dal giorno dopo Halloween... ma di tutte queste cose, al di là di qualche facile battuta, mi importa proprio poco. Le feste di fine dicembre-inizio gennaio sono per me un momento di passaggio - il Solstizio invernale da celebrare con un po' di raccoglimento, la luce delle candele, le offerte, un piccolo ceppo. Un nuovo Capodanno, quello ufficiale, dopo quello festeggiato a Samhain, che chiude un periodo particolarmente magico*. Soprattutto, è un'occasione di celebrazione in famiglia, di affetto, di riposo e sì, anche di esperimenti culinari :-)

Certo, non c'è bisogno di una scusa per fare un regalo alle persone care, certo, ma è comunque bello pensare a come sorprenderli e vederli sorridere. Non c'è bisogno di svenarsi comprando mille decorazioni e illuminando a giorno la città a furia di lucine... ma è comunque bello rendere più magica la casa. Non c'è bisogno di ingozzarsi fino a non poterne più, ma è comunque bello provare qualche piatto nuovo e coccolarsi con un po' di dolcezza.
ME BIMBA FELICE <3 <3 <3
Ed è questo che spero abbiate trovato sotto l'albero: sorrisi, pensieri amorevoli, magia, bellezza, dolcezza. Questo vi auguro per l'anno nuovo.
Il 2017 non è ancora qui e già ho la mente in fermento per tutto quello che mi aspetta, già ho l'agenda zeppa, già ho mille cose da scrivere in programma, mille lavori, mille viaggi, mille impegni... Ma questi ultimi giorni dell'anno sono, devono essere ancora quelli del riposo, il respiro profondo preso prima di tuffarsi.

(E ora scusatemi, ma dopo tutta questa bontà sento il bisogno di giocare a un party game for horrible people... Muahuahuahuah!)

* Illuminante Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa di Baldini e Bellosi, letto nelle scorse settimane e ricchissimo di dettagli e particolarità che non ci si aspetterebbe. Consigliato.

On air:
Moonspell, Lua d'inverno

martedì 6 dicembre 2016

Letture - autunno/inverno

Rieccomi per proporvi un'infornata di libri letti negli ultimi mesi: se cercate spunti di lettura, o idee regalo (o di auto-regalo^^) in vista del Natale, qui troverete parecchie cosette interessanti. Lo scorso post dedicato alle letture risale all'inizio di agosto: vediamo un po' com'è andata da allora... Di alcuni dei libri che sto per segnalarvi vi parlerò comunque in modo più approfondito in post futuri.

Ho letto i libri segnalati lo scorso post?
Direi proprio di sì: la maggior parte di quelli che avevo intenzione di sfogliare li ho poi letti - o divorati davvero. Un bel po' di questi erano fantasy/urban fantasy: ho amato per esempio American Gods di Neil Gaiman, di cui attendo la serie tv, l'anno prossimo. Finora, uno dei miei libri preferiti, tra quelli del buon Neil. Ho proseguito  poi con i Dresden Files di Jim Butcher, leggendo il secondo della serie, Fool moon. Ho letto e apprezzato anche Sandman Slim di Richard Kadrey, il primo libro di questo autore che leggo. E ho riso in compagnia della sgangherata banda di personaggi di Questo non è un romanzo fantasy! di Roberto Gerilli. Un bel poker, insomma, che vi consiglio senza se e senza ma.

Cosa ho letto di bello di recente?
A parte i romanzi citati più sopra, ho rispolverato un po' di fantastico d'una volta: il classico L'invasione degli Ultracorpi di Jack Finney, per esempio, di cui vi parlerò in un futuro post, e che merita la riscoperta. Tralasciate pure invece il misconosciuto Dracula d'inizio Novecento Il Signore dei Vampiri di Hugh Davidson, storia di una manica d'imbecilli che lotta contro un terribile vampiro non molto più sveglio. A parte un paio di spunti carini (le pallottole con un'estremità a forma di croce), può interessare solo se siete "addicted" al tema dei succhiasangue come me. A questo proposito, consiglio assolutamente Vampiro tossico dell'amico Stefano Tevini, altra dimostrazione che di autori validi ne abbiamo pure in Italia. Sì, parla di vampiri, anche se la parola non viene mai usata se non nel titolo; ma ancora di più parla di vita nonostante tutto, sullo sfondo dell'Italia anni Ottanta. Anche di questo romanzo comunque vi parlerò ancora. Voi, intanto, fidatevi e procuratevelo.
Dai vampiri a una ex-scrittrice di vampiri (o di tizi definiti tali): la Meyer. Ebbene sì, per un motivo o per l'altro mi sono trovata a leggere The Chemist - La specialista, sicuramente un romanzo più interessante rispetto all'epopea Twilight, un thriller con cospirazioni, trappole avvelenate, interrogatori, menzogne da svelare. L'unico problema è che quando si tratta di relazioni sentimentali, pure qui i personaggi tendono a comportarsi da adolescenti... vabbe'. Diciamo che siamo tutti grati che la Meyer abbia smesso di infangare il buon nome dei vampiri, ecco.
Ho poi finito finalmente - dopo averlo interrotto e ripreso più volte, ma non per colpa del libro in sé - Urban primitive - Paganism in the concrete jungle di Raven Kaldera e Tannin Schwartstein, consigliato se vi interessano il moderno paganesimo, la chaos magick e volete dare uno sguardo agli spiriti che si annidano negli angoli bui della vostra città. Se invece vi interessa la saggistica letteraria, vi consiglio assolutamente Scrivere libri per ragazzi di Manuela Salvi, un manuale di scrittura creativa come ce ne vorrebbero di più, di cui vi avevo già parlato qui; consigliatissimo anche A short history of fantasy di Farah Mendlesohn e Edward James, se leggete in inglese e volete scoprire che cos'è il fantasy al di là dei soliti Tolkien, Rowling e compagnia. Un'ottima panoramica del genere dalle origini fino a pochi anni fa, con un milione di spunti interessantissimi.
Naturalmente, il 90 % dei bellissimi libri che troverete citati non sono mai stati tradotti in italiano...  ma noi leggiamo in inglese e ce ne freghiamo. No?

Cosa  leggerò nei prossimi mesi?
Prima di tutto concluderò un interessantissimo saggio, se vi interessano folklore, tradizioni popolari, reminescenze pagane & dintorni: Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa di Eraldo Baldini e Giuseppe Lippi, che sto concludendo in questo periodo. Fa il paio con Halloween. Nei giorni che i morti ritornano, letto e apprezzato anni fa. Ve li consiglio entrambi!
Altro libro che ho iniziato e sto proseguendo a spizzichi e bocconi, ma che mi sta piacendo, è Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, che avevo in lista d'attesa da una vita. Mi piace il senso "kinghiano" con cui racconta il lato banale-quotidiano della Svezia anni Ottanta, mi interessa per ovvi motivi il tema vampirico.
A parte questi che sono già in lettura al momento, ho l'imbarazzo della scelta, come al solito. Per quanto riguarda fantastico & dintorni, recupererò Sweet dreams dell'amica Marina Belli (non fatevelo scappare, accidenti!) e mi interesserebbero anche Rivers of London di Ben Aronovitch, la serie della "Chimera di Praga" di Laini Taylor e Bartimeus del buon Stroud, oltre poi a voler continuare pian  piano con i vari Dresden Files. Ho inoltre svariati saggi arretrati sugli argomenti che prediligo (magia, folklore, leggende, vampiri, tutto il solito lotto insomma ^^), oltre a una lista infinita di manuali di scrittura che mi attendono (la mia wishlist è cresciuta in maniera preoccupante negli ultimi mesi). Per cambiare totalmente genere, invece,  ho in attesa la biografia del buon zio Alice Cooper comprata dai ragazzi della mitica Tsunami lo scorso Salone del Libro... Insomma, vi farò sapere con il prossimo aggiornamento, fra qualche mese. E buone letture!

lunedì 5 dicembre 2016

Dicembre

Immagine da WeHeart.it

Ho una vaaaga sensazione di deja-vu a scrivere "lo so, ho latitato, ma da adesso riprenderò a scrivere più spesso sul blog" eccetera eccetera. Perché l'ultimo post risale a inizio novembre, e tutti i buoni propositi di allora sono andati a farsi un giro, nelle ultime ingolfatissime settimane.

Stelline alla cannella, preparate ieri:
che Natale sarebbe senza biscotti? ^___^
Che dire, novembre è stato un buon mese, ma anche pienissimo di impegni che si accumulavano, al punto da concluderlo il 30 con il cervello bollito dal superlavoro. In compenso, dicembre è iniziato in modo più gentile con un po' di relax per ricaricarmi prima di riprendere con il lavoro. E con un po' di biscotti, di cioccolata calda, e di caccia ai regali, e di cose luccicose da spargere per casa, un ceppo da preparare... insomma, si aspettano il solstizio d'inverno, il Natale, Capodanno.

Perché sì, anche dicembre ha già l'agenda piena, ma oltre al lavoro ci sono anche trasferte, incontri con amici, ricette da sperimentare, fiere da visitare. Tempo per respirare poco, ma quando una parte degli impegni è... vita - energie, amicizie, affetti, colori - allora va bene così. E in mezzo a tutte queste coccole per l'anima, in attesa di sviluppi sui progetti conclusi, chissà: ho voglia di riscoprire la scrittura "solo per me" e dedicarmi a qualche racconto che ho in mente da tanto, per divertirmi in compagnia di personaggi amati senza pensieri. Lo farei volentieri isolandomi per una settimana in una capanna in mezzo ai boschi... ma dato che non è possibile al momento, farò comunque del mio meglio ^_^

Intanto, nei prossimi giorni arriveranno un po' di post - stavolta davvero, spero ^^ - su qualche spunto per letture natalizie, in caso abbiate voglia di scoprire qualche libro. A presto!

Io. Non c'è altro da dire.
La striscia di Nemi viene da Pinterest.

giovedì 3 novembre 2016

La ruota dell'anno gira...

... e appena celebrato Samhain (pioggia e dolcetti, fiumi e foglie, ragnetti pazienti e corvi maestosi, saluti al passato e speranze per il futuro) le vetrine dei negozi già si addobbano di luminarie natalizie. Lo so, lo so, in due righe già ho provocato una caterva di cori indignati, li sento: il consumismo, le feste importate, no sono tradizioni anche nostre, no siamo cristiani e bla bla bla.
Onestamente: chissenefrega.
L'ho già detto che mi piacciono i ragni?
Sono pagana e non potete (più) mettermi al rogo. Perciò festeggio: saluto l'anno vecchio e accolgo quello nuovo adesso, e a gennaio festeggerò comunque con gli amici l'anno nuovo "ufficiale". Sorrido per i pipistrelli e i cappelli da strega in pubblico e mi ritiro a celebrare in privato con i pochi intimi. Ammiro le luci natalizie che diffondono un bagliore magico la sera e festeggerò prima il solstizio d'inverno e poi anche il 25 dicembre. E se pensate che sia un problema, be', non è un problema mio.

In questi giorni mi sono riempita gli occhi di colori autunnali, di bellezza, di meraviglia. Mi sono riempita il cuore. Ho ricaricato un po' le energie, in prossimità di battaglie a lungo attese. Mi sono sentita coccolatissima. Mi accingo ad affrontare i mille nuovi impegni lavorativi per un novembre che si annuncia già ingolfato. E adesso che scrivo osservo il sole fuori dalla finestra, insieme ai miei gatti appollaiati sul termosifone. Nei prossimi giorni vi parlerò di libri, di film, di storie, ma adesso è ora di mettermi al lavoro. Magari con un altro caffè accanto ;-)

On air:
Therion, Flesh of the Gods
Unghie da Halloween (e Pampe)
La splendida immagine della ragnatela viene da Pinterest e TumblR.
La foto del Pampe viene dalla mia pagina Instagram.

martedì 11 ottobre 2016

Scrivere libri per ragazzi - Manuela Salvi

Oggi un breve post per segnalarvi un manuale che ho letto di recente, pubblicato dalla sempre interessante Dino Audino, casa editrice specializzata in testi su sceneggiatura, scrittura e così via. Dal loro catalogo-miniera ho ripescato Scrivere libri per ragazzi di Manuela Salvi, agile volumetto corredato però di numerosi materiali aggiuntivi scaricabili in pdf dal sito dell'editore.
Già il fatto che l'autrice sia italiana mi aveva incuriosito, considerato che il 95% dei manuali nella mia biblioteca dedicata ai testi tecnici sulla scrittura sono di matrice anglosassone; leggendo il volume, poi, mi sono quasi commossa.

Lo so, i manuali di scrittura rappresentano sempre un argomento spinoso: immediatamente suscitano reazioni accese, riassumibili nell'eterno scontro tra chi pensa che la scrittura creativa non si possa insegnare e debba essere frutto di un fluire spontaneo, e chi ritiene che vi siano tecniche e trucchi da apprendere per riuscire a scrivere il libro migliore possibile. Per quanto mi riguarda, non trovo nulla di offensivo o "spoetizzante" nel considerare la scrittura come una tecnica che si apprende con studio e fatica; il talento è magari qualcosa che si ha o non si ha, ma la tecnica si impara e si affina, con tanta, tanta, tanta pratica e con il confronto con altri lettori e/o scrittori di fiducia. Il che non significa essere dogmatici, o voler scrivere libri "tutti uguali": esattamente come studiare per imparare a dipingere o suonare uno strumento non porta a produrre dischi o dipinti tutti uguali. Non ho mai visto i manuali di scrittura come "bibbie" da seguire parola per parola, ma come occasioni di confronto, grazie alle quali imparare a riflettere sulla struttura e sullo stile, e su come risolvere i problemi che una scena o una storia mi poneva. E poi, scrivere mi piace: leggere testi che ne parlano per me è piacevole quanto per un musicista andare a un concerto.

E Manuela Salvi - autrice e copyeditor - parla di scrittura in maniera professionale e lucida, senza però perdere di vista la passione. Insomma, lo stampo "anglosassone" c'è eccome, e infatti il volume si distingue subito: si parla di struttura della storia, di tecnica, del famoso/famigerato show don't tell, di ritmo... tutto l'essenziale, in modo chiaro e con naturalezza, con un confronto tra l'approccio alla scrittura che si ha in Inghilterra o negli Stati Uniti e quello nostrano. Consigli e osservazioni che qualsiasi esordiente - e tanti scrittori che esordienti non sono - dovrebbero ripassarsi, non per il gusto del "dogma", ma semplicemente per raffinare la capacità di raccontare nel modo più efficace possibile la storia che hanno in mente. Gestire inizio, sviluppo e conclusione della storia; raffinare i dialoghi; dosare le descrizioni... tutto questo e molto altro, cose che spesso mi trovo io stessa a spiegare a chi mi sottopone testi in lettura.
Non mancano poi osservazioni intelligenti su autori di successo - la Rowling, nel bene e nel male "terremoto" che ha scosso l'editoria per ragazzi, o Neil Gaiman, per esempio - e spunti di riflessione sulla funzione e la scrittura delle fiabe al giorno d'oggi (con osservazioni che si avvicinano molto ai motivi per cui amo l'urban fantasy: per esempio, leggete le pagine 78-79, dove si parla della necessità di raccontare i turbamenti e le paure contemporanei anche quando la chiave è fantastica). E, se siete interessati ai libri illustrati, per bambini e non, c'è anche tutta una parte del testo dedicata a questa tipologia di opere.
Insomma, un manuale utile per ripassare i fondamentali - sempre validi, indipendentemente dal tipo di libro che volete scrivere - e per approfondire gli aspetti specifici della scrittura per ragazzi, vista come letteratura, non come "roba da bambini" da trattare con condiscendenza o infantilismo; con un occhio alla situazione editoriale italiana e un approccio serio e professionale. Ecco perché un po' mi ha commosso scoprire la ricchezza di questo volumetto: perché voglio considerarlo un buon segno, che anche da noi qualcuno parli di scrittura in questo modo. Forse è solo una goccia nel mare... ma se non si comincia dalle gocce, da dove si può partire?

mercoledì 5 ottobre 2016

Autunno

Autunno a casa mia...
Oh my, da quanto tempo non ritornavo in questa casetta virtuale! Toccherà spazzare la polvere... Spero mi perdonerete, ma, nonostante abbia passato un settembre non privo di spunti per eventuali post, e non così stressante dal punto di vista lavorativo come altri mesi, ho sentito l'esigenza di restarmene un po' nel mio bozzolo, diradando spesso anche la presenza su Facebook. Settembre è stato una soglia, per me: è iniziato l'autunno - stagione che amo, salvo per un dettaglio: le accidenti di cimici... Casa mia si è arricchita di foglie rosse a decorare i riquadri delle porte. I sapori sono diventati quelli di funghi, noci, nocciole e zucche, e ancora tante ricette ho da sperimentare. Sto eliminando tossine, sto mettendo alla prova il mio corpo. Mi sto preparando al Samhain ormai prossimo. Sto indossando colori - una cosa che non mi capitava, non scherzo, da oltre quindici anni.

Più di tutto, una cosa ha segnato questo settembre: ho concluso il Romanzo Nuovo.
Ecco dov'ero sparita nelle ultime settimane. Ho portato a termine un viaggio faticoso, accidentato, pieno di dubbi personali e durato un anno abbondante. Ho messo la parola fine al libro, l'ho riletto... e posso dirlo con sollievo e gioia: la fatica non emerge dalle pagine. Ovvero, il romanzo mi sembra filare liscio, tutti i dubbi sembrano dissolti. Soprattutto, i pareri dei miei fidati Betamartiti - grazie <3 - sono stati positivi, e questo mi ha rassicurato tantissimo.
Perché mai come in questo caso ero, e sono ancora (è passato troppo poco tempo dalla conclusione e dalla revisione), incapace di valutare il risultato finale, al di là di sensazioni generiche. Parlando chiaro: l'urban fantasy è casa mia, mi ci muovo senza problemi in lungo e in largo. Questo, però, non è un urban fantasy, ma un esperimento diverso. Per questo il parere dei Fidatissimi era ancora più importante del solito.
E adesso? E adesso torno a scrivere qui, mentre il Romanzo Nuovo ha lasciato casa per intraprendere il viaggio successivo, quello negli insidiosi meandri dell'editoria. Vi aggiornerò... ma non restate con il fiato sospeso - cerco di non pensarci troppo neanch'io: i tempi, si sa, in queste cose sono sempre lunghi.
Ma l'autunno è stagione perfetta per l'attesa.

Nel frattempo, poi, sono successe altre cose. Ho letto libri belli - vi racconterò. Ho visto uno dei migliori concerti della mia vita - il "Vintage Show" dei Moonspell, che hanno suonato in sequenza tutto Wolfheart e tutto Irreligious per celebrarne i ventuno e vent'anni rispettivamente. Considerato l'amore che ho per quel gruppo e per quei dischi, potete capire la mia gioia. Ho incontrato due lettrici, una delle mie parti, che ha letto da poco i due Angelize e mi ha scritto, una giunta dal Sud e mia specialissima amica, l'autrice di un delizioso cosplay dedicato a Haniel. Entrambe giovani, entrambe intimidite, entrambe inconsapevoli di quanto fosse emozionante per me incontrare loro. Perché ho visto due ragazze diverse ma simili nella luce che avevano nello sguardo. Nella promessa di bellezza che illuminava i loro sorrisi. Belle, belle persone che sono e che diventeranno ancora di più - lo vedevo in controluce in ogni loro gesto, in ogni loro parola. Le abbraccio ancora, le ringrazio di cuore. Perché mi hanno dato non solo affetto, non solo stima, ma anche una forza che nemmeno immaginano.

E adesso? Si torna a pensare a foglie rosse e nocciole, a una nuova sfida - una nuova storia in attesa di essere scritta, un altro esperimento che mi porterà in lidi sconosciuti e diversi ancora. A nuovi viaggi che si avvicinano. Al calore della casa che mi aspetta al ritorno.
A presto.

lunedì 5 settembre 2016

Poker d'horror estivi... in ritardo: The Witch, Somnia, Hush, It Follows

Questo è un post che progettavo di pubblicare molto prima - scorporandolo magari in più parti - e invece, alla fine, tra un impegno e l'altro è rimasto in attesa fino a oggi. Consideratelo dunque una semplice segnalazione di alcuni degli horror che ho visto quest'estate, per vedere se trovate qualcosa che vi stuzzica. Tranquilli, niente spoiler, solo cenni alla trama, ma non vi rovinerò il finale o i colpi di scena ;-)

E il primo, indiscutibilmente, è The Witch, senz'altro il piatto forte di quest'estate, almeno in Italia; all'estero era uscito prima e, se accettate un consiglio e ne avete la possibilità, mi raccomando: guardatelo in inglese... meglio ancora con i sottotitoli in inglese. Proprio il linguaggio usato in The Witch è uno dei punti forti che contribuiscono alla sua straordinaria atmosfera: i dialoghi rispettano l'inglese originale dell'epoca dei puritani in America (siamo nel Seicento), e sono in parte tratti proprio dagli atti dei processi del periodo. Non so come sia stato doppiato, ma indipendentemente da questo, godetevi le voci originali per calarvi ancora di più in The Witch.
Che poi, definirlo solo "horror" è riduttivo, come è riduttivo quando si parla di un altro gioiellino recente come Babadook (sì, ve lo citerò all'infinito). Horror, fantasy, fantascienza sono etichette spesso usate in senso denigratorio, soprattutto in Italia, e non devo spiegarvi io quanto questa sia un'immane idiozia: come se opere appartenenti a questi generi non potessero appartenere al "vero cinema" o alla "vera letteratura"... Se però per "horror" intendete solo sbudellamenti e un paio di spaventi grossolani, ecco: siete fuori strada in generale, e lo siete ancora di più in particolare quando si tratta di The Witch. Che poi mi sia capitato di vedere gente che lo commentava scrivendo "ma non è horror, non si capisce niente, è lento" fa capire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, in che pessimo stato siamo in Italia.

The Witch ci porta indietro nel tempo, in boschi desolati e sterili, ai margini dei quali una famiglia puritana religiosissima - padre, madre, la figlia maggiore Thomasin, il figlio Caleb, coppia di gemellini, un neonato - si arrabatta per strappare alla terra di che vivere. Che poi nel bosco ci sia una strega davvero è quasi (quasi) un elemento marginale: ciò che affascina sono l'atmosfera opprimente e la crescente paranoia che erodono gli equilibri familiari, rendono vani gli sforzi di un padre che non è, come si potrebbe pensare, il semplice "fanatico religioso", ma che perde progressivamente il controllo; di una madre tormentata e instabile per la perdita dei figli: prima il neonato, scomparso e rapito (dai lupi? O dalla strega?), poi Caleb, che svanisce nel bosco e torna... cambiato.
Le cose precipitano sempre più inesorabili. Thomasin diventa, innocente, il capro espiatorio dei drammi grandi e piccoli della famiglia, la cui paranoia è rinfocolata dai capricci degli orribili gemellini che accusano la sorella maggiore di essere una strega. Ecco, proprio i gemelli risultano tanto inquietanti quanto insopportabili: bugiardi, disobbedienti, saltellano cantando le loro orrende canzoncine al caprone nero della fattoria, Black Phillip... Sono loro a essere stati stregati dal diavolo in forma di capro? O Black Phillip è solo ciò che sembra, un semplice animale? E quando le accuse e le recriminazioni svelano bugie e ingiustizie familiari, che cosa succederà? Ci sono davvero le streghe nel bosco?...
The Witch gioca con l'ambiguità e l'assoluto realismo della ricostruzione storica (colori slavati, luce naturale di semplici candele e nient'altro durante le cene in famiglia, linguaggio d'epoca e così via), mettendo in scena un soprannaturale vero e concreto per i personaggi, ingabbiati nel loro paradigma religioso che li costringe a una vita soffocata, dura, di penitenza, autodenigrazione, e dove ogni scherzo o spiraglio di luce getta ombre inquietanti sulle loro anime. E solo all'ultimo lo spettatore capirà se quel soprannaturale esiste davvero o no, e che cosa davvero possono rappresentare le streghe per la giovane Thomasin.
Un film che vi consiglio assolutamente, sia che vi piaccia l'horror sia che non ne siate appassionati.



Hush (Il terrore del silenzio: scusate ma preferisco il titolo originale) e Somnia: ben due film per uno dei miei registi horror preferiti, quel geniaccio di Mike Flanagan, autore di piccole perle come Oculus e Absentia e di cui aspetto i prossimi Ouija, l'origine del male (prequel di uno dei film horror più brutti che abbia mai visto, Ouija, con il quale Flanagan non ha avuto nulla a che fare: il trailer promette molto meglio dell'originale) e Il gioco di Gerald tratto da King.

Partiamo dall'ultimo: aspettavo Somnia, storia di un bambino i cui sogni si materializzano nella realtà quando dorme, con molta ansia. Nel film non mancano le scene suggestive e il coinvolgimento emotivo: per il piccolo protagonista, Cody, un orfano che pur di non dormire s'ingozza di caffè e stimolanti perché è perseguitato da un terribile mostro degli incubi, che di volta in volta uccide i suoi genitori adottivi; per la madre disperata che ha perso il figlio Sean e ha adottato Cody insieme al marito, e che ora è divisa tra l'affetto per il povero orfano e l'irresistibile tentazione di sfruttarlo... quando nei sogni di Cody compare proprio Sean, la cui immagine si materializza di fronte alla donna. E che dire delle farfalle coloratissime che compaiono dal nulla? Dell'ambiente da incubo in cui si svolge il finale?
A differenza che in altri film di Flanagan, però, la trama non è priva di illogicità e nel complesso l'opera risulta meno imprevedibile ed efficace di altre, anche perché il doppiaggio italiano è molto più... rivelatore, rispetto all'originale, in merito all'identità del mostro che perseguita Cody. E tuttavia, le scene in cui viene mostrata la vera madre del piccolo e il triste destino che l'ha colpita mi hanno fatto singhiozzare, letteralmente singhiozzare al cinema. Forse non a tutti faranno lo stesso effetto, forse sono io a essere troppo sensibile su certi argomenti, per motivi personali... Fatto sta che in certi momenti Somnia è un colpo al cuore.
Meno poetico e più serrato è l'interessantissimo Hush, tradotto con un orrendo Il terrore del silenzio. Lo spunto iniziale è apparentemente classico: una ragazza sola in una casa isolata viene perseguitata da un serial killer che cerca di entrare. Ma Mike Flanagan non è mai banale, ed ecco che la ragazza... è sordomuta. Lo spietato killer toglie ben presto la maschera che vedete nella locandina e nel trailer qui sotto, e si rivela terribile proprio perché realistico: non una forza soprannaturale, non un energumeno dalle capacità inverosimili, ma un "semplice" giovane psicopatico e crudele. La lotta tra il killer e la donna diventa quindi serrata, imprevedibile, non priva di momenti forti, e il film funziona come un orologio svizzero, sfruttando efficacemente punti di forza e debolezze della protagonista (la bravissima Kate Siegel), sia quelli legati alla sua condizione fisica sia quelli legati al suo mestiere di scrittrice. Intelligente, mozzafiato, da vedere.



Tocca infine a It Follows: film controverso, di cui ho letto pareri esaltanti e stroncature crudele. A mio parere, in questo caso, la verità sta nel mezzo.
La trama è semplice: a Jay viene trasmessa una "maledizione" che passa da una persona all'altra attraverso i rapporti sessuali. Un'entità soprannaturale, che può assumere l'aspetto di qualsiasi persona, sconosciuti, parenti, amici, inizia a seguirla, camminando a passo lento: è possibile seminarla, ma prima o poi la si vede sempre rispuntare... e se arriva a toccarti ti uccide. Unico modo per salvarsi: passare la maledizione a qualcun altro. Ma se la "cosa" uccide il suo bersaglio, tornerà a dare la caccia alla vittima precedente.
Sgombriamo prima di tutto il campo da un dubbio: no, la maledizione di cui parla It follows non mi sembra affatto una banale metafora per le malattie sessualmente trasmissibili, tanto più che nel film l'unico modo di salvarsi, almeno temporaneamente, è continuare a fare sesso. Osservando il film con più attenzione e ascoltandone i dialoghi, ciò di cui si parla in realtà è ben diverso: è la morte in se stessa, la consapevolezza dei giorni contati che ci aspettano, la perdita di quella spensieratezza che appartiene solo ai bambini, e il sesso diventa piuttosto la metafora del passaggio all'età adulta, per i giovani protagonisti del film, che vivono in un tipico quartiere americano dove di adulti non se ne vede nessuno. Qua e là lo svolgimento scricchiola un po', ma, nel complesso, la visione mi ha soddisfatta, e qualche momento inquietante non manca, in particolare durante alcuni degli attacchi "spettrali".

venerdì 2 settembre 2016

L'importanza del tempo per sé

Si critica spesso la cosiddetta "vita da spiaggia", e io stessa, quando penso ai viaggi che amo fare, parlo di Scozia, di Olanda, di città europee o meno, di isole dove alternare ai tuffi in mare le visite ai siti archeologici, come in Grecia, per esempio. Eppure, amo il mare: l'acqua è il mio elemento, l'azzurro il mio colore, il sole e la luce mi danno energia e mi mettono di buon umore.
Non andavo al mare da... nemmeno so quanti anni.
Eppure, convinta da un'amica - che non abbraccerò mai abbastanza - e ospite di vecchi amici di famiglia - che tuffo nel passato, ragazzi... grazie <3 - ho concluso quest'estate di lavoro con un week end a Pesaro, nelle Marche.
Giorni istruttivi.
Da troppo, troppo tempo non avevo vere pause, se non per brevi viaggi da non più di una manciata di giorni, solitamente in giro per festival o a visitare città - bellissimo, mentalmente riposante... ma non altrettanto dal punto di vista fisico. Forse il fatto che ai suddetti festival appena possibile mi sdraiassi sull'erba a sonnecchiare poteva essere una spia di quanto avessi bisogno di vero riposo, diciamo.
Tre giorni trascorsi in spiaggia dalla mattina alla sera, però, mi hanno dato un assaggio di quello che davvero significa staccare: da tutto, lavoro, pensieri (per quanto possibile alla mia testa bacata), perfino scrittura (avevo davvero il cervello in apnea). Ho fatto scorpacciata di vitamina D stando a rosolare al sole (adesso la mia carnagione, da bianco luna o Cosmic Latte - sì, esiste -, è passata addirittura a un Bianco Navajo - sì, di nuovo, esiste -, almeno sulle braccia. Sulle gambe una via di mezzo tra le due, diciamo. Comunque, non toccavo tali livelli di abbronzatura da... boh.) Ma, soprattutto, ho passato tre giorni a leggere - per un numero totale di pagine più alto di tutto il mese precedente - e a galleggiare nell'acqua, a passeggiare, insomma: a riposare.
E mai come quando ci si riposa davvero ci si rende conto di quanto ce ne sia bisogno, e di quanto poco lo facciamo.

Sono sempre stata una ferma sostenitrice del "si lavora per vivere, non si vive per lavorare". Sono freelance e indipendente apposta perché voglio farmi da sola i miei orari, gestirmi l'agenda, scegliere, se mi va, di andarmene a spasso di lunedì o di lavorare di notte o di farlo sabato e domenica e poi recuperare mercoledì, a seconda di esigenze, umore, impegni. Il problema è l'inevitabile ansia da "però se dico di no a questo lavoro poi non mi chiamano più", oppure "se dico di no oggi magari domani non c'è altro"... la prima è una stronzata, come ho avuto più volte modo di verificare, la seconda è connaturata al lavoro che faccio, quindi sai che roba: si accetta e si va avanti. Nonostante il terrorismo psicologico di chi cerca di costringerci a mettere sempre e solo il lavoro al primo posto (lo dice meglio di me questo video - ci sono anche i sottotitoli, se cliccate su una delle iconcine in basso a destra). Il risultato, comunque, è che sono andata avanti per troppo tempo ad ammazzarmi di lavoro, diminuendo di conseguenza anche la produzione letteraria (dopo aver scritto, letto, tradotto tutto il giorno, alle dieci di sera la voglia e la testa di mettersi di nuovo a scrivere sono assenti entrambe). A lavorare troppo spesso sabato e domenica senza recuperare almeno un giorno di riposo la settimana dopo. A farmi ansie su ansie. A sgranare gli occhi quando vedevo qualcuno che non aveva altro che il lavoro - né hobby, né amici, né buon umore - e a pensare ohddei per favore no.
Non così.
E a rendermi conto che, nonostante i buoni propositi e i consigli di chi mi sta vicino, cominciava comunque a mancarmi l'ossigeno.
Citando il buon Maccio, mobbasta.

Intendiamoci, continuo a riempirmi l'agenda di lavoro. Anche un po' troppo, a volte, lo so. Non credo di essere capace di impedirmelo (perché "e se poi domani non arriva altro?..." eccetera eccetera). Però, almeno, ho allentato un po' la corda; ho cambiato un po' certi lavori che mi davano più mal di stomaco di quanto fosse accettabile; ho iniziato a difendere strenuamente la mia oretta o più di scrittura quotidiana, che mi mancava tanto, tanto davvero; e ho tutta l'intenzione di tenermi almeno un giorno di riposo settimanale, d'ora in poi, che magari mi aiuterà anche a essere più concentrata durante il resto della settimana.
Capisco che non per tutti sia possibile, che qualcuno potrebbe dire "la fai facile, sei fortunata" e cose del genere. Ma non è mia intenzione sfidare la sorte o essere ingrata, lo sanno gli dèi: dico solo che il lavoro è importante, e ogni giorno lotto con la paura del futuro... ma nella vita non può esserci solo il lavoro. Non può esserci solo la paura. La vita sono le emozioni - l'amore, le esperienze, le coccole, le passioni, gli hobby, il pezzo di cioccolato o la dormita senza puntare la sveglia o il viaggio... il tempo per noi, il tempo per le persone importanti.
E così, il mio buon proposito sarà difendere il mio tempo libero. E per la prossima estate sarà farmi almeno una settimana intera di vacanza al mare, o in un bosco isolata dal mondo, o su un'isola lontana... dove non ne ho idea, ma importa relativamente. Almeno una settimana, se possibile anche qualche giorno in più, per staccare dal lavoro e dedicarmi solo a riposare, rilassarmi, leggere, stare al sole... e scrivere, certo.

Perché scrivere è quella cosa strana che è un lavoro e non è un lavoro, che è una passione e che è aria per respirare. Scrivere è una vitamina D per la mente. E se quest'anno avevo bisogno di tre giorni in cui non avvicinarmi nemmeno a un computer, l'anno prossimo magari sarò riuscita a trasformare la mia vacanza in un momento, oltre che per rilassarmi, per scrivere tranquilla.

martedì 16 agosto 2016

Suicide Squad, Joker e Christian Grey

E venne il giorno di Suicide Squad.
Film attesissimo, film stroncatissimo dai critici già alle prime visioni, film rimaneggiato pesantemente per evitare l'effetto Principe Valium di Batman vs Superman.
Ve lo dico subito così se vi va evitate di proseguire: a me è piaciuto.
Mentre con il succitato Batman E Superman Si Picchiano ho trionfalmente dormito (nemmeno l'interesse che ho sempre quando in un film c'è Jessie Eisenberg mi ha salvato), Suicide Squad mi ha tenuto sveglia dandomi esattamente quello che mi aspettavo: personaggi dalla lingua tagliente, botti e sparatorie, un po' di follia. Non entro nel merito del rapporto film-fumetti: non ho mai letto un fumetto DC (o Marvel, se è per questo) in vita mia, pertanto giudico solo quanto vedo al cinema. E al cinema, stavolta, mi sono divertita.
Suicide Squad ha i suoi difetti, quelli che fanno rodere lo stomaco ai puristi: per esempio, non mancano i buchi logici nella trama*, né le scene dal montaggio un po' troppo frenetico o la sensazione che effettivamente qualcosa manchi, per esempio. Ma non è un film comico (anche se mi ha fatto ridere molto più del reboot di Ghostbusters), e non è un film Marvel - il taglio cupo trademark DC non è sparito. Suicide Squad è un film di supereroi "cattivi" tra virgolette - vari di loro sono molto poco cattivi, e in generale, più che altro, sono amorali: c'è il killer a pagamento che però ama la figlia e non uccide donne e bambini, c'è quello pentito dei crimini commessi che non vuole più usare i propri poteri eccetera... E, in mezzo, ci sono qualche vero stronzo e una pazza, Harley.
Ah, lei: Harley. Pilastro del film già in fase marketing, adorabilmente folle, bambinesca nell'affezionarsi a chi le pare nel giro di un secondo, vittima di un amore distruttivo che la mette nelle mani di un criminale più folle e crudele di lei (su questo tornerò più avanti), sexy e irriverente, il personaggio con le battute migliori ("The voices..."). Resta il desiderio e la speranza di rivederla - nell'extended edition** che mi auguro arrivi, e in film futuri - così come resta la voglia di scoprire di più del Joker del mio adorato Jared Leto, che riesce a dare un taglio nuovo al personaggio ma compare per troppi pochi minuti per esplorarne tutte le potenzialità. A me sì che è piaciuto, questo Joker, gangster eccessivo e imprevedibile, capace di una risata folle un secondo e di raggelarti con uno sguardo inquietantissimo il secondo dopo, più cupo e creepy che scherzoso.
Non che non sia inquietante anche Amanda Waller, la donna in tailleur che manipola alleati e nemici senza farsi scrupoli: pure lei si fa ricordare. Ma tutti i personaggi hanno almeno un momento per brillare (quanto mi è piaciuta la prima apparizione dell'Incantatrice durante la riunione con i militari, quando la sua mano nera intreccia le dita con quelle della dottoressa Moon, di cui ha preso possesso, e in un attimo prevale su di lei...), e anche se il cattivo, in fin dei conti, è solo una scusa per sparatorie da videogame contro i mostroni e non ha in sé tutto quel carisma, be', gli altri personaggi bastano e avanzano.
In definitiva no, non è un film perfetto. Sì, avrei preferito che non fossero state tagliate le scene più violente. Ma sono soddisfatta? Sì, e per una volta mi interessa vedere che altro accadrà in futuro nell'universo cinematografico DC.
A voi, il trailer.


Infine, due parole su un argomento che non pensavo sarebbe stato necessario toccare... illusa.
Fin dalle prime immagini, i personaggi di Joker e Harley Quinn mi hanno intrigato: come detto, non ho mai letto un fumetto DC, e neanche vedevo i cartoni animati, e quello che conosco di loro deriva solo dai film o dalla vecchia serie tv (dove lei non compariva, se non ricordo male). Molto in fretta si capisce che il rapporto tra i due non è quello che si definirebbe sano: detto in soldoni, lei lo adora e lui la mena. Ciò non toglie che possa esserle, come dire, attaccato: che sia per un sentimento o per semplice desiderio di possesso conta poco, perché lui LA MENA. OVVIO che questo squalifica a prescindere un rapporto del genere, fatto di abusi e violenze... ma, d'altronde, ragazzi miei: sono due psicopatici assassini. Chi accidenti è che la prenderebbe come una storia "romantica"? O meglio: non conta che possa esserci anche una componente romantica tra i due, chi accidenti è che vorrebbe davvero un rapporto del genere con il proprio uomo? Chi è che vorrebbe un partner criminale e assassino, santa pace?
Onestamente, quando dico che i due mi hanno intrigato, intendo a livello narrativo: per lo stesso motivo per cui posso scrivere la storia di un serial killer e trovare affascinante indagarne la psicologia, o posso scrivere di un eroe nero e "tifare" per lui nella storia.
Invece intorno a me vedo un florilegio di "aaaw vorrei una storia come quella di Joker e Harley" e di gente indignata perché "le ragazzine dicono che vorrebbero... eccetera eccetera, ma ecco, è una deriva delle 50 sfumature che umiliano le donne*** eccetera eccetera". Se ve lo state chiedendo, io no: non sono indignata. Sono solo basita
Basita che sia necessario specificarlo, che è una follia considerare "un buon partito" uno come il Joker. E basita che non si possa dire "che figata questi Joker e Harley" senza dover specificare che no, non stai giustificando una storia d'amore fatta di botte. Anche perché, nonostante i tagli che hanno edulcorato le loro scene (non del tutto: manca il famoso schiaffone che il Joker le rifila a un certo punto, ma c'è una certa scena di elettroshock), non mi sembra che vengano proposti come modello di romanticismo: lei non è felice della loro storia, è solo troppo innamorata (e pazza) per fuggire a gambe levate. Cosa che succede anche nella realtà, troppo spesso. Sì, è una storia tragica. No, non la si racconta per proporli come eroi romantici.
Solo che sembra che più nessuno capisca la differenza tra narrativa (mettiamoci libri, fumetti, film...) e realtà. D'altronde, siamo la società dove devi scrivere sulle tazze di caffè da asporto "attenzione potrebbe essere bollente" perché non arriviamo a pensarci da soli!
Ma, soprattutto, siamo anche la società dove il modello "uomo stalker" viene proposto come sogno romantico in quasi tutti i romance (e gli young adult, accidenti! Pure negli young adult, che spesso sono solo storielle rosa mascherate da romanzo avventuroso). Questo sì che mi indigna: perché nessuno sano di mente potrebbe pensare di usare il Joker come personaggio positivo. Non conta quanto Harley sia simpatica o quanto Joker abbia fascino, due pazzi criminali restano. Ma quei maschi stalker - quelli che seguono la protagonista contro la sua volontà, che le bloccano i polsi per baciarla a forza e lei invece che rifilare loro una ginocchiata nei coglioni si scioglie, eccetera - quelli sì che vengono proposti come modelli dell'uomo perfetto nei romance per adulte - e per ragazzine.
Mi sembra molto più grave questo. E sono piuttosto convinta che, senza questo, sarebbe meno facile trovare le adolescenti che scambiano quello del Joker per un amore desiderabile. Ciò non vuol dire che vada censurato il Joker: sono le sue stesse azioni che lo qualificano per il pazzo violento che è (forse che qualcuno, dopo aver visto il notevolissimo Joker di Heath Ledger, si è messo a conficcare matite negli occhi della gente?) Vuol dire che forse bisognerebbe riflettere sul modo in cui amano gli eroi di romanzi, film e fumetti, prima che sul modo in cui lo fanno i cattivi.

* specifichiamo, visto che non è chiaro: non sto dicendo che notare i buchi di trama renda puristi cagacazzo. Dico solo che non sto guardando un giallo, che deve avere un meccanismo a orologeria e se qualcosa non torna tutto salta; e che, dato che il film riesce a intrattenere e divertire, posso anche passare sopra a qualche illogicità.
** Anche per godermi le voci in inglese: l'interpretazione originale di Jared Leto, per esempio, o la voce di Margot Robbie, molto meno svampitella che nel doppiaggio italiano.
*** Specifichiamo l'ovvio: a "umiliare le donne" non sono il bondage o i giochi erotici, il problema nei romance contemporanei è ben altro (vedasi alla voce "uomo stalker").


martedì 9 agosto 2016

Letture - carrellata estiva

Ci fu un tempo in cui manifestai l'intenzione di post regolari sulle ultime letture fatte e sui libri che avevo intenzione di leggere nei mesi successivi, per segnalare quelli che mi avevano colpito favorevolmente. Dopo alcuni post a cadenza stagionale, ogni quattro mesi circa, l'ultimo che ho scritto risale a maggio. 2015.
Vabbe', mi sono un po' persa per strada.

Riprendiamo!

Ho letto i libri segnalati nell'ultimo post?
Abbastanza: alcuni sì (come lo splendido Il re deve morire di Mary Renault, consigliatissimo se vi interessa una narrazione storicamente solida, nella ricostruzione dell'ambientazione e degli usi e costumi dei popoli citati, della storia di Teseo, oppure Crafting magick with pen and ink, meno interessante di quello che speravo), altri no, poiché sono finiti soppiantati da altri titoli. Come al solito: ho sempre una pila di "prossime letture" che finisce regolarmente rimescolata... come è anche bello che sia.

Cosa ho letto di bello di recente?
Non citerò tutti i romanzi/saggi che mi sono capitati per le mani, un po' perché alcuni si sono rivelati trascurabili, un po' perché altri erano/sono inediti o sono state letture legate al lavoro, delle quali ancora non posso parlare.
Per quanto riguarda la narrativa, tra i tanti titoli segnalo almeno Il figlio di Lois Lowry, interessante conclusione della quadrilogia iniziata con The Giver e proseguita con Gathering Blue (bello) e Il messaggero (quello che mi è piaciuto meno dei quattro). Continuando con i romanzi, segnalo l'uscita in italiano di Ross Poldark di Winston Graham, primo di una lunga saga ma leggibile anche da solo, da cui è stata tratta la serie con il mio adorato Aidan Turner e che si rivela un romanzone godibile come quelli "di una volta": volevo segnalarvelo da un sacco... magari ci scriverò qualche riga in più in futuro. Imprescindibile poi Revisionary, capitolo conclusivo (sigh) della meravigliosa quadrilogia urban fantasy iniziata con Libriomancer e proseguita con Codex Born e Unbound (capolavoro!), di Jim Hines. I suoi personaggi mi mancano un sacco... Sempre in ambito urban fantasy, ho iniziato la serie dei Dresden Files di Jim Butcher, con Storm Front: merita. Tra gli autori che seguo, ho letto anche l'ultima antologia del buon Stephen King, Il bazar dei brutti sogni: mpf. Alcuni racconti carini, altri trascurabilissimi. Meglio che rispolveriate le antologie più vecchie, se volete esplorare una raccolta di veri incubi (come A volte ritornano, tanto per citarne una sola).
E gli autori italiani? Be', ho letto il notevole Testamento di una maschera di Stefano Tevini, perché anche in Italia si può parlare di supereroi... e farlo in modo intelligente: libro che si divora velocemente e che merita un'occasione (ve lo avevo già segnalato qui). Non male anche Infelici e scontenti di Alice Chimera (tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla vita delle principesse delle fiabe dopo il presunto lieto fine). Imprescindibile poi Di metallo e stelle di Luca Tarenzi, ambientato nel 1499 al Castello Sforzesco di Milano, di cui vi avevo già parlato al link corrispondente.

Per quanto riguarda i saggi e i manuali, ho poi rispolverato un po' di "vampirologia" (Il libro dei vampiri di Fabio Giovannini, carrellata enciclopedica sull'argomento, ma se siete interessati al tema posso consigliarvi molto di meglio e più approfondito, se seguite il link). Più divertente il minimale ma simpatico Illustri vampiri di Matteo Bertone, conosciuto all'ultimo Salone di Torino e di cui voglio leggere anche il romanzo Diurno imperfetto, prima o poi. Se bazzicate magia, chaos magick e dintorni, una lettura per voi (ovviamente in inglese) è City Magick - Urban Rituals, Spells and Shamanism di Christopher Penczack, ricchissimo di spunti. Interessante anche Warrior Goddess Training di HeatherAsh Amara, graditissimo dono che mi è stato fatto qualche settimana fa: anche se non vi interessassero paganesimo, new age e dintorni, questo è un libro che farebbe bene a ogni donna, per imparare a diventare quello che realmente vogliono essere, e non quello che genitori/mariti/società impongono. Dedicato alle piccole Lagertha che ognuna ha dentro...

Cosa leggerò nei prossimi mesi?
Ah, ardua scelta! Mi piacerebbe proseguire con la serie dei Dresden Files di Jim Butcher, e ho da poco preso Sandman Slim di Richard Kadrey. Ho un paio di manuali di scrittura da parte, ciascuno su aspetti specifici da approfondire; ho alcuni grandi classici da recuperare (American Gods di Neil Gaiman, che fra un po' arriva la serie TV!, e Rivers of London di Ben Aronovitch); ho svariati saggi sugli argomenti di mio interesse in lista d'attesa (sì, vampiri; sì, magia/folklore/sciamanesimo e dintorni...); tra gli italiani, mi incuriosiscono il già citato Matteo Bertone e Questo non è un romanzo fantasy di Roberto Gerilli, sponsorizzatomi da uno dei miei consulenti di fiducia, che promette di essere molto divertente. Infine, attendo di ricevere la seconda parte del romanzo inedito di UNA MIA AMICA (chi ha orecchie per intendere...) che mi ha lasciato in sospeso, e che mi interessa non solo perché è un romanzo spettacolare, ma anche perché... coff coff, non dirò nulla, per ora. Ma ne sentirete ancora parlare.
Insomma, di sicuro non resterò senza libri da leggere...