lunedì 5 settembre 2016

Poker d'horror estivi... in ritardo: The Witch, Somnia, Hush, It Follows

Questo è un post che progettavo di pubblicare molto prima - scorporandolo magari in più parti - e invece, alla fine, tra un impegno e l'altro è rimasto in attesa fino a oggi. Consideratelo dunque una semplice segnalazione di alcuni degli horror che ho visto quest'estate, per vedere se trovate qualcosa che vi stuzzica. Tranquilli, niente spoiler, solo cenni alla trama, ma non vi rovinerò il finale o i colpi di scena ;-)

E il primo, indiscutibilmente, è The Witch, senz'altro il piatto forte di quest'estate, almeno in Italia; all'estero era uscito prima e, se accettate un consiglio e ne avete la possibilità, mi raccomando: guardatelo in inglese... meglio ancora con i sottotitoli in inglese. Proprio il linguaggio usato in The Witch è uno dei punti forti che contribuiscono alla sua straordinaria atmosfera: i dialoghi rispettano l'inglese originale dell'epoca dei puritani in America (siamo nel Seicento), e sono in parte tratti proprio dagli atti dei processi del periodo. Non so come sia stato doppiato, ma indipendentemente da questo, godetevi le voci originali per calarvi ancora di più in The Witch.
Che poi, definirlo solo "horror" è riduttivo, come è riduttivo quando si parla di un altro gioiellino recente come Babadook (sì, ve lo citerò all'infinito). Horror, fantasy, fantascienza sono etichette spesso usate in senso denigratorio, soprattutto in Italia, e non devo spiegarvi io quanto questa sia un'immane idiozia: come se opere appartenenti a questi generi non potessero appartenere al "vero cinema" o alla "vera letteratura"... Se però per "horror" intendete solo sbudellamenti e un paio di spaventi grossolani, ecco: siete fuori strada in generale, e lo siete ancora di più in particolare quando si tratta di The Witch. Che poi mi sia capitato di vedere gente che lo commentava scrivendo "ma non è horror, non si capisce niente, è lento" fa capire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, in che pessimo stato siamo in Italia.

The Witch ci porta indietro nel tempo, in boschi desolati e sterili, ai margini dei quali una famiglia puritana religiosissima - padre, madre, la figlia maggiore Thomasin, il figlio Caleb, coppia di gemellini, un neonato - si arrabatta per strappare alla terra di che vivere. Che poi nel bosco ci sia una strega davvero è quasi (quasi) un elemento marginale: ciò che affascina sono l'atmosfera opprimente e la crescente paranoia che erodono gli equilibri familiari, rendono vani gli sforzi di un padre che non è, come si potrebbe pensare, il semplice "fanatico religioso", ma che perde progressivamente il controllo; di una madre tormentata e instabile per la perdita dei figli: prima il neonato, scomparso e rapito (dai lupi? O dalla strega?), poi Caleb, che svanisce nel bosco e torna... cambiato.
Le cose precipitano sempre più inesorabili. Thomasin diventa, innocente, il capro espiatorio dei drammi grandi e piccoli della famiglia, la cui paranoia è rinfocolata dai capricci degli orribili gemellini che accusano la sorella maggiore di essere una strega. Ecco, proprio i gemelli risultano tanto inquietanti quanto insopportabili: bugiardi, disobbedienti, saltellano cantando le loro orrende canzoncine al caprone nero della fattoria, Black Phillip... Sono loro a essere stati stregati dal diavolo in forma di capro? O Black Phillip è solo ciò che sembra, un semplice animale? E quando le accuse e le recriminazioni svelano bugie e ingiustizie familiari, che cosa succederà? Ci sono davvero le streghe nel bosco?...
The Witch gioca con l'ambiguità e l'assoluto realismo della ricostruzione storica (colori slavati, luce naturale di semplici candele e nient'altro durante le cene in famiglia, linguaggio d'epoca e così via), mettendo in scena un soprannaturale vero e concreto per i personaggi, ingabbiati nel loro paradigma religioso che li costringe a una vita soffocata, dura, di penitenza, autodenigrazione, e dove ogni scherzo o spiraglio di luce getta ombre inquietanti sulle loro anime. E solo all'ultimo lo spettatore capirà se quel soprannaturale esiste davvero o no, e che cosa davvero possono rappresentare le streghe per la giovane Thomasin.
Un film che vi consiglio assolutamente, sia che vi piaccia l'horror sia che non ne siate appassionati.



Hush (Il terrore del silenzio: scusate ma preferisco il titolo originale) e Somnia: ben due film per uno dei miei registi horror preferiti, quel geniaccio di Mike Flanagan, autore di piccole perle come Oculus e Absentia e di cui aspetto i prossimi Ouija, l'origine del male (prequel di uno dei film horror più brutti che abbia mai visto, Ouija, con il quale Flanagan non ha avuto nulla a che fare: il trailer promette molto meglio dell'originale) e Il gioco di Gerald tratto da King.

Partiamo dall'ultimo: aspettavo Somnia, storia di un bambino i cui sogni si materializzano nella realtà quando dorme, con molta ansia. Nel film non mancano le scene suggestive e il coinvolgimento emotivo: per il piccolo protagonista, Cody, un orfano che pur di non dormire s'ingozza di caffè e stimolanti perché è perseguitato da un terribile mostro degli incubi, che di volta in volta uccide i suoi genitori adottivi; per la madre disperata che ha perso il figlio Sean e ha adottato Cody insieme al marito, e che ora è divisa tra l'affetto per il povero orfano e l'irresistibile tentazione di sfruttarlo... quando nei sogni di Cody compare proprio Sean, la cui immagine si materializza di fronte alla donna. E che dire delle farfalle coloratissime che compaiono dal nulla? Dell'ambiente da incubo in cui si svolge il finale?
A differenza che in altri film di Flanagan, però, la trama non è priva di illogicità e nel complesso l'opera risulta meno imprevedibile ed efficace di altre, anche perché il doppiaggio italiano è molto più... rivelatore, rispetto all'originale, in merito all'identità del mostro che perseguita Cody. E tuttavia, le scene in cui viene mostrata la vera madre del piccolo e il triste destino che l'ha colpita mi hanno fatto singhiozzare, letteralmente singhiozzare al cinema. Forse non a tutti faranno lo stesso effetto, forse sono io a essere troppo sensibile su certi argomenti, per motivi personali... Fatto sta che in certi momenti Somnia è un colpo al cuore.
Meno poetico e più serrato è l'interessantissimo Hush, tradotto con un orrendo Il terrore del silenzio. Lo spunto iniziale è apparentemente classico: una ragazza sola in una casa isolata viene perseguitata da un serial killer che cerca di entrare. Ma Mike Flanagan non è mai banale, ed ecco che la ragazza... è sordomuta. Lo spietato killer toglie ben presto la maschera che vedete nella locandina e nel trailer qui sotto, e si rivela terribile proprio perché realistico: non una forza soprannaturale, non un energumeno dalle capacità inverosimili, ma un "semplice" giovane psicopatico e crudele. La lotta tra il killer e la donna diventa quindi serrata, imprevedibile, non priva di momenti forti, e il film funziona come un orologio svizzero, sfruttando efficacemente punti di forza e debolezze della protagonista (la bravissima Kate Siegel), sia quelli legati alla sua condizione fisica sia quelli legati al suo mestiere di scrittrice. Intelligente, mozzafiato, da vedere.



Tocca infine a It Follows: film controverso, di cui ho letto pareri esaltanti e stroncature crudele. A mio parere, in questo caso, la verità sta nel mezzo.
La trama è semplice: a Jay viene trasmessa una "maledizione" che passa da una persona all'altra attraverso i rapporti sessuali. Un'entità soprannaturale, che può assumere l'aspetto di qualsiasi persona, sconosciuti, parenti, amici, inizia a seguirla, camminando a passo lento: è possibile seminarla, ma prima o poi la si vede sempre rispuntare... e se arriva a toccarti ti uccide. Unico modo per salvarsi: passare la maledizione a qualcun altro. Ma se la "cosa" uccide il suo bersaglio, tornerà a dare la caccia alla vittima precedente.
Sgombriamo prima di tutto il campo da un dubbio: no, la maledizione di cui parla It follows non mi sembra affatto una banale metafora per le malattie sessualmente trasmissibili, tanto più che nel film l'unico modo di salvarsi, almeno temporaneamente, è continuare a fare sesso. Osservando il film con più attenzione e ascoltandone i dialoghi, ciò di cui si parla in realtà è ben diverso: è la morte in se stessa, la consapevolezza dei giorni contati che ci aspettano, la perdita di quella spensieratezza che appartiene solo ai bambini, e il sesso diventa piuttosto la metafora del passaggio all'età adulta, per i giovani protagonisti del film, che vivono in un tipico quartiere americano dove di adulti non se ne vede nessuno. Qua e là lo svolgimento scricchiola un po', ma, nel complesso, la visione mi ha soddisfatta, e qualche momento inquietante non manca, in particolare durante alcuni degli attacchi "spettrali".

venerdì 2 settembre 2016

L'importanza del tempo per sé

Si critica spesso la cosiddetta "vita da spiaggia", e io stessa, quando penso ai viaggi che amo fare, parlo di Scozia, di Olanda, di città europee o meno, di isole dove alternare ai tuffi in mare le visite ai siti archeologici, come in Grecia, per esempio. Eppure, amo il mare: l'acqua è il mio elemento, l'azzurro il mio colore, il sole e la luce mi danno energia e mi mettono di buon umore.
Non andavo al mare da... nemmeno so quanti anni.
Eppure, convinta da un'amica - che non abbraccerò mai abbastanza - e ospite di vecchi amici di famiglia - che tuffo nel passato, ragazzi... grazie <3 - ho concluso quest'estate di lavoro con un week end a Pesaro, nelle Marche.
Giorni istruttivi.
Da troppo, troppo tempo non avevo vere pause, se non per brevi viaggi da non più di una manciata di giorni, solitamente in giro per festival o a visitare città - bellissimo, mentalmente riposante... ma non altrettanto dal punto di vista fisico. Forse il fatto che ai suddetti festival appena possibile mi sdraiassi sull'erba a sonnecchiare poteva essere una spia di quanto avessi bisogno di vero riposo, diciamo.
Tre giorni trascorsi in spiaggia dalla mattina alla sera, però, mi hanno dato un assaggio di quello che davvero significa staccare: da tutto, lavoro, pensieri (per quanto possibile alla mia testa bacata), perfino scrittura (avevo davvero il cervello in apnea). Ho fatto scorpacciata di vitamina D stando a rosolare al sole (adesso la mia carnagione, da bianco luna o Cosmic Latte - sì, esiste -, è passata addirittura a un Bianco Navajo - sì, di nuovo, esiste -, almeno sulle braccia. Sulle gambe una via di mezzo tra le due, diciamo. Comunque, non toccavo tali livelli di abbronzatura da... boh.) Ma, soprattutto, ho passato tre giorni a leggere - per un numero totale di pagine più alto di tutto il mese precedente - e a galleggiare nell'acqua, a passeggiare, insomma: a riposare.
E mai come quando ci si riposa davvero ci si rende conto di quanto ce ne sia bisogno, e di quanto poco lo facciamo.

Sono sempre stata una ferma sostenitrice del "si lavora per vivere, non si vive per lavorare". Sono freelance e indipendente apposta perché voglio farmi da sola i miei orari, gestirmi l'agenda, scegliere, se mi va, di andarmene a spasso di lunedì o di lavorare di notte o di farlo sabato e domenica e poi recuperare mercoledì, a seconda di esigenze, umore, impegni. Il problema è l'inevitabile ansia da "però se dico di no a questo lavoro poi non mi chiamano più", oppure "se dico di no oggi magari domani non c'è altro"... la prima è una stronzata, come ho avuto più volte modo di verificare, la seconda è connaturata al lavoro che faccio, quindi sai che roba: si accetta e si va avanti. Nonostante il terrorismo psicologico di chi cerca di costringerci a mettere sempre e solo il lavoro al primo posto (lo dice meglio di me questo video - ci sono anche i sottotitoli, se cliccate su una delle iconcine in basso a destra). Il risultato, comunque, è che sono andata avanti per troppo tempo ad ammazzarmi di lavoro, diminuendo di conseguenza anche la produzione letteraria (dopo aver scritto, letto, tradotto tutto il giorno, alle dieci di sera la voglia e la testa di mettersi di nuovo a scrivere sono assenti entrambe). A lavorare troppo spesso sabato e domenica senza recuperare almeno un giorno di riposo la settimana dopo. A farmi ansie su ansie. A sgranare gli occhi quando vedevo qualcuno che non aveva altro che il lavoro - né hobby, né amici, né buon umore - e a pensare ohddei per favore no.
Non così.
E a rendermi conto che, nonostante i buoni propositi e i consigli di chi mi sta vicino, cominciava comunque a mancarmi l'ossigeno.
Citando il buon Maccio, mobbasta.

Intendiamoci, continuo a riempirmi l'agenda di lavoro. Anche un po' troppo, a volte, lo so. Non credo di essere capace di impedirmelo (perché "e se poi domani non arriva altro?..." eccetera eccetera). Però, almeno, ho allentato un po' la corda; ho cambiato un po' certi lavori che mi davano più mal di stomaco di quanto fosse accettabile; ho iniziato a difendere strenuamente la mia oretta o più di scrittura quotidiana, che mi mancava tanto, tanto davvero; e ho tutta l'intenzione di tenermi almeno un giorno di riposo settimanale, d'ora in poi, che magari mi aiuterà anche a essere più concentrata durante il resto della settimana.
Capisco che non per tutti sia possibile, che qualcuno potrebbe dire "la fai facile, sei fortunata" e cose del genere. Ma non è mia intenzione sfidare la sorte o essere ingrata, lo sanno gli dèi: dico solo che il lavoro è importante, e ogni giorno lotto con la paura del futuro... ma nella vita non può esserci solo il lavoro. Non può esserci solo la paura. La vita sono le emozioni - l'amore, le esperienze, le coccole, le passioni, gli hobby, il pezzo di cioccolato o la dormita senza puntare la sveglia o il viaggio... il tempo per noi, il tempo per le persone importanti.
E così, il mio buon proposito sarà difendere il mio tempo libero. E per la prossima estate sarà farmi almeno una settimana intera di vacanza al mare, o in un bosco isolata dal mondo, o su un'isola lontana... dove non ne ho idea, ma importa relativamente. Almeno una settimana, se possibile anche qualche giorno in più, per staccare dal lavoro e dedicarmi solo a riposare, rilassarmi, leggere, stare al sole... e scrivere, certo.

Perché scrivere è quella cosa strana che è un lavoro e non è un lavoro, che è una passione e che è aria per respirare. Scrivere è una vitamina D per la mente. E se quest'anno avevo bisogno di tre giorni in cui non avvicinarmi nemmeno a un computer, l'anno prossimo magari sarò riuscita a trasformare la mia vacanza in un momento, oltre che per rilassarmi, per scrivere tranquilla.

martedì 16 agosto 2016

Suicide Squad, Joker e Christian Grey

E venne il giorno di Suicide Squad.
Film attesissimo, film stroncatissimo dai critici già alle prime visioni, film rimaneggiato pesantemente per evitare l'effetto Principe Valium di Batman vs Superman.
Ve lo dico subito così se vi va evitate di proseguire: a me è piaciuto.
Mentre con il succitato Batman E Superman Si Picchiano ho trionfalmente dormito (nemmeno l'interesse che ho sempre quando in un film c'è Jessie Eisenberg mi ha salvato), Suicide Squad mi ha tenuto sveglia dandomi esattamente quello che mi aspettavo: personaggi dalla lingua tagliente, botti e sparatorie, un po' di follia. Non entro nel merito del rapporto film-fumetti: non ho mai letto un fumetto DC (o Marvel, se è per questo) in vita mia, pertanto giudico solo quanto vedo al cinema. E al cinema, stavolta, mi sono divertita.
Suicide Squad ha i suoi difetti, quelli che fanno rodere lo stomaco ai puristi: per esempio, non mancano i buchi logici nella trama*, né le scene dal montaggio un po' troppo frenetico o la sensazione che effettivamente qualcosa manchi, per esempio. Ma non è un film comico (anche se mi ha fatto ridere molto più del reboot di Ghostbusters), e non è un film Marvel - il taglio cupo trademark DC non è sparito. Suicide Squad è un film di supereroi "cattivi" tra virgolette - vari di loro sono molto poco cattivi, e in generale, più che altro, sono amorali: c'è il killer a pagamento che però ama la figlia e non uccide donne e bambini, c'è quello pentito dei crimini commessi che non vuole più usare i propri poteri eccetera... E, in mezzo, ci sono qualche vero stronzo e una pazza, Harley.
Ah, lei: Harley. Pilastro del film già in fase marketing, adorabilmente folle, bambinesca nell'affezionarsi a chi le pare nel giro di un secondo, vittima di un amore distruttivo che la mette nelle mani di un criminale più folle e crudele di lei (su questo tornerò più avanti), sexy e irriverente, il personaggio con le battute migliori ("The voices..."). Resta il desiderio e la speranza di rivederla - nell'extended edition** che mi auguro arrivi, e in film futuri - così come resta la voglia di scoprire di più del Joker del mio adorato Jared Leto, che riesce a dare un taglio nuovo al personaggio ma compare per troppi pochi minuti per esplorarne tutte le potenzialità. A me sì che è piaciuto, questo Joker, gangster eccessivo e imprevedibile, capace di una risata folle un secondo e di raggelarti con uno sguardo inquietantissimo il secondo dopo, più cupo e creepy che scherzoso.
Non che non sia inquietante anche Amanda Waller, la donna in tailleur che manipola alleati e nemici senza farsi scrupoli: pure lei si fa ricordare. Ma tutti i personaggi hanno almeno un momento per brillare (quanto mi è piaciuta la prima apparizione dell'Incantatrice durante la riunione con i militari, quando la sua mano nera intreccia le dita con quelle della dottoressa Moon, di cui ha preso possesso, e in un attimo prevale su di lei...), e anche se il cattivo, in fin dei conti, è solo una scusa per sparatorie da videogame contro i mostroni e non ha in sé tutto quel carisma, be', gli altri personaggi bastano e avanzano.
In definitiva no, non è un film perfetto. Sì, avrei preferito che non fossero state tagliate le scene più violente. Ma sono soddisfatta? Sì, e per una volta mi interessa vedere che altro accadrà in futuro nell'universo cinematografico DC.
A voi, il trailer.


Infine, due parole su un argomento che non pensavo sarebbe stato necessario toccare... illusa.
Fin dalle prime immagini, i personaggi di Joker e Harley Quinn mi hanno intrigato: come detto, non ho mai letto un fumetto DC, e neanche vedevo i cartoni animati, e quello che conosco di loro deriva solo dai film o dalla vecchia serie tv (dove lei non compariva, se non ricordo male). Molto in fretta si capisce che il rapporto tra i due non è quello che si definirebbe sano: detto in soldoni, lei lo adora e lui la mena. Ciò non toglie che possa esserle, come dire, attaccato: che sia per un sentimento o per semplice desiderio di possesso conta poco, perché lui LA MENA. OVVIO che questo squalifica a prescindere un rapporto del genere, fatto di abusi e violenze... ma, d'altronde, ragazzi miei: sono due psicopatici assassini. Chi accidenti è che la prenderebbe come una storia "romantica"? O meglio: non conta che possa esserci anche una componente romantica tra i due, chi accidenti è che vorrebbe davvero un rapporto del genere con il proprio uomo? Chi è che vorrebbe un partner criminale e assassino, santa pace?
Onestamente, quando dico che i due mi hanno intrigato, intendo a livello narrativo: per lo stesso motivo per cui posso scrivere la storia di un serial killer e trovare affascinante indagarne la psicologia, o posso scrivere di un eroe nero e "tifare" per lui nella storia.
Invece intorno a me vedo un florilegio di "aaaw vorrei una storia come quella di Joker e Harley" e di gente indignata perché "le ragazzine dicono che vorrebbero... eccetera eccetera, ma ecco, è una deriva delle 50 sfumature che umiliano le donne*** eccetera eccetera". Se ve lo state chiedendo, io no: non sono indignata. Sono solo basita
Basita che sia necessario specificarlo, che è una follia considerare "un buon partito" uno come il Joker. E basita che non si possa dire "che figata questi Joker e Harley" senza dover specificare che no, non stai giustificando una storia d'amore fatta di botte. Anche perché, nonostante i tagli che hanno edulcorato le loro scene (non del tutto: manca il famoso schiaffone che il Joker le rifila a un certo punto, ma c'è una certa scena di elettroshock), non mi sembra che vengano proposti come modello di romanticismo: lei non è felice della loro storia, è solo troppo innamorata (e pazza) per fuggire a gambe levate. Cosa che succede anche nella realtà, troppo spesso. Sì, è una storia tragica. No, non la si racconta per proporli come eroi romantici.
Solo che sembra che più nessuno capisca la differenza tra narrativa (mettiamoci libri, fumetti, film...) e realtà. D'altronde, siamo la società dove devi scrivere sulle tazze di caffè da asporto "attenzione potrebbe essere bollente" perché non arriviamo a pensarci da soli!
Ma, soprattutto, siamo anche la società dove il modello "uomo stalker" viene proposto come sogno romantico in quasi tutti i romance (e gli young adult, accidenti! Pure negli young adult, che spesso sono solo storielle rosa mascherate da romanzo avventuroso). Questo sì che mi indigna: perché nessuno sano di mente potrebbe pensare di usare il Joker come personaggio positivo. Non conta quanto Harley sia simpatica o quanto Joker abbia fascino, due pazzi criminali restano. Ma quei maschi stalker - quelli che seguono la protagonista contro la sua volontà, che le bloccano i polsi per baciarla a forza e lei invece che rifilare loro una ginocchiata nei coglioni si scioglie, eccetera - quelli sì che vengono proposti come modelli dell'uomo perfetto nei romance per adulte - e per ragazzine.
Mi sembra molto più grave questo. E sono piuttosto convinta che, senza questo, sarebbe meno facile trovare le adolescenti che scambiano quello del Joker per un amore desiderabile. Ciò non vuol dire che vada censurato il Joker: sono le sue stesse azioni che lo qualificano per il pazzo violento che è (forse che qualcuno, dopo aver visto il notevolissimo Joker di Heath Ledger, si è messo a conficcare matite negli occhi della gente?) Vuol dire che forse bisognerebbe riflettere sul modo in cui amano gli eroi di romanzi, film e fumetti, prima che sul modo in cui lo fanno i cattivi.

* specifichiamo, visto che non è chiaro: non sto dicendo che notare i buchi di trama renda puristi cagacazzo. Dico solo che non sto guardando un giallo, che deve avere un meccanismo a orologeria e se qualcosa non torna tutto salta; e che, dato che il film riesce a intrattenere e divertire, posso anche passare sopra a qualche illogicità.
** Anche per godermi le voci in inglese: l'interpretazione originale di Jared Leto, per esempio, o la voce di Margot Robbie, molto meno svampitella che nel doppiaggio italiano.
*** Specifichiamo l'ovvio: a "umiliare le donne" non sono il bondage o i giochi erotici, il problema nei romance contemporanei è ben altro (vedasi alla voce "uomo stalker").


martedì 9 agosto 2016

Letture - carrellata estiva

Ci fu un tempo in cui manifestai l'intenzione di post regolari sulle ultime letture fatte e sui libri che avevo intenzione di leggere nei mesi successivi, per segnalare quelli che mi avevano colpito favorevolmente. Dopo alcuni post a cadenza stagionale, ogni quattro mesi circa, l'ultimo che ho scritto risale a maggio. 2015.
Vabbe', mi sono un po' persa per strada.

Riprendiamo!

Ho letto i libri segnalati nell'ultimo post?
Abbastanza: alcuni sì (come lo splendido Il re deve morire di Mary Renault, consigliatissimo se vi interessa una narrazione storicamente solida, nella ricostruzione dell'ambientazione e degli usi e costumi dei popoli citati, della storia di Teseo, oppure Crafting magick with pen and ink, meno interessante di quello che speravo), altri no, poiché sono finiti soppiantati da altri titoli. Come al solito: ho sempre una pila di "prossime letture" che finisce regolarmente rimescolata... come è anche bello che sia.

Cosa ho letto di bello di recente?
Non citerò tutti i romanzi/saggi che mi sono capitati per le mani, un po' perché alcuni si sono rivelati trascurabili, un po' perché altri erano/sono inediti o sono state letture legate al lavoro, delle quali ancora non posso parlare.
Per quanto riguarda la narrativa, tra i tanti titoli segnalo almeno Il figlio di Lois Lowry, interessante conclusione della quadrilogia iniziata con The Giver e proseguita con Gathering Blue (bello) e Il messaggero (quello che mi è piaciuto meno dei quattro). Continuando con i romanzi, segnalo l'uscita in italiano di Ross Poldark di Winston Graham, primo di una lunga saga ma leggibile anche da solo, da cui è stata tratta la serie con il mio adorato Aidan Turner e che si rivela un romanzone godibile come quelli "di una volta": volevo segnalarvelo da un sacco... magari ci scriverò qualche riga in più in futuro. Imprescindibile poi Revisionary, capitolo conclusivo (sigh) della meravigliosa quadrilogia urban fantasy iniziata con Libriomancer e proseguita con Codex Born e Unbound (capolavoro!), di Jim Hines. I suoi personaggi mi mancano un sacco... Sempre in ambito urban fantasy, ho iniziato la serie dei Dresden Files di Jim Butcher, con Storm Front: merita. Tra gli autori che seguo, ho letto anche l'ultima antologia del buon Stephen King, Il bazar dei brutti sogni: mpf. Alcuni racconti carini, altri trascurabilissimi. Meglio che rispolveriate le antologie più vecchie, se volete esplorare una raccolta di veri incubi (come A volte ritornano, tanto per citarne una sola).
E gli autori italiani? Be', ho letto il notevole Testamento di una maschera di Stefano Tevini, perché anche in Italia si può parlare di supereroi... e farlo in modo intelligente: libro che si divora velocemente e che merita un'occasione (ve lo avevo già segnalato qui). Non male anche Infelici e scontenti di Alice Chimera (tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla vita delle principesse delle fiabe dopo il presunto lieto fine). Imprescindibile poi Di metallo e stelle di Luca Tarenzi, ambientato nel 1499 al Castello Sforzesco di Milano, di cui vi avevo già parlato al link corrispondente.

Per quanto riguarda i saggi e i manuali, ho poi rispolverato un po' di "vampirologia" (Il libro dei vampiri di Fabio Giovannini, carrellata enciclopedica sull'argomento, ma se siete interessati al tema posso consigliarvi molto di meglio e più approfondito, se seguite il link). Più divertente il minimale ma simpatico Illustri vampiri di Matteo Bertone, conosciuto all'ultimo Salone di Torino e di cui voglio leggere anche il romanzo Diurno imperfetto, prima o poi. Se bazzicate magia, chaos magick e dintorni, una lettura per voi (ovviamente in inglese) è City Magick - Urban Rituals, Spells and Shamanism di Christopher Penczack, ricchissimo di spunti. Interessante anche Warrior Goddess Training di HeatherAsh Amara, graditissimo dono che mi è stato fatto qualche settimana fa: anche se non vi interessassero paganesimo, new age e dintorni, questo è un libro che farebbe bene a ogni donna, per imparare a diventare quello che realmente vogliono essere, e non quello che genitori/mariti/società impongono. Dedicato alle piccole Lagertha che ognuna ha dentro...

Cosa leggerò nei prossimi mesi?
Ah, ardua scelta! Mi piacerebbe proseguire con la serie dei Dresden Files di Jim Butcher, e ho da poco preso Sandman Slim di Richard Kadrey. Ho un paio di manuali di scrittura da parte, ciascuno su aspetti specifici da approfondire; ho alcuni grandi classici da recuperare (American Gods di Neil Gaiman, che fra un po' arriva la serie TV!, e Rivers of London di Ben Aronovitch); ho svariati saggi sugli argomenti di mio interesse in lista d'attesa (sì, vampiri; sì, magia/folklore/sciamanesimo e dintorni...); tra gli italiani, mi incuriosiscono il già citato Matteo Bertone e Questo non è un romanzo fantasy di Roberto Gerilli, sponsorizzatomi da uno dei miei consulenti di fiducia, che promette di essere molto divertente. Infine, attendo di ricevere la seconda parte del romanzo inedito di UNA MIA AMICA (chi ha orecchie per intendere...) che mi ha lasciato in sospeso, e che mi interessa non solo perché è un romanzo spettacolare, ma anche perché... coff coff, non dirò nulla, per ora. Ma ne sentirete ancora parlare.
Insomma, di sicuro non resterò senza libri da leggere...

venerdì 29 luglio 2016

Ghostbusters 2016 - l'occasione mancata


VIA IL DENTE VIA IL DOLORE.
Magari a voi Ghostbusters 2016 piacerà un casino. E questo è uno sfogo a caldo, appena rientrata dal cinema.
Ma.
Premettendo che, vi giuro, per quanto io veneri l'originale, il film che volevo vedere stasera non era la fotocopia dell'originale. Non mi interessa fare il paragone.
Quello che volevo vedere era solo un bel film. O, quanto meno, un film dignitoso.
Quello che ho visto non lo è.
Ho visto un film in cui un terzo delle "battute" è "cacca pipì". Roba che al cinema mi vergognavo per lo sceneggiatore, altro che ridere.
Ho visto un film in cui i personaggi non hanno un briciolo di coerenza nella caratterizzazione (parlo di te, Erin).
Ho visto una commediola sciocca costruita a misura di imbecille (della serie "ripetiamo tre o quattro volte le cose così anche lo spettatore più idiota le capisce), infarcita di cose già viste e straviste (il salvataggio finale di Abbie, tanto per dirne una).
Ho visto un film senza EPICA. Dove i palazzi distrutti tornano magicamente interi alla fine, tanto per fare un esempio, mica che turbiamo qualcuno con questi fantasmi cattivoni. Un film dove non c'è mai un vero senso di pericolo. QUESTA è la differenza tra l'originale e il reboot: Ghostbusters di una volta era un urban fantasy ironico, questo è una commedia che non fa ridere (come si dice più o meno anche qui).

Ho visto, soprattutto, un film che NON VOGLIO mi rappresenti come donna. Oh, sì. Perché non me ne frega niente se a salvare New York (da una minaccia ridicola, perpetrata da un cattivo insulso) sono quattro ragazze: se tre su quattro di loro si comportano per lo più da decerebrate, allora no, non state facendo un favore alle ragazze e alle donne che amano l'azione, il fantasy, la fantascienza, l'horror. Se il modo in cui riuscite ad affrontare il tema "donne e azione" è mettere in ridicolo gli stereotipi femminili (Erin che si comporta come una quindicenne cretina perché vede un bel ragazzo? Certo, un bel sospirone davanti a Thor lo farebbe chiunque, ma poi, cara, raccogli le mutande da terra e un po' di dignità, santo cielo!), non saranno le (insistite e dopo un po' anche CHEPPALLE) battute sul tema "le donne non possono acchiappare fantasmi? Ve la facciamo vedere" a dimostrare quanto siete per la parità.
E questo, specifico, non cambia il pensiero che avevo espresso in questo post. Io le VOGLIO le donne toste nei film fantasy/horror ecc, e non voglio un'industria culturale che pensa che io debba solo guardare film romantici.

Di tutto il film si salvano, IMHO:
- Holtzman, la bionda ingegnera che è stata l'unico, l'UNICO personaggio a dare un minimo di epicità nella battaglia finale (sì, quando lecca la pistola: a lei credo, se vuole fare il culo ai fantasmi), l'unico personaggio con un briciolo di personalità, l'unico personaggio davvero simpatico.
- un paio di idee carine negli aggeggi scientifici e qualche strizzata d'occhio azzeccata (per esempio quella alla sede originale)
- ...
Non mi viene in mente altro.

...

Fino a quanto detto sopra, si tratta del post scritto ieri sera a caldo appena uscita dal cinema. Magari un po' sbollirò con il tempo. Magari, ed è il dubbio atroce che circola da ieri leggendo invece i pareri di chi ha guardato il film in inglese, parte della colpa sarà di un adattamento che ha devastato i dialoghi originali: non lo posso ancora sapere, ma attendo il parere di persone fidate che presto lo vedranno in inglese. Certo è che, se così fosse: 1- ci sarebbe doppiamente da incazzarsi, e 2- questo non cambia la presenza di un antagonista insulso, di scene prevedibili o sciocche, di espedienti come i palazzi tornati magicamente interi (quanto mi sono rimasti sul gozzo, accidenti) che annullano tutta la serietà di un'opera di genere fantastico (capite perché la prendo sul personale). Perfino i cameo degli attori originali funzionano sì-e-no; funziona l'apparizione, ma, per esempio, l'unico che ha una parte un filo più lunga, Bill Murray, viene buttato in mezzo e ri-buttato fuori un po' ad cazzum, senza minimamente sfruttare la potenzialità del tipo di personaggio che interpreta: non è un elemento della storia, è solo una mestolata d'acqua schiaffata nel brodo per allungarlo.

Ma se devo pensare alle donne nel fantastico, per favore, la prossima volta ridatemi Ellen Ripley. Datemi Furiosa, accidenti. Datemi un film come Babadook, che sì dimostra quanto le donne sappiano scrivere horror o fantastico in genere. Datemi un film dove le donne protagoniste si facciano rispettare davvero.

martedì 26 luglio 2016

Adulthood is an (overrated) myth


Qualche giorno fa mi è capitata sotto gli occhi su Facebook la figura rosa che vedete qui accanto. Immaginate musichetta d'atmosfera, sguardo che si solleva verso sinistra (stile JD di Scrubs, per intenderci), e viale delle rimembranze...

Quand'ero piccola, avere trent'anni significava essere inevitabilmente adulti e sistemati: casa lavoro moglie/marito e probabilmente anche figli. Superati i diciotto, si è verificato uno strano fenomeno: la linea del tempo, che fino a quel momento mi pareva in salita - un'ascesa verso il futuro - si inclinò e cominciò a puntare verso il basso - una vertiginosa discesa inarrestabile verso l'età adulta. Una strada costellata di "dovrei" e aspettative prefissate: dovrei comportarmi da adulta, dovrei avere un lavoro, dovrei avere un'aria più seria, ecco, guarda quella mia ex compagna di liceo, e quell'altra, e quell'altra, in tailleur e con passeggino...
E io, invece, a comprare magliette strambe e dipingermi le unghie di nero. A dichiarare figli no grazie, so a malapena badare a me stessa, figuriamoci a un esserino che sbava. E più i venti si avvicinavano ai trenta, più mi accorgevo che... be', a me continuavano a piacere le magliette strambe e i concerti metal e figli no grazie ecc ecc.
"Ma poi cambierai", mi dicevano. "Guarda che poi è troppo tardi", minacciavano.
E io lavoricchiavo da precaria, passavo le giornate a scrivere, non sapevo cucinare. Gli adulti erano altri, mia madre, mio padre, quella santa donna della mia ex suocera... i coetanei che avevano messo la testa posto e non ricevevano occhiate perplesse da chi diceva invece a me "certo che sei strana".

Poi la vita "mi ha messo nelle condizioni di/ho scelto di" ribaltare tutto quanto. Nuova esistenza, prima con la mia sorellona elettiva come coinquilina, poi da sola. A pensare in prima persona a pagare l'affitto e cercare lavoro e capire che un posto a caso da commessa non me l'avrebbe dato nessuno perché ero già "vecchia", e quindi tanto valeva investire nel "giro largo" e tentare la follia di costruirmi il lavoro che volevo io. Tutto questo... vestendo magliette strane e dipingendomi le unghie di nero e facendo nottata sveglia a scrivere ecc ecc.
Skip forward: mi scopro adulta. Non solo anagraficamente, ma anche perché, in fondo, lavoro, pago le tasse, decido io a che ora mangiare o dormire o come vestirmi, insomma, tutto quanto il pacchetto.
Solo che non mi sento adulta più di quanto mi ci sentissi prima.
Perché vestiti, unghie eccetera sono sempre quelli, anzi, adesso mescolo magari tre colori di smalto diversi e la gente mi guarda perplessa uguale. Non ho un tailleur elegante, o forse uno sì perché me l'ha regalato mia madre ma non l'ho mai messo in vita mia, "figli no grazie" eccetera, non sembro una trentaquattrenne come quelli che vedevo vent'anni fa.
Però mi diverto, accidenti.
Un po' saranno le scelte che ho fatto, completamente e radicalmente diverse dal quadretto che i genitori pensavano per la generazione nata negli anni Settanta o Ottanta. Un po' lo spirito che sempre più mi scopro - il tempo è poco, quel che c'è va goduto, per riassumere: la vita vera è fatta dei momenti che ti emozionano, non dei giorni in cui lavoro dodici ore di fila - e l'orrore che mi ha sempre fatto l'idea che a un certo punto qualcosa nel mio cervello saltasse e mi ritrovassi a essere "seria e seriosa", a parlare solo di parrucchiere e di quello che "sta bene" o meno fare. Un po', e facciamocelo questo bagno di umiltà... So che non è una sensazione solo mia: praticamente chiunque conosca non "si sente" adulto.
Ed è allora che capisci che l'"adultosità" che ti avevano sbandierato quando eri piccola è solo una facciata.
Che nessuno è "adulto" nel senso di sapere sempre cosa fare, essere sempre sicuro, avere solo certezze e programmi da cui non si scappa. Che il margine di scelta è più ampio di quel che il mondo là fuori cerca di svenderti, e che non conta avere trenta o quarantanni o cinquanta, lavorare e avere una casa o una famiglia: puoi essere un metallaro che si porta le figliolette ai concerti, puoi farti una famiglia che non corrisponde per niente agli stereotipi tradizionali, puoi alzarti alle otto o alle sette o alle sei per lavorare... ed essere ancora giovane, per sempre. Chissenefrega degli acciacchi e dei capelli grigi: serietà e follia possono convivere. Impegno e divertimento. Saggezza e capacità di stupirsi.
Posso essere anagraficamente "adulta" e ritrovarmi, domenica sera, ad ammirare uno spettacolo di fuochi artificiali a occhi sgranati, sorridendo e saltando come una bimba, per esempio. POSSO. E potete, può chiunque. Perché diciamolo, chissenefrega se non siamo "come i nostri genitori". Non è un obbligo. Quella vita che quand'eravamo piccoli ci mostravano come inevitabile non è l'unica, e siamo noi a dover rivendicare qualsiasi vita desideriamo. Con famiglia o meno, con un marito o tre compagni allo stesso tempo, con un lavoro in ufficio o a farsi i propri orari in una comune hippie, con i vestiti eleganti o i jeans stracciati, in chiesa o sotto le stelle a ballare intorno a un falò... Va tutto bene, se è quello che volete davvero. E come detto lo so che è così per tanti altri, non sono certo l'unica. Ma là fuori i libri e i film ci mostrano sempre le stesse cose, la stessa sequenza, la stessa immagine genericoborghese, obiettivi sempre uguali. E allora forse è il caso di smetterla di vergognarsi, quando diciamo "non mi sento adulto" nel senso che vuole il mondo là fuori, e proclamarlo invece con orgoglio. E scrivere storie con personaggi folli come noi. E raccontarle, le nostre esperienze diverse.
Non importa chi si è, se abbiamo scelto noi di esserlo.

E poi, proprio mentre sto scrivendo questo post, la distrazionecazzeggio che porta a girolare sui social mi mette sotto gli occhi quest'altra immagine, condivisa da Alessia Savi, uno dei miei contatti su Facebook, con una domanda semplicissima:
è questa la vita che sognavi?

La risposta è altrettanto semplice: no.
Perché la realtà è più grande dei sogni.

Nella vita non c'è un lieto fine: è una cosa che va accettata. Ma questo non significa che tutto sia destinato ad andare male; semplicemente, un lieto fine è comunque una fine, mentre la vita è movimento, ciclo, cambiamento. Io che ho un rapporto conflittuale con il concetto di "futuro" e mi sto educando a fatica a lasciarlo da parte, a vivere solo un giorno per volta anziché rovinarmi il dolce di oggi pensando ai "chissà" di domani, scopro la bellezza di essere parte di quel fluire ciclico di stagioni e di cambiamenti che non devono essere per forza "negativi" o "spaventosi". Ho imparato sulla mia pelle che distruggere è necessario per ricostruirsi migliori. Ho imparato, come detto, che quei sogni che vengono insegnati alle bambine - quei passi preordinati e prevedibili che ci vengono svenduti come "ideali" anche nei film e nei libri, studio-lavoro-matrimonio-figli - non sono "obbligatori". Non sono nemmeno sbagliati, se è quello che uno desidera, voglio che sia chiaro: questo post non è una critica a chi nella "vita tradizionale" ci si trova bene. Quello che voglio dire è solo che la vita è... più grande. Con molte, moltissime possibilità in più tra cui scegliere, tra cui svolazzare, da assaggiare e da mescolare. Ognuno deve scegliere ciò che preferisce - ognuno può scegliere quello che preferisce, anche se spesso il mondo fa di tutto per dirci che non è così. E, qualsiasi sia il vostro sogno, il percorso per raggiungerlo spesso si fa imprevedibile, inaspettato, inimmaginabile finché non lo si vive. Come, d'altronde, qualsiasi altro aspetto della vita.
Per questo dico che qualsiasi siano i grandi sogni che coltivo e coltiverò, la realtà è più grande. Li calpesterà, li frantumerà, li rimetterà insieme come un mosaico giocando con i loro colori e ne tirerà fuori qualcosa di diverso, colmo di una bellezza ferita ma con il fascino di un guerriero pieno di cicatrici. Come un medico che ci costringe a bere una medicina amara, la vita guarisce le aspettative e le pretese, le presunzioni e gli assoluti... Sta poi a noi restarcene a letto, a lamentarsi e nascondere la testa sotto il cuscino, o alzarci, affrontare il sole e l'aria aperta e vivere. Zoppicanti, con qualche capello grigio, ma sorridenti comunque. Anche se non riusciamo a ottenere certe cose. Anche se altre ci feriscono. Dobbiamo essere come edere, avvilupparci intorno a ogni possibile sostegno e puntare verso il sole: magari cresciamo storti, magari seguiamo un percorso inaspettato, magari ci allunghiamo sviluppandoci in un angolo più nascosto di quello che avremmo pensato... ma cresciamo.

E così io non avrei mai immaginato di lasciare Biella, quand'ero piccola, ma è quello che ho fatto. Non avrei mai immaginato di sposarmi, perché "ugh, no", e invece l'ho fatto. E quando l'ho fatto non avrei mai immaginato di divorziare, e invece MENO MALE che l'ho fatto... Dieci anni fa non avrei immaginato di fare il lavoro che faccio ora, di scegliere di essere free lance invece della sicurezza del "posto fisso", di fare incantesimi, di scrivere quello che scrivo adesso, di scoprire a trent'anni suonati che l'Amore con la A maiuscola non è per niente come avevo pensato che fosse, è molto di più, e accidenti le storie d'amore vere sono meglio di quelle dei romanzi. Non avrei mai immaginato di vivere dove vivo ora... non avrei mai immaginato il 90% di quello che vivo ora, insomma.
E non ne avrei mai immaginato la bellezza, ferita e magica.

P.S. Il titolo del post è ispirato al libro Adulthood is a myth, tradotto in italiano con un meno raffinato Crescere, che palle, della bravissima Sarah Andersen.
Vi invito anche a guardare questo interessantissimo video sulla differenza nella percezione dell'età negli Stati Uniti e in Italia: Tia Taylor è praticamente l'unica youtuber che seguo con regolarità e nel suo canale troverete un sacco di altri video curiosi, utili e divertenti.

martedì 19 luglio 2016

Le cose che i miei mici mi insegnano


Quelle che vedete qui di fianco, e che da qualche parte ho già postato in passato, sono le "regole del gatto", delizioso souvenir di un viaggio ad Amsterdam (non fate quella faccia, non tutto quello che vendono là è illegale). Adoro appendere roba in casa, dai poster alle foto, dai pannelli di sughero stracolmi di ricordi alle fate, dai "motivational" agli amuleti, quindi innamorarsi di questo elenco e portarmelo a casa è stato praticamente inevitabile. Le "regole del gatto" troneggiano oggi nella mia cucina, reminder di principi sempre validi, con quel Know that I am loved finale che è diventato per me un mantra nei momenti difficili.

In casa, però, ho anche due gatti in carne e pelo (si sa che non hanno ossa, altrimenti non si spiega come potrebbero infilarsi in certi pertugi, contorcersi in certe posizioni e cadere senza farsi male). Pampe (o meglio, il Pampe) e Mircalla sono due fratellini di poco più di un anno. Recuperati insieme ad altre tre sorelline in uno scatolone dove qualche figlio di puttana li ha abbandonati poco dopo la nascita, sono stati trovati da un'amabile signora gattara e curati da una veterinaria straordinaria. Erano malati, e purtroppo una di loro non ce l'ha fatta. Gli altri, però, sono stati tutti adottati.
La mia famiglia ha una lunga tradizione di gatti bianchi e neri (un giorno ve ne parlerò meglio). Il piccolo Pampe, ai tempi ancora senza nome, pur magrolino e instabile sulle zampe, mostrava già il suo carattere buonissimo, sommergendo di fusa chiunque gli si avvicinasse. La veterinaria che gli ha salvato la vita è una delle persone a cui voglio più bene e, sapendo che non avrei resistito, me ne ha parlato... A questo, sommate la presenza di una piccola peste nera esagitata e ansiosa di mordere tutto, con la quale ho visto il Pampe per la prima volta, perché "se li separi piangono e allora te li ho portati tutti e due". La conclusione è ovvia: sono diventati entrambi i padroni di casa mia.

Erano anni che non convivevo con delle mini-belve, dai tempi della mia separazione. Coccolare tutti i gatti in cui mi imbattevo a casa di amici aiutava a colmare la mancanza, ma solo viverci insieme fa davvero comprendere questi straordinari animali - o almeno comprenderli in parte, perché chi lo sa, poi, che cosa vedono quando contemplano placidi il mondo, con la loro tranquilla bellezza e la loro serenità. Chi accoglie un gatto per la prima volta si accorge presto, per esempio, che ognuno ha la sua personalità, diversa da quella di qualsiasi altro; che ognuno ha la sua voce e il suo modo di farsi capire; che ognuno ha gusti e preferenze e sa come dirteli in modo inequivocabile. E se ci vivete insieme abbastanza a lungo e siete disposti ad accettare la verità, ovvero che sono creature superiori che generosamente adottano gli umani che gradiscono, potreste anche imparare qualcosa che vi stupirà.
Mircalla. Fan dei Moonspell e di tutti
i film e telefilm che parlano di streghe. Se le tagliate
le unghie ricrescono a velocità luce. Chissà perché. 
In questo momento in cui ho voglia di colori e di luce, di calma interiore e di creare, ecco le cose più importanti che mi hanno insegnato le due piccole belve di casa.

- La vita è più bella con le coccole
Io sono sempre stata un tipo fisico: da piccola ero la coccolona di casa. Se ti voglio bene ti abbraccio. Se ti amo, vi lascio immaginare. Se ti vedo triste, ti prendo la mano. Ho sempre creduto che per essere felici ci voglia una quantità minima di abbracci al giorno (qualcuno dice quattro, qualcuno otto, qualcuno altre cifre: per me più sono meglio è). Capisco e rispetto le persone che non concedono il contatto facilmente, non capisco ma rispetto le persone che non amano scambiare coccole e baci con la persona amata... ma io seguo l'eccelso esempio di Pampe e Mircalla, che si farebbero coccolare tutto il giorno, e mi godo il contatto umano. Che siano baci d'amore o abbracci d'amicizia, per me sono un tocco magico che migliora subito l'umore. Sono cioccolata per l'anima.

- Stiracchiati tutte le volte che vuoi: la gioia di goderti le piccole cose ti rende bello
Come tutti i gatti, il Pampe e Mircalla si esibiscono in stiracchiate degne di un contorsionista. Per i fatti loro, quando camminano per casa e decidono di allungarsi un po', oppure se vado ad accarezzarli mentre se la dormono, e allora si rotolano, si rigirano, si stirano. Insomma, fanno tutto quello che ci dicono di non fare in pubblico, perché non sta bene: non ti immagini un banchiere e giacca e cravatta o una raffinata signorina in tailleur che allungano le braccia al cielo con un sorrisone. Be', lasciatemelo dire: stiracchiarsi e godersela sono un altro ottimo modo per migliorare l'umore. Si tratta di un piccolo piacere da pochi secondi, certo, ma dopo non vi ritrovate subito con un sorriso sulle labbra? Sono anche le piccole cose come queste che ci scrollano di dosso la gabbia in cui il mondo là fuori cerca di rinchiuderci e ci fanno riappropriare del nostro tempo, del nostro benessere.

Un piccolo Pampe pochi mesi dopo il suo arrivo
- Non sottovalutare l'importanza di dormire
Si sa, tutti i gatti ronfano per ore e ore, facendosi invidiare da chiunque debba alzarsi presto al mattino, e anche da chiunque non abbia orari fissi, come me, ma senta comunque di non avere abbastanza ore nella giornata per fare tutto. Eppure, ultimamente mi sono capitate alcune felici giornate in cui ho potuto dormire senza mettere la sveglia: risultato, il mio corpo mi ha richiamato alla vita dopo dieci o undici ore. L'energia che ho avuto in quelle giornate, la felice assenza del sonno cronico e incombente contro cui devo lottare normalmente, mi ha ricordato quanto siano saggi, i gatti. E quando sia importante, per me che sono freelance e tendo sempre a sommergermi di lavoro, dire no, qualche volta, e tenermi un po' di tempo per dormire, per rilassarmi, per fare quello che amo. Per vivere, insomma.

- Quando rivedi le persone che ami, dimostragli quanto sei felice
Il Pampe ama ronfare sul letto, per esempio. Ma anche su un sacco di altre superfici. Ovunque sia, però, se mi avvicino apre gli occhi e ancora prima che lo sfiori parte con le fusa, ribaltandosi come nella foto che vede più in basso. Non potete immaginare l'amore che esprime quando lo tengo in braccio e - sempre con il trattorino di fusa in sottofondo - mi guarda felice. Lo stesso vale per quando mi sveglio al mattino e lui e Mircalla vengono a strusciarsi contro di me, o per quando torno a casa e me li trovo vicino alla porta. Poso la borsa su una sedia e Mircalla è salita sul tavolo, pronta a strusciare il muso contro il mio naso, miagolando con il suo chiacchiericcio da piccione come se volesse raccontarmi la sua giornata o mi rimproverasse perché non sono stata a coccolarli per un po'. Ecco, quando rivedete qualcuno che amate, dategli uno di quegli abbracci di cui parlavamo. Mostrategli quanto siete felice di rivederli. Fa bene a voi e a loro.

E, infine, forse la regola più importante di tutte:
"Lo so, sono bella"
- Certe cose sono come sono e non si possono cambiare. Ma si può essere felici lo stesso
Questo, in particolare, è un prezioso insegnamento del mio adorato Pampe. Un insegnamento di cui avverto particolarmente il valore, da scribacchina fantasy in un Paese a cui del fantasy non frega niente, e in cui i lettori non ci sono e quando ci sono per tre quarti leggono solo i romance che trovano in vetrina nelle librerie. Un insegnamento cui ripenso tutte le volte che qualcosa che non è in mio potere cambiare non va; tutte le volte che le cose non sono come vorrei... ma possono essere belle lo stesso.
Come vi ho raccontato, il Pampe, come le sue sorelle, ha avuto una febbre molto alta quando era nato da poco. Anche lui, come la piccola che non si è salvata, ha rischiato di morire ed è stato riacchiappato per il codino e guarito dalla veterinaria. Ma presto si è capito che la malattia non è stata senza conseguenze, o forse, chissà, il Pampe si porta dietro qualche problema genetico: fatto sta che è affetto da abiotrofia cerebellare. In pratica, non coordina bene i movimenti. Da piccolino era molto più evidente: ogni pochi passi cadeva. Crescendo, si è irrobustito ed è diventato un bel gatto con il pelo setoso: ora cammina molto meglio e il suo problema si vede da altre cose: quando corre per inseguire Mircalla, per esempio, tende a non proseguire in linea retta ma curva, e non è molto... felpato, sembra piuttosto un cavallino al galoppo dal rumore che fa! Soprattutto, a differenza di Mircalla, che come tutti i gatti si può "lanciare" e cadrà sempre in piedi, il Pampe metà delle volte non mantiene l'equilibrio: per questo non lo lascio mai cadere da grandi altezze, ma lo poso per terra. Inoltre, se ormai ha imparato a saltare giù dai mobili limitando i danni, non sa invece saltare su superfici più alte di un letto. Spesso lo si vede in piedi sulle zampe posteriori, con quelle anteriori puntate contro un mobile, a sbirciare il piano che non riesce a raggiungere.
Ma credete che questo lo fermi?
Se non può saltare sulle sedie o sul divano, be', metà salta e metà si arrampica con tenacia, e alla fine arriva. Se non può correre senza finire pancia a terra dopo un po', questo non gli impedisce comunque di rialzarsi, sfrecciare da una stanza all'altra e placcare Mircalla quando la raggiunge. Se non ha il perfetto "controllo di palla" del gatto medio, quando gioca con le sue palline - ogni tanto lo si vede tentare di colpirle con una zampina... mancandole per due o tre volte di fila, perché non riesce a indirizzare il movimento dove vuole - questo non gli impedisce di divertirsi lo stesso quando alla fine riesce a dare loro un bel colpo e può inseguirle trottando. E se non può proprio farcela, a saltare sul piano della cucina, perché è molto alto e il mobile è liscio... be', si sporge in piedi sulle zampe posteriore, guarda me e miagola! Così sa che lo prenderò in braccio (con immediate fusa da parte sua, ovviamente) e lo poserò io là dove vuole arrivare, per contemplare i piccioni dalla finestra.
Ci sono cose che non possiamo cambiare, ma questo non vuol dire che non possiamo impegnarci per fare del nostro meglio. Accettare l'aiuto di chi ci ama. E divertirci lo stesso.

Pampe. Anzi, il Pampe. Perché come lui
ce n'è sono uno. Universalmente eletto "gatto
più buono e affettuoso del millennio"

lunedì 11 luglio 2016

Anche i trickster mangiano fagioli

Dopo la morte del mitico Bud Spencer, protagonista di un sacco di film che mi hanno accompagnato dall'infanzia fino a oggi, mi è venuta voglia di rispolverare i miei preferiti, che non rivedevo da parecchio tempo. Ho quindi rivisto i due (grandiosi) Trinità, nonché qualche altra commedia della coppia Spencer & Hill.
Inutile ripetere quanto questi due attori e le loro sgangherate e ironiche avventure a base di fagioli e schiaffoni siano entrate nel cuore di ogni italiano, così come di milioni di persone all'estero; basti dire che non faccio eccezione, che ho rivisto i loro film decine di volte, che - last but not least, e non guasta - ho sempre avuto un debole per il biondo Terence dai fantastici occhi azzurri (onestamente, quanti attori più affascinanti di lui vanta, il nostro Paese?)

Solo che, man mano che mi scorrevano davanti agli occhi le scene di Lo chiamavano Trinità o Nati con la camicia, mi sono resa conto di qualcosa che, da ragazzina, sicuramente non avrei pensato.
Il personaggio incarnato da Terence Hill è il trickster.

Che cosa sia un trickster forse lo sapete già, ma nel caso non sia così, basterà dire che si tratta di una figura divina presente in molte mitologie, caratterizzata non da "malvagità", ma da quella che gli inglesi chiamerebbero "mischievousness": una malizia, un comportamento amorale che lo portano a combinare scherzi ai danni di uomini e/o dèi, a ingannare gli altri sia per proprio tornaconto sia per il semplice gusto per il caos. Tra i più famosi trickster posso citarvi Loki dalla mitologia nordica o Coyote in quella degli indiani. Mentitore, furbo, imbroglione che a volte viene a sua volta imbrogliato, il trickster è una forza imprevedibile, a volte amica a volte d'ostacolo, ambigua e che sfugge ai normali confini di "giusto" o "sbagliato".

Faccia da schiaffi... e da trickster
(foto da qui)
Ora, pensate alle classiche dinamiche Bud Spencer-Terence Hill nei film. Com'è ovvio, nonostante superficialmente i personaggi che interpretino possano cambiare (a volte ladri a volte poliziotti, a volte agenti segreti per caso a volte semplici piloti, meccanici o altro del genere, a volte fratelli o amici a volte sconosciuti che s'incontrano per caso), in realtà le loro "maschere" sono sempre le stesse: Bud è l'omone solitario, fondamentalmente buono ma burbero, non stupido ma destinato comunque a venire quasi sempre battuto, sul piano dell'astuzia, da Terence, che invece è lo scanzonato e allegro motore dell'avventura in cui coinvolge il compagno e che magari ruba il cuore di qualche fanciulla. Bud ha la forza bruta e incassa i colpi senza nemmeno accorgersene; Terence ha la velocità e qualche volta un cazzotto lo subisce eccome, anche se è tosto e sa sempre rialzarsi per ribaltare la situazione. Che cos'ha in comune con il trickster, allora?

Parecchio. Prima di tutto, il gusto per lo scherzo, per il caos, che si tratti di spargere confusione e avviare la rissa per un fine utilitaristico o di farlo semplicemente per vedere... be', non "bruciare il mondo", perché TerenceTrickster non è cattivo, ma magari per vedere qualcuno che corre a tuffarsi in acqua con il fondo dei pantaloni in fiamme. Pensate a quando, in Continuavano a chiamarlo Trinità, al saloon, TerenceTrickster dice a Bambino "ehi, quello laggiù ti ha guardato e si è messo a ridere". Non è vero, ovviamente... ma il trickster si godrà la rissa, un po' partecipando, un po' piazzandosi bello tranquillo in un angolo a guardarsi lo spettacolo del forzuto compagno che mena gli altri. O pensate a quando, in Pari & Dispari, TerenceTrickster coinvolge Bud in un'infinita serie di inganni e sventure per portare a termine la missione che gli è stata affidata (è un guardiamarina che deve fermare un giro di gioco d'azzardo).
Coyote, un trickster che amo (foto da qui)
Come detto, non si tratta sempre di raggiungere uno scopo: per esempio, in Chi trova un amico trova un tesoro il personaggio di Bud deve combattere con il figlio della regina della tribù che abita sull'isola sperduta in cui i due sono capitati (ovviamente per colpa di TerenceTrickster). Appena prima che inizi lo scontro rituale che permetterà ai due di essere accettati dalla tribù, TerenceTrickster va dal guerriero indigeno a dirgli "Omo grosso dice che tue sorelle essere molto bonozze". E quando quello si infuria ancora di più, il trickster provvede a informare "Bud" che il guerriero afferma "che lo spaccherà in due". Perché? Il combattimento si sarebbe tenuto comunque. Per quale motivo aizzare i due contendenti così... se non per il semplice gusto di farlo?

E come nella tradizione del trickster, anche se i film della coppia Spencer&Hill finiscono sempre bene per i "buoni" (i cattivi vengono puniti, gli innocenti premiati e/o salvati - pensate ai mormoni in Lo chiamavano Trinità, agli orfanelli in Pari & Dispari, alla tribù citata in Chi trova un amico trova un tesoro, ai frati e alla famigliola presenti in Continuavano a chiamarlo Trinità e così via) non è necessariamente così per i due protagonisti. Che sì, sconfiggono i cattivi, evitano l'arresto quando sono nei panni dei criminali anche loro... ma non riescono quasi mai a conquistare "il tesoro" di turno e ad arricchirsi: il loro destino è ripartire per un'altra avventura, non godersi la bella vita con "il malloppo" per cui hanno magari lottato per tutto il film. Il trickster, insomma, è spesso destinato a venire a sua volta beffato all'ultimo momento. Ma è il personaggio di Bud Spencer a prendersela; TerenceTrickster no. La delusione passa in fretta, è già tempo di spargere altro caos.

mercoledì 6 luglio 2016

Venticinque domande indiscrete su libri e lettura

In questi giorni di caldo - gli dèi benedicano il ventilatore - e di lavoro (e sì, anche di scrittura, ssssst), ripesco dalla sempre arguta Chiara un meme dedicato alle abitudini dei lettori (questa strana razza in estinzione, almeno in Italia). E per chi si è preoccupato della mia latitanza: medito su futuri post che richiedono elaborazione, mi divido tra mille lavori e mille impegni piacevoli, tra traduzioni e letture, cerco di pigliare a cazzotti i demoni e sogno acque cristalline e relax che non avrò... ma sto bene. Rispetto alla sfiducia cosmica che dominava qualche tempo fa, riesco a seguire i miei progetti ignorando suddetta sfiducia che sussurra... E fremo. Per le storie da scrivere, per la voglia di liberare per il mondo alcuni ragazzacci che voi ancora non conoscete.
Vedremo.

Intanto, chiacchieriamo di lettura. Chi vuole accodarsi, è il benvenuto!

01. COME SCEGLI I LIBRI DA LEGGERE?
Consigli di persone di cui mi fido, dettagli che mi incuriosiscono nella trama, interesse particolare per un autore, un genere o un argomento.
02. DOVE COMPRI I LIBRI?
Quasi esclusivamente on line. Si risparmia, c'è poco da fare, e considerando che in libreria non trovo quasi mai i libri che mi interessano... perché dovrei essere schiava di librai che ordinano solo l'ultimo fenomeno romance o l'ultimo libro del vip di turno?
03. ASPETTI DI FINIRE UNA LETTURA PRIMA DI COMPRARE UN NUOVO LIBRO?
Gli scaffali pieni di libri in coda di lettura che ho in casa rispondono alla domanda...
04. IN QUALE MOMENTO DELLA GIORNATA PREFERISCI O PUOI DEDICARTI ALLA LETTURA?
Dipende: soprattutto la sera, in viaggio su treni o aerei, nelle sale d'attesa, oppure qua e là nel corso della giornata se riesco a ritagliarmi un pochino di tempo.
05. QUANDO COMPRI UN LIBRO TI FAI INFLUENZARE DAL NUMERO DI PAGINE?
Se un libro mi interesse non importa quanto sia lungo... ma, considerato il poco tempo a disposizione, ammetto che tendo a leggere prima quelli più brevi.
06. QUAL È IL TUO GENERE PREFERITO?
Urban fantasy.
07. HAI UN AUTORE PREFERITO? CHI?
Ho tanti autori che amo, difficile indicarne uno. Il Jim Hines della serie Magic Ex Libris. per esempio; tra gli italiani, Luca Tarenzi. Preferisco comunque citare i libri preferiti, in generale, piuttosto che un autore in toto.
08. QUANDO È INIZIATA LA TUA PASSIONE PER LA LETTURA?
Da piccolissima, non ricordo l'età. Un po' il nonno che mi leggeva libri per ragazzi, un po' io che ho iniziato a leggere la serie di Piccole donne... e poi non ho più smesso.
09. LI PRESTI MAI I TUOI LIBRI?
Sì, ma solo a persone di cui mi fido…
10. NE LEGGI UNO ALLA VOLTA O PIÙ CONTEMPORANEAMENTE?
Due o tre per volta, magari un romanzo, un saggio e un manuale, o un romanzo divertente e uno più cupo, per alternare a seconda dell'umore.
11. LA TUA CERCHIA DI FAMILIARI E AMICI LEGGE?
Nella mia famiglia d'origine siamo tre lettori forti su quattro; tra i miei amici leggono praticamente tutti.
12. QUANTO IMPIEGHI MEDIAMENTE A FINIRE UN LIBRO?
Dipende. Da pochi giorni a mesi, a seconda di mille fattori :-P
13. SE INCROCI QUALCUNO CHE LEGGE IN PUBBLICO SBIRCI IL TITOLO DEL LIBRO?
Sempre.
14. SE NE POTESSI SALVARE SOLO UNO, QUALE SALVERESTI?
Impossibile rispondere!
15. PERCHÉ TI PIACE LEGGERE?
Perché mi piace entrare nella testa di persone diverse da me. Perché mi diverte. Perché mi fa fare esperienze che potrei non fare mai in prima persona. Perché mi emoziona. Perché è bello, accidenti!
16. LEGGI LIBRI IN PRESTITO O SOLO QUELLI CHE POSSIEDI?
Entrambe le cose, anche se poi è un peccato restituire i libri che ho amato... ma lo faccio, e magari dopo me li compro :-P
17. QUALE LIBRO NON SEI RIUSCITO A FINIRE?
Ce n'è di sicuro, ma in questo momento non me ne ricordo...
18. HAI MAI COMPRATO UN LIBRO SOLO PER LA COPERTINA?
No. L'abito non fa il monaco.
19. C’È UNA CASA EDITRICE CHE APPREZZI IN PARTICOLARE?
Tra le medie o piccole, un tempo Asengard, oggi Gainsworth. Tra le grandi RCS in generale e Salani.
20. PORTI I LIBRI IN GIRO O LI TIENI AL SICURO IN CASA?
Se esco di casa e prevedo di avere anche solo dieci minuti buchi, un libro o il lettore ebook me lo porto sempre.
21. TRA QUELLI CHE TI HANNO REGALATO QUALE HAI APPREZZATO MAGGIORMENTE?
La scatola a forma di cuore di Joe Hill (grazie Luca!)
22. COME SCEGLI UN LIBRO DA REGALARE?
Mi baso un po' sulle cose che ho amato io e parecchio sui gusti e gli interessi della persona a cui devo fare il regalo.
23. C’È UN CRITERIO PARTICOLARE IN CUI È ORDINATA LA TUA LIBRERIA?
Criteri incrociati: per genere/argomento e per Paese (fantasy, horror, magia, vampiri, folklore... e poi letteratura italiana, inglese...) e all'interno di queste macrocategorie in ordine cronologico per autore. Anche se con l'ultimo trasloco mi sa che l'ordine cronologico è un po' meno preciso di prima ^^'
24. SE UN LIBRO HA DELLE NOTE HAI L’ABITUDINE DI LEGGERLE O LE SALTI?
Le leggo.
25. LEGGI LE INTRODUZIONI, PREFAZIONI E POSTFAZIONI O LE SALTI?
Leggo tutto, e spesso i ringraziamenti li leggo prima anche se sono in coda al libro ^^
 
Da Pinterest

lunedì 27 giugno 2016

"Di metallo e stelle. L'apprendista di Leonardo" - Luca Tarenzi


Un assedio al Castello Sforzesco di Milano. Un protagonista dalla inarrestabile curiosità. Un assassino misterioso che sembra uscito dagli incubi.
E Leonardo Da Vinci.
Perché siamo nel 1499 e il grande genio è ospite al maniero quando i francesi lo attaccano. Con lui, il giovane apprendista Giacomo, coinvolto suo malgrado in una vicenda cupa e densa di pericoli che metterà alla prova il suo coraggio... e svelerà verità insospettate e sconvolgenti.

Non è la prima volta che vi segnalo il nuovo romanzo dell'amico e collega Luca Tarenzi, Di metallo e stelle. L'apprendista di Leonardo, uscito a maggio per l'agguerrita, professionale e dinamica Gainsworth Publishing. Un romanzo che avevo già letto da inedito, e che ho voluto rileggere adesso, a distanza di qualche anno, prima di scrivere i miei two cents in merito.
Non si tratta però solo del piacere di (ri)leggere un bel libro, ma anche della soddisfazione di tenere in mano un'edizione cartacea di rara bellezza: sovraccoperta, font "leonardesco" dei capilettera, i disegni del grande artista che adornano la copertina rigida... mille dettagli uno più bello dell'altro, lontani anni luce dalle "confezioni" un po' sciatte e amatoriali di tanti editori.

D'altronde, non meritava di meno il romanzo, pensato per un target più giovane rispetto a quello cui ci ha abituati Luca, ma godibilissimo a tutte le età (come dev'essere per un'opera di qualità). Non intendo dilungarmi in una recensione vera e propria, perché ne troverete già in abbondanza in rete e chissà quante ne seguiranno, e perché già sapete quanto stimi Luca Tarenzi come autore: senza dubbio il migliore scrittore fantasy nel nostro Paese, e uno scrittore con i fiocchi in generale.
Perché non mette una parola o una virgola di troppo: e quanto spesso ci si dimentica i pregi dell'essenzialità, tanto più con un'ambientazione storica: non servono infinite spiegazioni e digressione per far respirare al lettore l'aria di un'altra epoca, e se leggerete Di metallo e stelle vedrete come il Castello Sforzesco prenderà vita davanti ai vostri occhi.
Perché non sbaglia il ritmo della storia neanche se lo piazzate davanti alla tastiera del computer da ubriaco: i suoi intrecci filano lisci come l'olio e sempre incalzanti.
Perché ha le idee, la competenza, la capacità di incollarvi alla pagina.
E poi, insomma: qui avete alchimia, segreti, battaglie, omicidi, cunicoli misteriosi, combattimenti mozzafiato... che altro volete da un romanzo?

La trama dalla copertina:

Milano, 1499.Il Castello Sforzesco è sotto assedio, fuori dall'esercito francese e dentro da un assassino che nessuno può vedere o fermare.
La tranquilla esistenza di Giacomo, giovane apprendista di Leonardo da Vinci, viene all'improvviso sconvolta dai segreti blasfemi del suo maestro, che riportano alla luce enigmi, misteri alchemici, veleni e, soprattutto, presenze mostruose.
Salvare la sua amata Cecilia dalle grinfie del Duca di Milano si trasforma in un'impresa quasi possibile di fronte alla folle missione che il caso pare avergli affidato: fermare una creatura che non dovrebbe esistere fuori dagli incubi, ma che sembra ben intenzionata a togliergli tutto ciò che ha importanza nella sua vita.


UPDATE: E se volete leggere un racconto ambientato nel mondo di Godbreaker lo trovate scaricabile gratuitamente sul blog di Luca :-)


martedì 21 giugno 2016

Tra Sole e Luna

Strano, questo solstizio d'estate - ieri notte alle dieci e mezza. Un solstizio accompagnato dalla Luna piena, evento particolarmente raro. Un solstizio che segue l'esperienza all'Yggdrasil, prima edizione di un festival medievale e pagano che si è tenuto nel week end dalle parti di Treviso: un evento raro in Italia, che ha portato per la prima volta da noi gli Omnia (per i quali ho la venerazione più assoluta). Un modo per festeggiare insieme, per avvertire il mescolarsi di energie diversissime.
Per me, un solstizio sospeso tra la luce del Sole e il sapore delle fragole (questa in fondo era la "Strawberry Moon") e la Luna e le acque nere del lago di Arona di notte. Tra voci che ho udito appena e tangibili frutti dei riti passati. Tra ombre e fiori.
Inquieta, sempre.
E sono così stanca di essere inquieta.
Devo fare pace con me stessa. Questa è la speranza per l'estate che viene, la luce che infonde energia e la notte che porta sogni.
Devo ritrovare il cammino che è stato quasi sepolto dal fango - mai come quest'anno ho pensato, lo confesso, che non avesse senso continuare a scrivere, e non posso nemmeno iniziare a spiegarvi che pugnalata sia stata per me.
Devo capire come affrontare quello che non riesco ad affrontare e che mi fa male anche se non dovrebbe.
Devo capire come smetterla di sentirmi incompleta.
Devo vivere la magia.

Devo, e soprattutto voglio.

Ed è come un costante brusio di sottofondo, l'inquietudine di voler andare senza sapere dove. Un fermento che vibra ovunque, in quest'anno strano che porta cambiamenti di cui ancora non vedo la fine o gli sbocchi. La necessità di sperare anche se quasi sento mancare le forze.
Ma si va avanti, anche a passi pesanti, e prima o poi il Sole asciugherà il fango, e il terreno sarà più saldo sotto i piedi.


Immagine da qui.

mercoledì 15 giugno 2016

Enjoy the ride (Alice Cooper live @Alcatraz Milano, 16 giugno 2016)

Ieri ho fatto un viaggio nel tempo.
Rivedere Alice Cooper, classe 1948, mi ha fatto proprio questo effetto. Un po' perché perfino abiti e acconciature dei musicisti della band sembravano ripescati dagli anni Ottanta, un po' perché sai già, quando il buon zio Alice viene impacchettato nella camicia di forza, che sul palco sta per salire l'affezionata ghigliottina, un po' perché il flavour dell'intero concerto era quello: hard rock puro e sano, horror show da luna park che quasi ti fa sentire il profumo dei pop corn, da un classico all'altro senza sbagliare un colpo. Un po' perché Alice Cooper inossidabilmente resiste al tempo che passa, canta come trent'anni fa senza perdere una nota, fa roteare il bastone e conduce uno spettacolo che fila come un treno quasi senza pause. E conclude con il botto, tra bolle di sapone, coriandoli e, infine, salendo sul palco per il bis, con esplosioni di stelle filanti azzurre, bianche e rosse e Trump e la Clinton che amoreggiano sul palco alle spalle di un Alice Cooper che chiede di essere eletto.

Foto da qui
C'è un po' di magone, anche. Perché Alice ti pugnala con il ricordo di Keith Moon, David Bowie, Lemmy Kilmister. Perché ti rendi conto che chissà, potrebbe essere l'ultima volta che lo vedi dal vivo, lo zio Alice, il primo musicista hard rock e heavy metal di cui mi sia mai appassionata (io ho un debole per i lunghi capelli scuri, lo sapete), che ha un anno in più di mio padre e ti fa venire voglia di offrirgli da bere e ascoltarlo raccontare chissà quante storie. E perché sai che i suoi tempi sono lontani e non torneranno: non solo perché adesso è ben difficile trovare band hard rock o metal che replichino i fasti suoi, o di Ozzy, o degli Iron Maiden, o dei Metallica... e chi prenderà il posto di tutti loro, una volta scomparsi?

Quello che ti fa venire il magone, però, è anche sapere che nessuno potrà più avere l'impatto di un Alice Cooper sulla società - ormai abbiamo visto tutto, abbiamo assorbito tutto, amalgamato tutto. Soprattutto il rivoluzionario: lo si può essere nel proprio privato, ma nulla cambia nel pubblico, nulla erode il conformismo di fondo della società. No, non lamentiamoci, ché noi abbiamo libertà altrove solo sognate; ma forse la capacità di restare scioccati, il coraggio di scioccare vanno salvaguardati, non recintati in spazi precisi, possibilmente in silenzio, ragazzi, ché poi occorre "crescere" e mettere la testa a posto.
Quella forza, quella speranza di libertà anni Settanta così tanto presa in giro nei telefilm o nei film, dove gli hippy e i rocker sono solo fattoni strampalati che parlano con le voci nella testa, è qualcosa a cui noi tutti dobbiamo tanto, senza nemmeno rendercene conto. E non è una foto sbiadita da dimenticare in fondo all'album dei ricordi.
È il biglietto di una giostra che sta a noi far valere anche nel nostro futuro.

Tocca a noi decidere la vita che vogliamo fare. Tocca a noi decidere che quello che non va, nel mondo intorno a noi, lo possiamo cambiare, lo possiamo prendere in giro, lo possiamo demolire.
Tocca a noi decidere di essere rock star.

lunedì 13 giugno 2016

Cari maschi, care femmine...

Qualche anno fa vidi, nella vetrina di un negozio di Torino, delle t-shirt con il logo dei Ghostbusters. Da appassionata dei film, che cito a memoria praticamente tutti i giorni, per un motivo o per l'altro (c'è una citazione da Ghostbusters per tutto), entrai e chiesi di vedere le t-shirt in versione "girlie", quelle sagomate con la vita stretta (fortunatamente, da tempo noi donne non siamo più costrette a portare magliette larghe come bandiere anche quando sono una S).
La risposta del giovane: "No, le girlie di Ghostbuster non le abbiamo." Sorride e aggiunge: "Però da ragazza abbiamo quelle dei Puffi..."
Superfluo specificare che non ho comprato niente.

Ecco.

Queste righe nascono dopo la lettura di questo e di questo post di Lucia, uno dei miei horror-guru e spacciatrice di film DOC. Oggetto: la tormenta di polemiche sul nuovo Ghostbusters con cast al femminile. Ed è necessario specificare, perché le prevedibili e scontate proteste contro remake/reboot, in questo caso, aggiungono al fuoco (anzi, al rogo) non la solita legna - "che bisogno c'era, l'originale resta inarrivabile" ecc ecc - ma direttamente la strega: il cast è femminile. E no, non si discute dell'idea in sé, delle attrici, ma proprio del fatto che sono donne.
Donne. Nella tuta grigia da ghostbuster.
Non è mia intenzione ripetere le argomentazioni espresse già da Lucia (leggete lì e tanto basta). Né ripetere quanto già scritto in passato. E nemmeno difendere il film, che neanche è uscito: per il momento i trailer non mi hanno convinto, sono una fan(atica) che sa a memoria i due originali, ma non importa: il discorso è molto più ampio di un semplice "il nuovo Ghostbuster sarà figo/farà schifo". Vedrò il film, giudicherò come qualsiasi altro film, e pace. Niente mi rovinerà il piacere di presentarmi dicendo "non c'è nessuna Sara, soltanto Aislinn, che dorme sopra le coperte, un metro e venti sopra le coperte".

Il punto è che l'accanimento contro "le maledette femministe", contro un cast femminile perché le donne dovrebbero limitarsi a fare le damigelle in pericolo, e se proprio vogliono menare le mani devono essere quantomeno stragnocche e mezze nude, è solo l'ennesimo, distorto risultato di quanto noi donne viviamo sulla nostra pelle ogni giorno. Non ci credete? Siete uomini dotati di cervello funzionante, e quindi pensate che tali esemplari di Neanderthal che grugniscono sulla donna in cucina siano una sparuta minoranza?
Oh, cari.

Voi non vi siete sentiti dire "le donne non sanno scrivere fantascienza/fantasy/horror" perché "le donne sanno scrivere solo di seeentimeeeenti".
Vai a fargli notare che il film horror più bello degli ultimi anni, Babadook, è scritto e diretto da una donna, eh. Tanto per citare solo un esempio recente.

Voi non siete una autrice di urban fantasy dove la gente si mena invece che limitarsi a presentare ragazzine che si sentono sciogliere le ginocchia per il figo di turno, ma il cui libro è finito comunque classificato come "paranormal romance". Perché sono donna.

Voi non siete passati da un divorzio per sentirvi dire "ma perché ora che vivi da sola hai comprato un letto matrimoniale invece che singolo?" Risposta semplice: perché non avevo otto anni. E magari avrei anche gradito continuare a scopare perché, ohibò, non c'è un solo uomo al mondo e concluso un matrimonio una donna non entra automaticamente in convento, sapete? Sveglia, ragazzi, ché la storia che le donne fanno sesso solo per soddisfare le voglie dei mariti è una leggenda (idiota). Ma no, secondo le teste quadre adesso che ho un nuovo compagno va bene se ho il matrimoniale, da single invece avrei dovuto dormire in un lettino da bimba...
Ma quanti uomini che divorziano si sentono fare la stessa domanda? Quanti uomini single sono guardati con stupore e/o disapprovazione se hanno delle avventure? Perché se una ragazza ha delle "one night stand", nei libri o nei telefilm, ciò è sintomo che "sta male", "non si rispetta" o è una "facile"? Perché Barney in How I met your mother dà per scontato che tutte le ragazze vogliono essere "richiamate" e cercano "una storia seria" e solo gli uomini sono felici degli incontri occasionali e senza impegno? Perché i rapporti tra uomini e donne sono sempre visti in dinamica "lui conquista, lei cede" e mai "entrambi possono avere voglia di divertirsi"?

Voi non avete visto amiche e conoscenti annullarsi perché "dovevano tenersi il maschio", che magari le chiudeva in casa, urlava loro addosso, s'incazzava per qualsiasi stupidaggine. E diceva "ma tu sei stupida". "Ma tu non sei capace di cavartela". "Ma tu mi trascuri". "Ma tu non devi pensare di poter vivere senza di me".
Belli miei, per quanto mi riguarda certi maschi di quella risma possono tranquillamente andarsene al diavolo con un bel calcio in culo.

Ma non è tutta colpa degli uomini. Proprio perché qui non si tratta di "femminismo", ammetto che non mi danno meno fastidio le donne che fanno di tutto per perpetuare quegli stessi stereotipi che le ingabbiano: che solo le prime a chiamare "zitella" (o peggio) la loro amica single, o "egoista" quella che non ci pensa neanche ad avere figli per carità. Quelle che "be' ma in fondo dovresti resistere ancora un po', anche se lui urla tu porta pazienza". Quelle che devono essere magre per lui, non belle per se stesse. Quelle che "devi sapere come tenerti l'uomo". Quelle che, alla figlioletta che vuole un libro illustrato con mostri e vermi, replicano "ma no quello è da maschi, prendine uno più carino".

E sarà che stamattina mi sono svegliata con le urla di alcuni vicini che litigavano - non so perché, so solo che lui ha finito per alzare le mani e poco fa qui di fronte c'era l'ambulanza. Sarà che questo è lo stesso becero mondo in cui se scrivo un libro con protagonisti maschi gli editori vogliono "la quota rosa", ma se leggo un romanzo d'amore finisce sempre che la lei di turno sbava per un maschio alfa che la stalkera e si permette di afferrarla per i polsi e baciarla a forza. E la protagonista "oooh che emozione"... Ve lo giuro: se mai scriverò un romance, il personaggio maschio che si permetterà di comportarsi così si beccherà una sonora ginocchiata nei coglioni.

Sarà che farebbe comodo anche a me un mondo in cui non ci siano "generi da maschi" che "le donne non sanno scrivere" perché "sono donne" (e vorrei proprio sapere quanti maschi hanno snobbato Angelize solo perché scritto da una mano femminile). Sarà tutto questo e altro ancora... ma sono un po' stufa di venire giudicata "in quanto donna" e non "in quanto essere umano". No, non vuol dire che siamo uguali: certo che siamo diversi, certo che tu uomo, in genere, solleverai pesi più grossi di me e io donna una volta al mese vorrei seppellirmi a letto per un giorno intero per i crampi. Ma diversi non vuole dire che qualcuno sia superiore o inferiore, di intelligenza più sviluppata o meno, o che a me donna non possano piacere i film horror e tu uomo non possa cucinare la cena.
E se pensate che in fondo quelle sul nuovo Ghostbusters siano solo "le solite polemiche" e una mossa pubblicitaria, rileggete bene i commenti della gente sotto i post che vi ho linkato. E pensate a tutte le volte che una ragazza viene fatta fuori dall'ex che non sopportava di vederla insieme a un altro. Poi fatemi sapere. Perché no, le due cose non sono affatto scollegate.

Più Lagertha per tutte