martedì 6 dicembre 2016

Letture - autunno/inverno

Rieccomi per proporvi un'infornata di libri letti negli ultimi mesi: se cercate spunti di lettura, o idee regalo (o di auto-regalo^^) in vista del Natale, qui troverete parecchie cosette interessanti. Lo scorso post dedicato alle letture risale all'inizio di agosto: vediamo un po' com'è andata da allora... Di alcuni dei libri che sto per segnalarvi vi parlerò comunque in modo più approfondito in post futuri.

Ho letto i libri segnalati lo scorso post?
Direi proprio di sì: la maggior parte di quelli che avevo intenzione di sfogliare li ho poi letti - o divorati davvero. Un bel po' di questi erano fantasy/urban fantasy: ho amato per esempio American Gods di Neil Gaiman, di cui attendo la serie tv, l'anno prossimo. Finora, uno dei miei libri preferiti, tra quelli del buon Neil. Ho proseguito  poi con i Dresden Files di Jim Butcher, leggendo il secondo della serie, Fool moon. Ho letto e apprezzato anche Sandman Slim di Richard Kadrey, il primo libro di questo autore che leggo. E ho riso in compagnia della sgangherata banda di personaggi di Questo non è un romanzo fantasy! di Roberto Gerilli. Un bel poker, insomma, che vi consiglio senza se e senza ma.

Cosa ho letto di bello di recente?
A parte i romanzi citati più sopra, ho rispolverato un po' di fantastico d'una volta: il classico L'invasione degli Ultracorpi di Jack Finney, per esempio, di cui vi parlerò in un futuro post, e che merita la riscoperta. Tralasciate pure invece il misconosciuto Dracula d'inizio Novecento Il Signore dei Vampiri di Hugh Davidson, storia di una manica d'imbecilli che lotta contro un terribile vampiro non molto più sveglio. A parte un paio di spunti carini (le pallottole con un'estremità a forma di croce), può interessare solo se siete "addicted" al tema dei succhiasangue come me. A questo proposito, consiglio assolutamente Vampiro tossico dell'amico Stefano Tevini, altra dimostrazione che di autori validi ne abbiamo pure in Italia. Sì, parla di vampiri, anche se la parola non viene mai usata se non nel titolo; ma ancora di più parla di vita nonostante tutto, sullo sfondo dell'Italia anni Ottanta. Anche di questo romanzo comunque vi parlerò ancora. Voi, intanto, fidatevi e procuratevelo.
Dai vampiri a una ex-scrittrice di vampiri (o di tizi definiti tali): la Meyer. Ebbene sì, per un motivo o per l'altro mi sono trovata a leggere The Chemist - La specialista, sicuramente un romanzo più interessante rispetto all'epopea Twilight, un thriller con cospirazioni, trappole avvelenate, interrogatori, menzogne da svelare. L'unico problema è che quando si tratta di relazioni sentimentali, pure qui i personaggi tendono a comportarsi da adolescenti... vabbe'. Diciamo che siamo tutti grati che la Meyer abbia smesso di infangare il buon nome dei vampiri, ecco.
Ho poi finito finalmente - dopo averlo interrotto e ripreso più volte, ma non per colpa del libro in sé - Urban primitive - Paganism in the concrete jungle di Raven Kaldera e Tannin Schwartstein, consigliato se vi interessano il moderno paganesimo, la chaos magick e volete dare uno sguardo agli spiriti che si annidano negli angoli bui della vostra città. Se invece vi interessa la saggistica letteraria, vi consiglio assolutamente Scrivere libri per ragazzi di Manuela Salvi, un manuale di scrittura creativa come ce ne vorrebbero di più, di cui vi avevo già parlato qui; consigliatissimo anche A short history of fantasy di Farah Mendlesohn e Edward James, se leggete in inglese e volete scoprire che cos'è il fantasy al di là dei soliti Tolkien, Rowling e compagnia. Un'ottima panoramica del genere dalle origini fino a pochi anni fa, con un milione di spunti interessantissimi.
Naturalmente, il 90 % dei bellissimi libri che troverete citati non sono mai stati tradotti in italiano...  ma noi leggiamo in inglese e ce ne freghiamo. No?

Cosa  leggerò nei prossimi mesi?
Prima di tutto concluderò un interessantissimo saggio, se vi interessano folklore, tradizioni popolari, reminescenze pagane & dintorni: Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa di Eraldo Baldini e Giuseppe Lippi, che sto concludendo in questo periodo. Fa il paio con Halloween. Nei giorni che i morti ritornano, letto e apprezzato anni fa. Ve li consiglio entrambi!
Altro libro che ho iniziato e sto proseguendo a spizzichi e bocconi, ma che mi sta piacendo, è Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, che avevo in lista d'attesa da una vita. Mi piace il senso "kinghiano" con cui racconta il lato banale-quotidiano della Svezia anni Ottanta, mi interessa per ovvi motivi il tema vampirico.
A parte questi che sono già in lettura al momento, ho l'imbarazzo della scelta, come al solito. Per quanto riguarda fantastico & dintorni, recupererò Sweet dreams dell'amica Marina Belli (non fatevelo scappare, accidenti!) e mi interesserebbero anche Rivers of London di Ben Aronovitch, la serie della "Chimera di Praga" di Laini Taylor e Bartimeus del buon Stroud, oltre poi a voler continuare pian  piano con i vari Dresden Files. Ho inoltre svariati saggi arretrati sugli argomenti che prediligo (magia, folklore, leggende, vampiri, tutto il solito lotto insomma ^^), oltre a una lista infinita di manuali di scrittura che mi attendono (la mia wishlist è cresciuta in maniera preoccupante negli ultimi mesi). Per cambiare totalmente genere, invece,  ho in attesa la biografia del buon zio Alice Cooper comprata dai ragazzi della mitica Tsunami lo scorso Salone del Libro... Insomma, vi farò sapere con il prossimo aggiornamento, fra qualche mese. E buone letture!

lunedì 5 dicembre 2016

Dicembre

Immagine da WeHeart.it

Ho una vaaaga sensazione di deja-vu a scrivere "lo so, ho latitato, ma da adesso riprenderò a scrivere più spesso sul blog" eccetera eccetera. Perché l'ultimo post risale a inizio novembre, e tutti i buoni propositi di allora sono andati a farsi un giro, nelle ultime ingolfatissime settimane.

Stelline alla cannella, preparate ieri:
che Natale sarebbe senza biscotti? ^___^
Che dire, novembre è stato un buon mese, ma anche pienissimo di impegni che si accumulavano, al punto da concluderlo il 30 con il cervello bollito dal superlavoro. In compenso, dicembre è iniziato in modo più gentile con un po' di relax per ricaricarmi prima di riprendere con il lavoro. E con un po' di biscotti, di cioccolata calda, e di caccia ai regali, e di cose luccicose da spargere per casa, un ceppo da preparare... insomma, si aspettano il solstizio d'inverno, il Natale, Capodanno.

Perché sì, anche dicembre ha già l'agenda piena, ma oltre al lavoro ci sono anche trasferte, incontri con amici, ricette da sperimentare, fiere da visitare. Tempo per respirare poco, ma quando una parte degli impegni è... vita - energie, amicizie, affetti, colori - allora va bene così. E in mezzo a tutte queste coccole per l'anima, in attesa di sviluppi sui progetti conclusi, chissà: ho voglia di riscoprire la scrittura "solo per me" e dedicarmi a qualche racconto che ho in mente da tanto, per divertirmi in compagnia di personaggi amati senza pensieri. Lo farei volentieri isolandomi per una settimana in una capanna in mezzo ai boschi... ma dato che non è possibile al momento, farò comunque del mio meglio ^_^

Intanto, nei prossimi giorni arriveranno un po' di post - stavolta davvero, spero ^^ - su qualche spunto per letture natalizie, in caso abbiate voglia di scoprire qualche libro. A presto!

Io. Non c'è altro da dire.
La striscia di Nemi viene da Pinterest.

giovedì 3 novembre 2016

La ruota dell'anno gira...

... e appena celebrato Samhain (pioggia e dolcetti, fiumi e foglie, ragnetti pazienti e corvi maestosi, saluti al passato e speranze per il futuro) le vetrine dei negozi già si addobbano di luminarie natalizie. Lo so, lo so, in due righe già ho provocato una caterva di cori indignati, li sento: il consumismo, le feste importate, no sono tradizioni anche nostre, no siamo cristiani e bla bla bla.
Onestamente: chissenefrega.
L'ho già detto che mi piacciono i ragni?
Sono pagana e non potete (più) mettermi al rogo. Perciò festeggio: saluto l'anno vecchio e accolgo quello nuovo adesso, e a gennaio festeggerò comunque con gli amici l'anno nuovo "ufficiale". Sorrido per i pipistrelli e i cappelli da strega in pubblico e mi ritiro a celebrare in privato con i pochi intimi. Ammiro le luci natalizie che diffondono un bagliore magico la sera e festeggerò prima il solstizio d'inverno e poi anche il 25 dicembre. E se pensate che sia un problema, be', non è un problema mio.

In questi giorni mi sono riempita gli occhi di colori autunnali, di bellezza, di meraviglia. Mi sono riempita il cuore. Ho ricaricato un po' le energie, in prossimità di battaglie a lungo attese. Mi sono sentita coccolatissima. Mi accingo ad affrontare i mille nuovi impegni lavorativi per un novembre che si annuncia già ingolfato. E adesso che scrivo osservo il sole fuori dalla finestra, insieme ai miei gatti appollaiati sul termosifone. Nei prossimi giorni vi parlerò di libri, di film, di storie, ma adesso è ora di mettermi al lavoro. Magari con un altro caffè accanto ;-)

On air:
Therion, Flesh of the Gods
Unghie da Halloween (e Pampe)
La splendida immagine della ragnatela viene da Pinterest e TumblR.
La foto del Pampe viene dalla mia pagina Instagram.

martedì 11 ottobre 2016

Scrivere libri per ragazzi - Manuela Salvi

Oggi un breve post per segnalarvi un manuale che ho letto di recente, pubblicato dalla sempre interessante Dino Audino, casa editrice specializzata in testi su sceneggiatura, scrittura e così via. Dal loro catalogo-miniera ho ripescato Scrivere libri per ragazzi di Manuela Salvi, agile volumetto corredato però di numerosi materiali aggiuntivi scaricabili in pdf dal sito dell'editore.
Già il fatto che l'autrice sia italiana mi aveva incuriosito, considerato che il 95% dei manuali nella mia biblioteca dedicata ai testi tecnici sulla scrittura sono di matrice anglosassone; leggendo il volume, poi, mi sono quasi commossa.

Lo so, i manuali di scrittura rappresentano sempre un argomento spinoso: immediatamente suscitano reazioni accese, riassumibili nell'eterno scontro tra chi pensa che la scrittura creativa non si possa insegnare e debba essere frutto di un fluire spontaneo, e chi ritiene che vi siano tecniche e trucchi da apprendere per riuscire a scrivere il libro migliore possibile. Per quanto mi riguarda, non trovo nulla di offensivo o "spoetizzante" nel considerare la scrittura come una tecnica che si apprende con studio e fatica; il talento è magari qualcosa che si ha o non si ha, ma la tecnica si impara e si affina, con tanta, tanta, tanta pratica e con il confronto con altri lettori e/o scrittori di fiducia. Il che non significa essere dogmatici, o voler scrivere libri "tutti uguali": esattamente come studiare per imparare a dipingere o suonare uno strumento non porta a produrre dischi o dipinti tutti uguali. Non ho mai visto i manuali di scrittura come "bibbie" da seguire parola per parola, ma come occasioni di confronto, grazie alle quali imparare a riflettere sulla struttura e sullo stile, e su come risolvere i problemi che una scena o una storia mi poneva. E poi, scrivere mi piace: leggere testi che ne parlano per me è piacevole quanto per un musicista andare a un concerto.

E Manuela Salvi - autrice e copyeditor - parla di scrittura in maniera professionale e lucida, senza però perdere di vista la passione. Insomma, lo stampo "anglosassone" c'è eccome, e infatti il volume si distingue subito: si parla di struttura della storia, di tecnica, del famoso/famigerato show don't tell, di ritmo... tutto l'essenziale, in modo chiaro e con naturalezza, con un confronto tra l'approccio alla scrittura che si ha in Inghilterra o negli Stati Uniti e quello nostrano. Consigli e osservazioni che qualsiasi esordiente - e tanti scrittori che esordienti non sono - dovrebbero ripassarsi, non per il gusto del "dogma", ma semplicemente per raffinare la capacità di raccontare nel modo più efficace possibile la storia che hanno in mente. Gestire inizio, sviluppo e conclusione della storia; raffinare i dialoghi; dosare le descrizioni... tutto questo e molto altro, cose che spesso mi trovo io stessa a spiegare a chi mi sottopone testi in lettura.
Non mancano poi osservazioni intelligenti su autori di successo - la Rowling, nel bene e nel male "terremoto" che ha scosso l'editoria per ragazzi, o Neil Gaiman, per esempio - e spunti di riflessione sulla funzione e la scrittura delle fiabe al giorno d'oggi (con osservazioni che si avvicinano molto ai motivi per cui amo l'urban fantasy: per esempio, leggete le pagine 78-79, dove si parla della necessità di raccontare i turbamenti e le paure contemporanei anche quando la chiave è fantastica). E, se siete interessati ai libri illustrati, per bambini e non, c'è anche tutta una parte del testo dedicata a questa tipologia di opere.
Insomma, un manuale utile per ripassare i fondamentali - sempre validi, indipendentemente dal tipo di libro che volete scrivere - e per approfondire gli aspetti specifici della scrittura per ragazzi, vista come letteratura, non come "roba da bambini" da trattare con condiscendenza o infantilismo; con un occhio alla situazione editoriale italiana e un approccio serio e professionale. Ecco perché un po' mi ha commosso scoprire la ricchezza di questo volumetto: perché voglio considerarlo un buon segno, che anche da noi qualcuno parli di scrittura in questo modo. Forse è solo una goccia nel mare... ma se non si comincia dalle gocce, da dove si può partire?

mercoledì 5 ottobre 2016

Autunno

Autunno a casa mia...
Oh my, da quanto tempo non ritornavo in questa casetta virtuale! Toccherà spazzare la polvere... Spero mi perdonerete, ma, nonostante abbia passato un settembre non privo di spunti per eventuali post, e non così stressante dal punto di vista lavorativo come altri mesi, ho sentito l'esigenza di restarmene un po' nel mio bozzolo, diradando spesso anche la presenza su Facebook. Settembre è stato una soglia, per me: è iniziato l'autunno - stagione che amo, salvo per un dettaglio: le accidenti di cimici... Casa mia si è arricchita di foglie rosse a decorare i riquadri delle porte. I sapori sono diventati quelli di funghi, noci, nocciole e zucche, e ancora tante ricette ho da sperimentare. Sto eliminando tossine, sto mettendo alla prova il mio corpo. Mi sto preparando al Samhain ormai prossimo. Sto indossando colori - una cosa che non mi capitava, non scherzo, da oltre quindici anni.

Più di tutto, una cosa ha segnato questo settembre: ho concluso il Romanzo Nuovo.
Ecco dov'ero sparita nelle ultime settimane. Ho portato a termine un viaggio faticoso, accidentato, pieno di dubbi personali e durato un anno abbondante. Ho messo la parola fine al libro, l'ho riletto... e posso dirlo con sollievo e gioia: la fatica non emerge dalle pagine. Ovvero, il romanzo mi sembra filare liscio, tutti i dubbi sembrano dissolti. Soprattutto, i pareri dei miei fidati Betamartiti - grazie <3 - sono stati positivi, e questo mi ha rassicurato tantissimo.
Perché mai come in questo caso ero, e sono ancora (è passato troppo poco tempo dalla conclusione e dalla revisione), incapace di valutare il risultato finale, al di là di sensazioni generiche. Parlando chiaro: l'urban fantasy è casa mia, mi ci muovo senza problemi in lungo e in largo. Questo, però, non è un urban fantasy, ma un esperimento diverso. Per questo il parere dei Fidatissimi era ancora più importante del solito.
E adesso? E adesso torno a scrivere qui, mentre il Romanzo Nuovo ha lasciato casa per intraprendere il viaggio successivo, quello negli insidiosi meandri dell'editoria. Vi aggiornerò... ma non restate con il fiato sospeso - cerco di non pensarci troppo neanch'io: i tempi, si sa, in queste cose sono sempre lunghi.
Ma l'autunno è stagione perfetta per l'attesa.

Nel frattempo, poi, sono successe altre cose. Ho letto libri belli - vi racconterò. Ho visto uno dei migliori concerti della mia vita - il "Vintage Show" dei Moonspell, che hanno suonato in sequenza tutto Wolfheart e tutto Irreligious per celebrarne i ventuno e vent'anni rispettivamente. Considerato l'amore che ho per quel gruppo e per quei dischi, potete capire la mia gioia. Ho incontrato due lettrici, una delle mie parti, che ha letto da poco i due Angelize e mi ha scritto, una giunta dal Sud e mia specialissima amica, l'autrice di un delizioso cosplay dedicato a Haniel. Entrambe giovani, entrambe intimidite, entrambe inconsapevoli di quanto fosse emozionante per me incontrare loro. Perché ho visto due ragazze diverse ma simili nella luce che avevano nello sguardo. Nella promessa di bellezza che illuminava i loro sorrisi. Belle, belle persone che sono e che diventeranno ancora di più - lo vedevo in controluce in ogni loro gesto, in ogni loro parola. Le abbraccio ancora, le ringrazio di cuore. Perché mi hanno dato non solo affetto, non solo stima, ma anche una forza che nemmeno immaginano.

E adesso? Si torna a pensare a foglie rosse e nocciole, a una nuova sfida - una nuova storia in attesa di essere scritta, un altro esperimento che mi porterà in lidi sconosciuti e diversi ancora. A nuovi viaggi che si avvicinano. Al calore della casa che mi aspetta al ritorno.
A presto.

lunedì 5 settembre 2016

Poker d'horror estivi... in ritardo: The Witch, Somnia, Hush, It Follows

Questo è un post che progettavo di pubblicare molto prima - scorporandolo magari in più parti - e invece, alla fine, tra un impegno e l'altro è rimasto in attesa fino a oggi. Consideratelo dunque una semplice segnalazione di alcuni degli horror che ho visto quest'estate, per vedere se trovate qualcosa che vi stuzzica. Tranquilli, niente spoiler, solo cenni alla trama, ma non vi rovinerò il finale o i colpi di scena ;-)

E il primo, indiscutibilmente, è The Witch, senz'altro il piatto forte di quest'estate, almeno in Italia; all'estero era uscito prima e, se accettate un consiglio e ne avete la possibilità, mi raccomando: guardatelo in inglese... meglio ancora con i sottotitoli in inglese. Proprio il linguaggio usato in The Witch è uno dei punti forti che contribuiscono alla sua straordinaria atmosfera: i dialoghi rispettano l'inglese originale dell'epoca dei puritani in America (siamo nel Seicento), e sono in parte tratti proprio dagli atti dei processi del periodo. Non so come sia stato doppiato, ma indipendentemente da questo, godetevi le voci originali per calarvi ancora di più in The Witch.
Che poi, definirlo solo "horror" è riduttivo, come è riduttivo quando si parla di un altro gioiellino recente come Babadook (sì, ve lo citerò all'infinito). Horror, fantasy, fantascienza sono etichette spesso usate in senso denigratorio, soprattutto in Italia, e non devo spiegarvi io quanto questa sia un'immane idiozia: come se opere appartenenti a questi generi non potessero appartenere al "vero cinema" o alla "vera letteratura"... Se però per "horror" intendete solo sbudellamenti e un paio di spaventi grossolani, ecco: siete fuori strada in generale, e lo siete ancora di più in particolare quando si tratta di The Witch. Che poi mi sia capitato di vedere gente che lo commentava scrivendo "ma non è horror, non si capisce niente, è lento" fa capire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, in che pessimo stato siamo in Italia.

The Witch ci porta indietro nel tempo, in boschi desolati e sterili, ai margini dei quali una famiglia puritana religiosissima - padre, madre, la figlia maggiore Thomasin, il figlio Caleb, coppia di gemellini, un neonato - si arrabatta per strappare alla terra di che vivere. Che poi nel bosco ci sia una strega davvero è quasi (quasi) un elemento marginale: ciò che affascina sono l'atmosfera opprimente e la crescente paranoia che erodono gli equilibri familiari, rendono vani gli sforzi di un padre che non è, come si potrebbe pensare, il semplice "fanatico religioso", ma che perde progressivamente il controllo; di una madre tormentata e instabile per la perdita dei figli: prima il neonato, scomparso e rapito (dai lupi? O dalla strega?), poi Caleb, che svanisce nel bosco e torna... cambiato.
Le cose precipitano sempre più inesorabili. Thomasin diventa, innocente, il capro espiatorio dei drammi grandi e piccoli della famiglia, la cui paranoia è rinfocolata dai capricci degli orribili gemellini che accusano la sorella maggiore di essere una strega. Ecco, proprio i gemelli risultano tanto inquietanti quanto insopportabili: bugiardi, disobbedienti, saltellano cantando le loro orrende canzoncine al caprone nero della fattoria, Black Phillip... Sono loro a essere stati stregati dal diavolo in forma di capro? O Black Phillip è solo ciò che sembra, un semplice animale? E quando le accuse e le recriminazioni svelano bugie e ingiustizie familiari, che cosa succederà? Ci sono davvero le streghe nel bosco?...
The Witch gioca con l'ambiguità e l'assoluto realismo della ricostruzione storica (colori slavati, luce naturale di semplici candele e nient'altro durante le cene in famiglia, linguaggio d'epoca e così via), mettendo in scena un soprannaturale vero e concreto per i personaggi, ingabbiati nel loro paradigma religioso che li costringe a una vita soffocata, dura, di penitenza, autodenigrazione, e dove ogni scherzo o spiraglio di luce getta ombre inquietanti sulle loro anime. E solo all'ultimo lo spettatore capirà se quel soprannaturale esiste davvero o no, e che cosa davvero possono rappresentare le streghe per la giovane Thomasin.
Un film che vi consiglio assolutamente, sia che vi piaccia l'horror sia che non ne siate appassionati.



Hush (Il terrore del silenzio: scusate ma preferisco il titolo originale) e Somnia: ben due film per uno dei miei registi horror preferiti, quel geniaccio di Mike Flanagan, autore di piccole perle come Oculus e Absentia e di cui aspetto i prossimi Ouija, l'origine del male (prequel di uno dei film horror più brutti che abbia mai visto, Ouija, con il quale Flanagan non ha avuto nulla a che fare: il trailer promette molto meglio dell'originale) e Il gioco di Gerald tratto da King.

Partiamo dall'ultimo: aspettavo Somnia, storia di un bambino i cui sogni si materializzano nella realtà quando dorme, con molta ansia. Nel film non mancano le scene suggestive e il coinvolgimento emotivo: per il piccolo protagonista, Cody, un orfano che pur di non dormire s'ingozza di caffè e stimolanti perché è perseguitato da un terribile mostro degli incubi, che di volta in volta uccide i suoi genitori adottivi; per la madre disperata che ha perso il figlio Sean e ha adottato Cody insieme al marito, e che ora è divisa tra l'affetto per il povero orfano e l'irresistibile tentazione di sfruttarlo... quando nei sogni di Cody compare proprio Sean, la cui immagine si materializza di fronte alla donna. E che dire delle farfalle coloratissime che compaiono dal nulla? Dell'ambiente da incubo in cui si svolge il finale?
A differenza che in altri film di Flanagan, però, la trama non è priva di illogicità e nel complesso l'opera risulta meno imprevedibile ed efficace di altre, anche perché il doppiaggio italiano è molto più... rivelatore, rispetto all'originale, in merito all'identità del mostro che perseguita Cody. E tuttavia, le scene in cui viene mostrata la vera madre del piccolo e il triste destino che l'ha colpita mi hanno fatto singhiozzare, letteralmente singhiozzare al cinema. Forse non a tutti faranno lo stesso effetto, forse sono io a essere troppo sensibile su certi argomenti, per motivi personali... Fatto sta che in certi momenti Somnia è un colpo al cuore.
Meno poetico e più serrato è l'interessantissimo Hush, tradotto con un orrendo Il terrore del silenzio. Lo spunto iniziale è apparentemente classico: una ragazza sola in una casa isolata viene perseguitata da un serial killer che cerca di entrare. Ma Mike Flanagan non è mai banale, ed ecco che la ragazza... è sordomuta. Lo spietato killer toglie ben presto la maschera che vedete nella locandina e nel trailer qui sotto, e si rivela terribile proprio perché realistico: non una forza soprannaturale, non un energumeno dalle capacità inverosimili, ma un "semplice" giovane psicopatico e crudele. La lotta tra il killer e la donna diventa quindi serrata, imprevedibile, non priva di momenti forti, e il film funziona come un orologio svizzero, sfruttando efficacemente punti di forza e debolezze della protagonista (la bravissima Kate Siegel), sia quelli legati alla sua condizione fisica sia quelli legati al suo mestiere di scrittrice. Intelligente, mozzafiato, da vedere.



Tocca infine a It Follows: film controverso, di cui ho letto pareri esaltanti e stroncature crudele. A mio parere, in questo caso, la verità sta nel mezzo.
La trama è semplice: a Jay viene trasmessa una "maledizione" che passa da una persona all'altra attraverso i rapporti sessuali. Un'entità soprannaturale, che può assumere l'aspetto di qualsiasi persona, sconosciuti, parenti, amici, inizia a seguirla, camminando a passo lento: è possibile seminarla, ma prima o poi la si vede sempre rispuntare... e se arriva a toccarti ti uccide. Unico modo per salvarsi: passare la maledizione a qualcun altro. Ma se la "cosa" uccide il suo bersaglio, tornerà a dare la caccia alla vittima precedente.
Sgombriamo prima di tutto il campo da un dubbio: no, la maledizione di cui parla It follows non mi sembra affatto una banale metafora per le malattie sessualmente trasmissibili, tanto più che nel film l'unico modo di salvarsi, almeno temporaneamente, è continuare a fare sesso. Osservando il film con più attenzione e ascoltandone i dialoghi, ciò di cui si parla in realtà è ben diverso: è la morte in se stessa, la consapevolezza dei giorni contati che ci aspettano, la perdita di quella spensieratezza che appartiene solo ai bambini, e il sesso diventa piuttosto la metafora del passaggio all'età adulta, per i giovani protagonisti del film, che vivono in un tipico quartiere americano dove di adulti non se ne vede nessuno. Qua e là lo svolgimento scricchiola un po', ma, nel complesso, la visione mi ha soddisfatta, e qualche momento inquietante non manca, in particolare durante alcuni degli attacchi "spettrali".

venerdì 2 settembre 2016

L'importanza del tempo per sé

Si critica spesso la cosiddetta "vita da spiaggia", e io stessa, quando penso ai viaggi che amo fare, parlo di Scozia, di Olanda, di città europee o meno, di isole dove alternare ai tuffi in mare le visite ai siti archeologici, come in Grecia, per esempio. Eppure, amo il mare: l'acqua è il mio elemento, l'azzurro il mio colore, il sole e la luce mi danno energia e mi mettono di buon umore.
Non andavo al mare da... nemmeno so quanti anni.
Eppure, convinta da un'amica - che non abbraccerò mai abbastanza - e ospite di vecchi amici di famiglia - che tuffo nel passato, ragazzi... grazie <3 - ho concluso quest'estate di lavoro con un week end a Pesaro, nelle Marche.
Giorni istruttivi.
Da troppo, troppo tempo non avevo vere pause, se non per brevi viaggi da non più di una manciata di giorni, solitamente in giro per festival o a visitare città - bellissimo, mentalmente riposante... ma non altrettanto dal punto di vista fisico. Forse il fatto che ai suddetti festival appena possibile mi sdraiassi sull'erba a sonnecchiare poteva essere una spia di quanto avessi bisogno di vero riposo, diciamo.
Tre giorni trascorsi in spiaggia dalla mattina alla sera, però, mi hanno dato un assaggio di quello che davvero significa staccare: da tutto, lavoro, pensieri (per quanto possibile alla mia testa bacata), perfino scrittura (avevo davvero il cervello in apnea). Ho fatto scorpacciata di vitamina D stando a rosolare al sole (adesso la mia carnagione, da bianco luna o Cosmic Latte - sì, esiste -, è passata addirittura a un Bianco Navajo - sì, di nuovo, esiste -, almeno sulle braccia. Sulle gambe una via di mezzo tra le due, diciamo. Comunque, non toccavo tali livelli di abbronzatura da... boh.) Ma, soprattutto, ho passato tre giorni a leggere - per un numero totale di pagine più alto di tutto il mese precedente - e a galleggiare nell'acqua, a passeggiare, insomma: a riposare.
E mai come quando ci si riposa davvero ci si rende conto di quanto ce ne sia bisogno, e di quanto poco lo facciamo.

Sono sempre stata una ferma sostenitrice del "si lavora per vivere, non si vive per lavorare". Sono freelance e indipendente apposta perché voglio farmi da sola i miei orari, gestirmi l'agenda, scegliere, se mi va, di andarmene a spasso di lunedì o di lavorare di notte o di farlo sabato e domenica e poi recuperare mercoledì, a seconda di esigenze, umore, impegni. Il problema è l'inevitabile ansia da "però se dico di no a questo lavoro poi non mi chiamano più", oppure "se dico di no oggi magari domani non c'è altro"... la prima è una stronzata, come ho avuto più volte modo di verificare, la seconda è connaturata al lavoro che faccio, quindi sai che roba: si accetta e si va avanti. Nonostante il terrorismo psicologico di chi cerca di costringerci a mettere sempre e solo il lavoro al primo posto (lo dice meglio di me questo video - ci sono anche i sottotitoli, se cliccate su una delle iconcine in basso a destra). Il risultato, comunque, è che sono andata avanti per troppo tempo ad ammazzarmi di lavoro, diminuendo di conseguenza anche la produzione letteraria (dopo aver scritto, letto, tradotto tutto il giorno, alle dieci di sera la voglia e la testa di mettersi di nuovo a scrivere sono assenti entrambe). A lavorare troppo spesso sabato e domenica senza recuperare almeno un giorno di riposo la settimana dopo. A farmi ansie su ansie. A sgranare gli occhi quando vedevo qualcuno che non aveva altro che il lavoro - né hobby, né amici, né buon umore - e a pensare ohddei per favore no.
Non così.
E a rendermi conto che, nonostante i buoni propositi e i consigli di chi mi sta vicino, cominciava comunque a mancarmi l'ossigeno.
Citando il buon Maccio, mobbasta.

Intendiamoci, continuo a riempirmi l'agenda di lavoro. Anche un po' troppo, a volte, lo so. Non credo di essere capace di impedirmelo (perché "e se poi domani non arriva altro?..." eccetera eccetera). Però, almeno, ho allentato un po' la corda; ho cambiato un po' certi lavori che mi davano più mal di stomaco di quanto fosse accettabile; ho iniziato a difendere strenuamente la mia oretta o più di scrittura quotidiana, che mi mancava tanto, tanto davvero; e ho tutta l'intenzione di tenermi almeno un giorno di riposo settimanale, d'ora in poi, che magari mi aiuterà anche a essere più concentrata durante il resto della settimana.
Capisco che non per tutti sia possibile, che qualcuno potrebbe dire "la fai facile, sei fortunata" e cose del genere. Ma non è mia intenzione sfidare la sorte o essere ingrata, lo sanno gli dèi: dico solo che il lavoro è importante, e ogni giorno lotto con la paura del futuro... ma nella vita non può esserci solo il lavoro. Non può esserci solo la paura. La vita sono le emozioni - l'amore, le esperienze, le coccole, le passioni, gli hobby, il pezzo di cioccolato o la dormita senza puntare la sveglia o il viaggio... il tempo per noi, il tempo per le persone importanti.
E così, il mio buon proposito sarà difendere il mio tempo libero. E per la prossima estate sarà farmi almeno una settimana intera di vacanza al mare, o in un bosco isolata dal mondo, o su un'isola lontana... dove non ne ho idea, ma importa relativamente. Almeno una settimana, se possibile anche qualche giorno in più, per staccare dal lavoro e dedicarmi solo a riposare, rilassarmi, leggere, stare al sole... e scrivere, certo.

Perché scrivere è quella cosa strana che è un lavoro e non è un lavoro, che è una passione e che è aria per respirare. Scrivere è una vitamina D per la mente. E se quest'anno avevo bisogno di tre giorni in cui non avvicinarmi nemmeno a un computer, l'anno prossimo magari sarò riuscita a trasformare la mia vacanza in un momento, oltre che per rilassarmi, per scrivere tranquilla.

martedì 16 agosto 2016

Suicide Squad, Joker e Christian Grey

E venne il giorno di Suicide Squad.
Film attesissimo, film stroncatissimo dai critici già alle prime visioni, film rimaneggiato pesantemente per evitare l'effetto Principe Valium di Batman vs Superman.
Ve lo dico subito così se vi va evitate di proseguire: a me è piaciuto.
Mentre con il succitato Batman E Superman Si Picchiano ho trionfalmente dormito (nemmeno l'interesse che ho sempre quando in un film c'è Jessie Eisenberg mi ha salvato), Suicide Squad mi ha tenuto sveglia dandomi esattamente quello che mi aspettavo: personaggi dalla lingua tagliente, botti e sparatorie, un po' di follia. Non entro nel merito del rapporto film-fumetti: non ho mai letto un fumetto DC (o Marvel, se è per questo) in vita mia, pertanto giudico solo quanto vedo al cinema. E al cinema, stavolta, mi sono divertita.
Suicide Squad ha i suoi difetti, quelli che fanno rodere lo stomaco ai puristi: per esempio, non mancano i buchi logici nella trama*, né le scene dal montaggio un po' troppo frenetico o la sensazione che effettivamente qualcosa manchi, per esempio. Ma non è un film comico (anche se mi ha fatto ridere molto più del reboot di Ghostbusters), e non è un film Marvel - il taglio cupo trademark DC non è sparito. Suicide Squad è un film di supereroi "cattivi" tra virgolette - vari di loro sono molto poco cattivi, e in generale, più che altro, sono amorali: c'è il killer a pagamento che però ama la figlia e non uccide donne e bambini, c'è quello pentito dei crimini commessi che non vuole più usare i propri poteri eccetera... E, in mezzo, ci sono qualche vero stronzo e una pazza, Harley.
Ah, lei: Harley. Pilastro del film già in fase marketing, adorabilmente folle, bambinesca nell'affezionarsi a chi le pare nel giro di un secondo, vittima di un amore distruttivo che la mette nelle mani di un criminale più folle e crudele di lei (su questo tornerò più avanti), sexy e irriverente, il personaggio con le battute migliori ("The voices..."). Resta il desiderio e la speranza di rivederla - nell'extended edition** che mi auguro arrivi, e in film futuri - così come resta la voglia di scoprire di più del Joker del mio adorato Jared Leto, che riesce a dare un taglio nuovo al personaggio ma compare per troppi pochi minuti per esplorarne tutte le potenzialità. A me sì che è piaciuto, questo Joker, gangster eccessivo e imprevedibile, capace di una risata folle un secondo e di raggelarti con uno sguardo inquietantissimo il secondo dopo, più cupo e creepy che scherzoso.
Non che non sia inquietante anche Amanda Waller, la donna in tailleur che manipola alleati e nemici senza farsi scrupoli: pure lei si fa ricordare. Ma tutti i personaggi hanno almeno un momento per brillare (quanto mi è piaciuta la prima apparizione dell'Incantatrice durante la riunione con i militari, quando la sua mano nera intreccia le dita con quelle della dottoressa Moon, di cui ha preso possesso, e in un attimo prevale su di lei...), e anche se il cattivo, in fin dei conti, è solo una scusa per sparatorie da videogame contro i mostroni e non ha in sé tutto quel carisma, be', gli altri personaggi bastano e avanzano.
In definitiva no, non è un film perfetto. Sì, avrei preferito che non fossero state tagliate le scene più violente. Ma sono soddisfatta? Sì, e per una volta mi interessa vedere che altro accadrà in futuro nell'universo cinematografico DC.
A voi, il trailer.


Infine, due parole su un argomento che non pensavo sarebbe stato necessario toccare... illusa.
Fin dalle prime immagini, i personaggi di Joker e Harley Quinn mi hanno intrigato: come detto, non ho mai letto un fumetto DC, e neanche vedevo i cartoni animati, e quello che conosco di loro deriva solo dai film o dalla vecchia serie tv (dove lei non compariva, se non ricordo male). Molto in fretta si capisce che il rapporto tra i due non è quello che si definirebbe sano: detto in soldoni, lei lo adora e lui la mena. Ciò non toglie che possa esserle, come dire, attaccato: che sia per un sentimento o per semplice desiderio di possesso conta poco, perché lui LA MENA. OVVIO che questo squalifica a prescindere un rapporto del genere, fatto di abusi e violenze... ma, d'altronde, ragazzi miei: sono due psicopatici assassini. Chi accidenti è che la prenderebbe come una storia "romantica"? O meglio: non conta che possa esserci anche una componente romantica tra i due, chi accidenti è che vorrebbe davvero un rapporto del genere con il proprio uomo? Chi è che vorrebbe un partner criminale e assassino, santa pace?
Onestamente, quando dico che i due mi hanno intrigato, intendo a livello narrativo: per lo stesso motivo per cui posso scrivere la storia di un serial killer e trovare affascinante indagarne la psicologia, o posso scrivere di un eroe nero e "tifare" per lui nella storia.
Invece intorno a me vedo un florilegio di "aaaw vorrei una storia come quella di Joker e Harley" e di gente indignata perché "le ragazzine dicono che vorrebbero... eccetera eccetera, ma ecco, è una deriva delle 50 sfumature che umiliano le donne*** eccetera eccetera". Se ve lo state chiedendo, io no: non sono indignata. Sono solo basita
Basita che sia necessario specificarlo, che è una follia considerare "un buon partito" uno come il Joker. E basita che non si possa dire "che figata questi Joker e Harley" senza dover specificare che no, non stai giustificando una storia d'amore fatta di botte. Anche perché, nonostante i tagli che hanno edulcorato le loro scene (non del tutto: manca il famoso schiaffone che il Joker le rifila a un certo punto, ma c'è una certa scena di elettroshock), non mi sembra che vengano proposti come modello di romanticismo: lei non è felice della loro storia, è solo troppo innamorata (e pazza) per fuggire a gambe levate. Cosa che succede anche nella realtà, troppo spesso. Sì, è una storia tragica. No, non la si racconta per proporli come eroi romantici.
Solo che sembra che più nessuno capisca la differenza tra narrativa (mettiamoci libri, fumetti, film...) e realtà. D'altronde, siamo la società dove devi scrivere sulle tazze di caffè da asporto "attenzione potrebbe essere bollente" perché non arriviamo a pensarci da soli!
Ma, soprattutto, siamo anche la società dove il modello "uomo stalker" viene proposto come sogno romantico in quasi tutti i romance (e gli young adult, accidenti! Pure negli young adult, che spesso sono solo storielle rosa mascherate da romanzo avventuroso). Questo sì che mi indigna: perché nessuno sano di mente potrebbe pensare di usare il Joker come personaggio positivo. Non conta quanto Harley sia simpatica o quanto Joker abbia fascino, due pazzi criminali restano. Ma quei maschi stalker - quelli che seguono la protagonista contro la sua volontà, che le bloccano i polsi per baciarla a forza e lei invece che rifilare loro una ginocchiata nei coglioni si scioglie, eccetera - quelli sì che vengono proposti come modelli dell'uomo perfetto nei romance per adulte - e per ragazzine.
Mi sembra molto più grave questo. E sono piuttosto convinta che, senza questo, sarebbe meno facile trovare le adolescenti che scambiano quello del Joker per un amore desiderabile. Ciò non vuol dire che vada censurato il Joker: sono le sue stesse azioni che lo qualificano per il pazzo violento che è (forse che qualcuno, dopo aver visto il notevolissimo Joker di Heath Ledger, si è messo a conficcare matite negli occhi della gente?) Vuol dire che forse bisognerebbe riflettere sul modo in cui amano gli eroi di romanzi, film e fumetti, prima che sul modo in cui lo fanno i cattivi.

* specifichiamo, visto che non è chiaro: non sto dicendo che notare i buchi di trama renda puristi cagacazzo. Dico solo che non sto guardando un giallo, che deve avere un meccanismo a orologeria e se qualcosa non torna tutto salta; e che, dato che il film riesce a intrattenere e divertire, posso anche passare sopra a qualche illogicità.
** Anche per godermi le voci in inglese: l'interpretazione originale di Jared Leto, per esempio, o la voce di Margot Robbie, molto meno svampitella che nel doppiaggio italiano.
*** Specifichiamo l'ovvio: a "umiliare le donne" non sono il bondage o i giochi erotici, il problema nei romance contemporanei è ben altro (vedasi alla voce "uomo stalker").


martedì 9 agosto 2016

Letture - carrellata estiva

Ci fu un tempo in cui manifestai l'intenzione di post regolari sulle ultime letture fatte e sui libri che avevo intenzione di leggere nei mesi successivi, per segnalare quelli che mi avevano colpito favorevolmente. Dopo alcuni post a cadenza stagionale, ogni quattro mesi circa, l'ultimo che ho scritto risale a maggio. 2015.
Vabbe', mi sono un po' persa per strada.

Riprendiamo!

Ho letto i libri segnalati nell'ultimo post?
Abbastanza: alcuni sì (come lo splendido Il re deve morire di Mary Renault, consigliatissimo se vi interessa una narrazione storicamente solida, nella ricostruzione dell'ambientazione e degli usi e costumi dei popoli citati, della storia di Teseo, oppure Crafting magick with pen and ink, meno interessante di quello che speravo), altri no, poiché sono finiti soppiantati da altri titoli. Come al solito: ho sempre una pila di "prossime letture" che finisce regolarmente rimescolata... come è anche bello che sia.

Cosa ho letto di bello di recente?
Non citerò tutti i romanzi/saggi che mi sono capitati per le mani, un po' perché alcuni si sono rivelati trascurabili, un po' perché altri erano/sono inediti o sono state letture legate al lavoro, delle quali ancora non posso parlare.
Per quanto riguarda la narrativa, tra i tanti titoli segnalo almeno Il figlio di Lois Lowry, interessante conclusione della quadrilogia iniziata con The Giver e proseguita con Gathering Blue (bello) e Il messaggero (quello che mi è piaciuto meno dei quattro). Continuando con i romanzi, segnalo l'uscita in italiano di Ross Poldark di Winston Graham, primo di una lunga saga ma leggibile anche da solo, da cui è stata tratta la serie con il mio adorato Aidan Turner e che si rivela un romanzone godibile come quelli "di una volta": volevo segnalarvelo da un sacco... magari ci scriverò qualche riga in più in futuro. Imprescindibile poi Revisionary, capitolo conclusivo (sigh) della meravigliosa quadrilogia urban fantasy iniziata con Libriomancer e proseguita con Codex Born e Unbound (capolavoro!), di Jim Hines. I suoi personaggi mi mancano un sacco... Sempre in ambito urban fantasy, ho iniziato la serie dei Dresden Files di Jim Butcher, con Storm Front: merita. Tra gli autori che seguo, ho letto anche l'ultima antologia del buon Stephen King, Il bazar dei brutti sogni: mpf. Alcuni racconti carini, altri trascurabilissimi. Meglio che rispolveriate le antologie più vecchie, se volete esplorare una raccolta di veri incubi (come A volte ritornano, tanto per citarne una sola).
E gli autori italiani? Be', ho letto il notevole Testamento di una maschera di Stefano Tevini, perché anche in Italia si può parlare di supereroi... e farlo in modo intelligente: libro che si divora velocemente e che merita un'occasione (ve lo avevo già segnalato qui). Non male anche Infelici e scontenti di Alice Chimera (tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla vita delle principesse delle fiabe dopo il presunto lieto fine). Imprescindibile poi Di metallo e stelle di Luca Tarenzi, ambientato nel 1499 al Castello Sforzesco di Milano, di cui vi avevo già parlato al link corrispondente.

Per quanto riguarda i saggi e i manuali, ho poi rispolverato un po' di "vampirologia" (Il libro dei vampiri di Fabio Giovannini, carrellata enciclopedica sull'argomento, ma se siete interessati al tema posso consigliarvi molto di meglio e più approfondito, se seguite il link). Più divertente il minimale ma simpatico Illustri vampiri di Matteo Bertone, conosciuto all'ultimo Salone di Torino e di cui voglio leggere anche il romanzo Diurno imperfetto, prima o poi. Se bazzicate magia, chaos magick e dintorni, una lettura per voi (ovviamente in inglese) è City Magick - Urban Rituals, Spells and Shamanism di Christopher Penczack, ricchissimo di spunti. Interessante anche Warrior Goddess Training di HeatherAsh Amara, graditissimo dono che mi è stato fatto qualche settimana fa: anche se non vi interessassero paganesimo, new age e dintorni, questo è un libro che farebbe bene a ogni donna, per imparare a diventare quello che realmente vogliono essere, e non quello che genitori/mariti/società impongono. Dedicato alle piccole Lagertha che ognuna ha dentro...

Cosa leggerò nei prossimi mesi?
Ah, ardua scelta! Mi piacerebbe proseguire con la serie dei Dresden Files di Jim Butcher, e ho da poco preso Sandman Slim di Richard Kadrey. Ho un paio di manuali di scrittura da parte, ciascuno su aspetti specifici da approfondire; ho alcuni grandi classici da recuperare (American Gods di Neil Gaiman, che fra un po' arriva la serie TV!, e Rivers of London di Ben Aronovitch); ho svariati saggi sugli argomenti di mio interesse in lista d'attesa (sì, vampiri; sì, magia/folklore/sciamanesimo e dintorni...); tra gli italiani, mi incuriosiscono il già citato Matteo Bertone e Questo non è un romanzo fantasy di Roberto Gerilli, sponsorizzatomi da uno dei miei consulenti di fiducia, che promette di essere molto divertente. Infine, attendo di ricevere la seconda parte del romanzo inedito di UNA MIA AMICA (chi ha orecchie per intendere...) che mi ha lasciato in sospeso, e che mi interessa non solo perché è un romanzo spettacolare, ma anche perché... coff coff, non dirò nulla, per ora. Ma ne sentirete ancora parlare.
Insomma, di sicuro non resterò senza libri da leggere...

venerdì 29 luglio 2016

Ghostbusters 2016 - l'occasione mancata


VIA IL DENTE VIA IL DOLORE.
Magari a voi Ghostbusters 2016 piacerà un casino. E questo è uno sfogo a caldo, appena rientrata dal cinema.
Ma.
Premettendo che, vi giuro, per quanto io veneri l'originale, il film che volevo vedere stasera non era la fotocopia dell'originale. Non mi interessa fare il paragone.
Quello che volevo vedere era solo un bel film. O, quanto meno, un film dignitoso.
Quello che ho visto non lo è.
Ho visto un film in cui un terzo delle "battute" è "cacca pipì". Roba che al cinema mi vergognavo per lo sceneggiatore, altro che ridere.
Ho visto un film in cui i personaggi non hanno un briciolo di coerenza nella caratterizzazione (parlo di te, Erin).
Ho visto una commediola sciocca costruita a misura di imbecille (della serie "ripetiamo tre o quattro volte le cose così anche lo spettatore più idiota le capisce), infarcita di cose già viste e straviste (il salvataggio finale di Abbie, tanto per dirne una).
Ho visto un film senza EPICA. Dove i palazzi distrutti tornano magicamente interi alla fine, tanto per fare un esempio, mica che turbiamo qualcuno con questi fantasmi cattivoni. Un film dove non c'è mai un vero senso di pericolo. QUESTA è la differenza tra l'originale e il reboot: Ghostbusters di una volta era un urban fantasy ironico, questo è una commedia che non fa ridere (come si dice più o meno anche qui).

Ho visto, soprattutto, un film che NON VOGLIO mi rappresenti come donna. Oh, sì. Perché non me ne frega niente se a salvare New York (da una minaccia ridicola, perpetrata da un cattivo insulso) sono quattro ragazze: se tre su quattro di loro si comportano per lo più da decerebrate, allora no, non state facendo un favore alle ragazze e alle donne che amano l'azione, il fantasy, la fantascienza, l'horror. Se il modo in cui riuscite ad affrontare il tema "donne e azione" è mettere in ridicolo gli stereotipi femminili (Erin che si comporta come una quindicenne cretina perché vede un bel ragazzo? Certo, un bel sospirone davanti a Thor lo farebbe chiunque, ma poi, cara, raccogli le mutande da terra e un po' di dignità, santo cielo!), non saranno le (insistite e dopo un po' anche CHEPPALLE) battute sul tema "le donne non possono acchiappare fantasmi? Ve la facciamo vedere" a dimostrare quanto siete per la parità.
E questo, specifico, non cambia il pensiero che avevo espresso in questo post. Io le VOGLIO le donne toste nei film fantasy/horror ecc, e non voglio un'industria culturale che pensa che io debba solo guardare film romantici.

Di tutto il film si salvano, IMHO:
- Holtzman, la bionda ingegnera che è stata l'unico, l'UNICO personaggio a dare un minimo di epicità nella battaglia finale (sì, quando lecca la pistola: a lei credo, se vuole fare il culo ai fantasmi), l'unico personaggio con un briciolo di personalità, l'unico personaggio davvero simpatico.
- un paio di idee carine negli aggeggi scientifici e qualche strizzata d'occhio azzeccata (per esempio quella alla sede originale)
- ...
Non mi viene in mente altro.

...

Fino a quanto detto sopra, si tratta del post scritto ieri sera a caldo appena uscita dal cinema. Magari un po' sbollirò con il tempo. Magari, ed è il dubbio atroce che circola da ieri leggendo invece i pareri di chi ha guardato il film in inglese, parte della colpa sarà di un adattamento che ha devastato i dialoghi originali: non lo posso ancora sapere, ma attendo il parere di persone fidate che presto lo vedranno in inglese. Certo è che, se così fosse: 1- ci sarebbe doppiamente da incazzarsi, e 2- questo non cambia la presenza di un antagonista insulso, di scene prevedibili o sciocche, di espedienti come i palazzi tornati magicamente interi (quanto mi sono rimasti sul gozzo, accidenti) che annullano tutta la serietà di un'opera di genere fantastico (capite perché la prendo sul personale). Perfino i cameo degli attori originali funzionano sì-e-no; funziona l'apparizione, ma, per esempio, l'unico che ha una parte un filo più lunga, Bill Murray, viene buttato in mezzo e ri-buttato fuori un po' ad cazzum, senza minimamente sfruttare la potenzialità del tipo di personaggio che interpreta: non è un elemento della storia, è solo una mestolata d'acqua schiaffata nel brodo per allungarlo.

Ma se devo pensare alle donne nel fantastico, per favore, la prossima volta ridatemi Ellen Ripley. Datemi Furiosa, accidenti. Datemi un film come Babadook, che sì dimostra quanto le donne sappiano scrivere horror o fantastico in genere. Datemi un film dove le donne protagoniste si facciano rispettare davvero.

martedì 26 luglio 2016

Adulthood is an (overrated) myth


Qualche giorno fa mi è capitata sotto gli occhi su Facebook la figura rosa che vedete qui accanto. Immaginate musichetta d'atmosfera, sguardo che si solleva verso sinistra (stile JD di Scrubs, per intenderci), e viale delle rimembranze...

Quand'ero piccola, avere trent'anni significava essere inevitabilmente adulti e sistemati: casa lavoro moglie/marito e probabilmente anche figli. Superati i diciotto, si è verificato uno strano fenomeno: la linea del tempo, che fino a quel momento mi pareva in salita - un'ascesa verso il futuro - si inclinò e cominciò a puntare verso il basso - una vertiginosa discesa inarrestabile verso l'età adulta. Una strada costellata di "dovrei" e aspettative prefissate: dovrei comportarmi da adulta, dovrei avere un lavoro, dovrei avere un'aria più seria, ecco, guarda quella mia ex compagna di liceo, e quell'altra, e quell'altra, in tailleur e con passeggino...
E io, invece, a comprare magliette strambe e dipingermi le unghie di nero. A dichiarare figli no grazie, so a malapena badare a me stessa, figuriamoci a un esserino che sbava. E più i venti si avvicinavano ai trenta, più mi accorgevo che... be', a me continuavano a piacere le magliette strambe e i concerti metal e figli no grazie ecc ecc.
"Ma poi cambierai", mi dicevano. "Guarda che poi è troppo tardi", minacciavano.
E io lavoricchiavo da precaria, passavo le giornate a scrivere, non sapevo cucinare. Gli adulti erano altri, mia madre, mio padre, quella santa donna della mia ex suocera... i coetanei che avevano messo la testa posto e non ricevevano occhiate perplesse da chi diceva invece a me "certo che sei strana".

Poi la vita "mi ha messo nelle condizioni di/ho scelto di" ribaltare tutto quanto. Nuova esistenza, prima con la mia sorellona elettiva come coinquilina, poi da sola. A pensare in prima persona a pagare l'affitto e cercare lavoro e capire che un posto a caso da commessa non me l'avrebbe dato nessuno perché ero già "vecchia", e quindi tanto valeva investire nel "giro largo" e tentare la follia di costruirmi il lavoro che volevo io. Tutto questo... vestendo magliette strane e dipingendomi le unghie di nero e facendo nottata sveglia a scrivere ecc ecc.
Skip forward: mi scopro adulta. Non solo anagraficamente, ma anche perché, in fondo, lavoro, pago le tasse, decido io a che ora mangiare o dormire o come vestirmi, insomma, tutto quanto il pacchetto.
Solo che non mi sento adulta più di quanto mi ci sentissi prima.
Perché vestiti, unghie eccetera sono sempre quelli, anzi, adesso mescolo magari tre colori di smalto diversi e la gente mi guarda perplessa uguale. Non ho un tailleur elegante, o forse uno sì perché me l'ha regalato mia madre ma non l'ho mai messo in vita mia, "figli no grazie" eccetera, non sembro una trentaquattrenne come quelli che vedevo vent'anni fa.
Però mi diverto, accidenti.
Un po' saranno le scelte che ho fatto, completamente e radicalmente diverse dal quadretto che i genitori pensavano per la generazione nata negli anni Settanta o Ottanta. Un po' lo spirito che sempre più mi scopro - il tempo è poco, quel che c'è va goduto, per riassumere: la vita vera è fatta dei momenti che ti emozionano, non dei giorni in cui lavoro dodici ore di fila - e l'orrore che mi ha sempre fatto l'idea che a un certo punto qualcosa nel mio cervello saltasse e mi ritrovassi a essere "seria e seriosa", a parlare solo di parrucchiere e di quello che "sta bene" o meno fare. Un po', e facciamocelo questo bagno di umiltà... So che non è una sensazione solo mia: praticamente chiunque conosca non "si sente" adulto.
Ed è allora che capisci che l'"adultosità" che ti avevano sbandierato quando eri piccola è solo una facciata.
Che nessuno è "adulto" nel senso di sapere sempre cosa fare, essere sempre sicuro, avere solo certezze e programmi da cui non si scappa. Che il margine di scelta è più ampio di quel che il mondo là fuori cerca di svenderti, e che non conta avere trenta o quarantanni o cinquanta, lavorare e avere una casa o una famiglia: puoi essere un metallaro che si porta le figliolette ai concerti, puoi farti una famiglia che non corrisponde per niente agli stereotipi tradizionali, puoi alzarti alle otto o alle sette o alle sei per lavorare... ed essere ancora giovane, per sempre. Chissenefrega degli acciacchi e dei capelli grigi: serietà e follia possono convivere. Impegno e divertimento. Saggezza e capacità di stupirsi.
Posso essere anagraficamente "adulta" e ritrovarmi, domenica sera, ad ammirare uno spettacolo di fuochi artificiali a occhi sgranati, sorridendo e saltando come una bimba, per esempio. POSSO. E potete, può chiunque. Perché diciamolo, chissenefrega se non siamo "come i nostri genitori". Non è un obbligo. Quella vita che quand'eravamo piccoli ci mostravano come inevitabile non è l'unica, e siamo noi a dover rivendicare qualsiasi vita desideriamo. Con famiglia o meno, con un marito o tre compagni allo stesso tempo, con un lavoro in ufficio o a farsi i propri orari in una comune hippie, con i vestiti eleganti o i jeans stracciati, in chiesa o sotto le stelle a ballare intorno a un falò... Va tutto bene, se è quello che volete davvero. E come detto lo so che è così per tanti altri, non sono certo l'unica. Ma là fuori i libri e i film ci mostrano sempre le stesse cose, la stessa sequenza, la stessa immagine genericoborghese, obiettivi sempre uguali. E allora forse è il caso di smetterla di vergognarsi, quando diciamo "non mi sento adulto" nel senso che vuole il mondo là fuori, e proclamarlo invece con orgoglio. E scrivere storie con personaggi folli come noi. E raccontarle, le nostre esperienze diverse.
Non importa chi si è, se abbiamo scelto noi di esserlo.

E poi, proprio mentre sto scrivendo questo post, la distrazionecazzeggio che porta a girolare sui social mi mette sotto gli occhi quest'altra immagine, condivisa da Alessia Savi, uno dei miei contatti su Facebook, con una domanda semplicissima:
è questa la vita che sognavi?

La risposta è altrettanto semplice: no.
Perché la realtà è più grande dei sogni.

Nella vita non c'è un lieto fine: è una cosa che va accettata. Ma questo non significa che tutto sia destinato ad andare male; semplicemente, un lieto fine è comunque una fine, mentre la vita è movimento, ciclo, cambiamento. Io che ho un rapporto conflittuale con il concetto di "futuro" e mi sto educando a fatica a lasciarlo da parte, a vivere solo un giorno per volta anziché rovinarmi il dolce di oggi pensando ai "chissà" di domani, scopro la bellezza di essere parte di quel fluire ciclico di stagioni e di cambiamenti che non devono essere per forza "negativi" o "spaventosi". Ho imparato sulla mia pelle che distruggere è necessario per ricostruirsi migliori. Ho imparato, come detto, che quei sogni che vengono insegnati alle bambine - quei passi preordinati e prevedibili che ci vengono svenduti come "ideali" anche nei film e nei libri, studio-lavoro-matrimonio-figli - non sono "obbligatori". Non sono nemmeno sbagliati, se è quello che uno desidera, voglio che sia chiaro: questo post non è una critica a chi nella "vita tradizionale" ci si trova bene. Quello che voglio dire è solo che la vita è... più grande. Con molte, moltissime possibilità in più tra cui scegliere, tra cui svolazzare, da assaggiare e da mescolare. Ognuno deve scegliere ciò che preferisce - ognuno può scegliere quello che preferisce, anche se spesso il mondo fa di tutto per dirci che non è così. E, qualsiasi sia il vostro sogno, il percorso per raggiungerlo spesso si fa imprevedibile, inaspettato, inimmaginabile finché non lo si vive. Come, d'altronde, qualsiasi altro aspetto della vita.
Per questo dico che qualsiasi siano i grandi sogni che coltivo e coltiverò, la realtà è più grande. Li calpesterà, li frantumerà, li rimetterà insieme come un mosaico giocando con i loro colori e ne tirerà fuori qualcosa di diverso, colmo di una bellezza ferita ma con il fascino di un guerriero pieno di cicatrici. Come un medico che ci costringe a bere una medicina amara, la vita guarisce le aspettative e le pretese, le presunzioni e gli assoluti... Sta poi a noi restarcene a letto, a lamentarsi e nascondere la testa sotto il cuscino, o alzarci, affrontare il sole e l'aria aperta e vivere. Zoppicanti, con qualche capello grigio, ma sorridenti comunque. Anche se non riusciamo a ottenere certe cose. Anche se altre ci feriscono. Dobbiamo essere come edere, avvilupparci intorno a ogni possibile sostegno e puntare verso il sole: magari cresciamo storti, magari seguiamo un percorso inaspettato, magari ci allunghiamo sviluppandoci in un angolo più nascosto di quello che avremmo pensato... ma cresciamo.

E così io non avrei mai immaginato di lasciare Biella, quand'ero piccola, ma è quello che ho fatto. Non avrei mai immaginato di sposarmi, perché "ugh, no", e invece l'ho fatto. E quando l'ho fatto non avrei mai immaginato di divorziare, e invece MENO MALE che l'ho fatto... Dieci anni fa non avrei immaginato di fare il lavoro che faccio ora, di scegliere di essere free lance invece della sicurezza del "posto fisso", di fare incantesimi, di scrivere quello che scrivo adesso, di scoprire a trent'anni suonati che l'Amore con la A maiuscola non è per niente come avevo pensato che fosse, è molto di più, e accidenti le storie d'amore vere sono meglio di quelle dei romanzi. Non avrei mai immaginato di vivere dove vivo ora... non avrei mai immaginato il 90% di quello che vivo ora, insomma.
E non ne avrei mai immaginato la bellezza, ferita e magica.

P.S. Il titolo del post è ispirato al libro Adulthood is a myth, tradotto in italiano con un meno raffinato Crescere, che palle, della bravissima Sarah Andersen.
Vi invito anche a guardare questo interessantissimo video sulla differenza nella percezione dell'età negli Stati Uniti e in Italia: Tia Taylor è praticamente l'unica youtuber che seguo con regolarità e nel suo canale troverete un sacco di altri video curiosi, utili e divertenti.

martedì 19 luglio 2016

Le cose che i miei mici mi insegnano


Quelle che vedete qui di fianco, e che da qualche parte ho già postato in passato, sono le "regole del gatto", delizioso souvenir di un viaggio ad Amsterdam (non fate quella faccia, non tutto quello che vendono là è illegale). Adoro appendere roba in casa, dai poster alle foto, dai pannelli di sughero stracolmi di ricordi alle fate, dai "motivational" agli amuleti, quindi innamorarsi di questo elenco e portarmelo a casa è stato praticamente inevitabile. Le "regole del gatto" troneggiano oggi nella mia cucina, reminder di principi sempre validi, con quel Know that I am loved finale che è diventato per me un mantra nei momenti difficili.

In casa, però, ho anche due gatti in carne e pelo (si sa che non hanno ossa, altrimenti non si spiega come potrebbero infilarsi in certi pertugi, contorcersi in certe posizioni e cadere senza farsi male). Pampe (o meglio, il Pampe) e Mircalla sono due fratellini di poco più di un anno. Recuperati insieme ad altre tre sorelline in uno scatolone dove qualche figlio di puttana li ha abbandonati poco dopo la nascita, sono stati trovati da un'amabile signora gattara e curati da una veterinaria straordinaria. Erano malati, e purtroppo una di loro non ce l'ha fatta. Gli altri, però, sono stati tutti adottati.
La mia famiglia ha una lunga tradizione di gatti bianchi e neri (un giorno ve ne parlerò meglio). Il piccolo Pampe, ai tempi ancora senza nome, pur magrolino e instabile sulle zampe, mostrava già il suo carattere buonissimo, sommergendo di fusa chiunque gli si avvicinasse. La veterinaria che gli ha salvato la vita è una delle persone a cui voglio più bene e, sapendo che non avrei resistito, me ne ha parlato... A questo, sommate la presenza di una piccola peste nera esagitata e ansiosa di mordere tutto, con la quale ho visto il Pampe per la prima volta, perché "se li separi piangono e allora te li ho portati tutti e due". La conclusione è ovvia: sono diventati entrambi i padroni di casa mia.

Erano anni che non convivevo con delle mini-belve, dai tempi della mia separazione. Coccolare tutti i gatti in cui mi imbattevo a casa di amici aiutava a colmare la mancanza, ma solo viverci insieme fa davvero comprendere questi straordinari animali - o almeno comprenderli in parte, perché chi lo sa, poi, che cosa vedono quando contemplano placidi il mondo, con la loro tranquilla bellezza e la loro serenità. Chi accoglie un gatto per la prima volta si accorge presto, per esempio, che ognuno ha la sua personalità, diversa da quella di qualsiasi altro; che ognuno ha la sua voce e il suo modo di farsi capire; che ognuno ha gusti e preferenze e sa come dirteli in modo inequivocabile. E se ci vivete insieme abbastanza a lungo e siete disposti ad accettare la verità, ovvero che sono creature superiori che generosamente adottano gli umani che gradiscono, potreste anche imparare qualcosa che vi stupirà.
Mircalla. Fan dei Moonspell e di tutti
i film e telefilm che parlano di streghe. Se le tagliate
le unghie ricrescono a velocità luce. Chissà perché. 
In questo momento in cui ho voglia di colori e di luce, di calma interiore e di creare, ecco le cose più importanti che mi hanno insegnato le due piccole belve di casa.

- La vita è più bella con le coccole
Io sono sempre stata un tipo fisico: da piccola ero la coccolona di casa. Se ti voglio bene ti abbraccio. Se ti amo, vi lascio immaginare. Se ti vedo triste, ti prendo la mano. Ho sempre creduto che per essere felici ci voglia una quantità minima di abbracci al giorno (qualcuno dice quattro, qualcuno otto, qualcuno altre cifre: per me più sono meglio è). Capisco e rispetto le persone che non concedono il contatto facilmente, non capisco ma rispetto le persone che non amano scambiare coccole e baci con la persona amata... ma io seguo l'eccelso esempio di Pampe e Mircalla, che si farebbero coccolare tutto il giorno, e mi godo il contatto umano. Che siano baci d'amore o abbracci d'amicizia, per me sono un tocco magico che migliora subito l'umore. Sono cioccolata per l'anima.

- Stiracchiati tutte le volte che vuoi: la gioia di goderti le piccole cose ti rende bello
Come tutti i gatti, il Pampe e Mircalla si esibiscono in stiracchiate degne di un contorsionista. Per i fatti loro, quando camminano per casa e decidono di allungarsi un po', oppure se vado ad accarezzarli mentre se la dormono, e allora si rotolano, si rigirano, si stirano. Insomma, fanno tutto quello che ci dicono di non fare in pubblico, perché non sta bene: non ti immagini un banchiere e giacca e cravatta o una raffinata signorina in tailleur che allungano le braccia al cielo con un sorrisone. Be', lasciatemelo dire: stiracchiarsi e godersela sono un altro ottimo modo per migliorare l'umore. Si tratta di un piccolo piacere da pochi secondi, certo, ma dopo non vi ritrovate subito con un sorriso sulle labbra? Sono anche le piccole cose come queste che ci scrollano di dosso la gabbia in cui il mondo là fuori cerca di rinchiuderci e ci fanno riappropriare del nostro tempo, del nostro benessere.

Un piccolo Pampe pochi mesi dopo il suo arrivo
- Non sottovalutare l'importanza di dormire
Si sa, tutti i gatti ronfano per ore e ore, facendosi invidiare da chiunque debba alzarsi presto al mattino, e anche da chiunque non abbia orari fissi, come me, ma senta comunque di non avere abbastanza ore nella giornata per fare tutto. Eppure, ultimamente mi sono capitate alcune felici giornate in cui ho potuto dormire senza mettere la sveglia: risultato, il mio corpo mi ha richiamato alla vita dopo dieci o undici ore. L'energia che ho avuto in quelle giornate, la felice assenza del sonno cronico e incombente contro cui devo lottare normalmente, mi ha ricordato quanto siano saggi, i gatti. E quando sia importante, per me che sono freelance e tendo sempre a sommergermi di lavoro, dire no, qualche volta, e tenermi un po' di tempo per dormire, per rilassarmi, per fare quello che amo. Per vivere, insomma.

- Quando rivedi le persone che ami, dimostragli quanto sei felice
Il Pampe ama ronfare sul letto, per esempio. Ma anche su un sacco di altre superfici. Ovunque sia, però, se mi avvicino apre gli occhi e ancora prima che lo sfiori parte con le fusa, ribaltandosi come nella foto che vede più in basso. Non potete immaginare l'amore che esprime quando lo tengo in braccio e - sempre con il trattorino di fusa in sottofondo - mi guarda felice. Lo stesso vale per quando mi sveglio al mattino e lui e Mircalla vengono a strusciarsi contro di me, o per quando torno a casa e me li trovo vicino alla porta. Poso la borsa su una sedia e Mircalla è salita sul tavolo, pronta a strusciare il muso contro il mio naso, miagolando con il suo chiacchiericcio da piccione come se volesse raccontarmi la sua giornata o mi rimproverasse perché non sono stata a coccolarli per un po'. Ecco, quando rivedete qualcuno che amate, dategli uno di quegli abbracci di cui parlavamo. Mostrategli quanto siete felice di rivederli. Fa bene a voi e a loro.

E, infine, forse la regola più importante di tutte:
"Lo so, sono bella"
- Certe cose sono come sono e non si possono cambiare. Ma si può essere felici lo stesso
Questo, in particolare, è un prezioso insegnamento del mio adorato Pampe. Un insegnamento di cui avverto particolarmente il valore, da scribacchina fantasy in un Paese a cui del fantasy non frega niente, e in cui i lettori non ci sono e quando ci sono per tre quarti leggono solo i romance che trovano in vetrina nelle librerie. Un insegnamento cui ripenso tutte le volte che qualcosa che non è in mio potere cambiare non va; tutte le volte che le cose non sono come vorrei... ma possono essere belle lo stesso.
Come vi ho raccontato, il Pampe, come le sue sorelle, ha avuto una febbre molto alta quando era nato da poco. Anche lui, come la piccola che non si è salvata, ha rischiato di morire ed è stato riacchiappato per il codino e guarito dalla veterinaria. Ma presto si è capito che la malattia non è stata senza conseguenze, o forse, chissà, il Pampe si porta dietro qualche problema genetico: fatto sta che è affetto da abiotrofia cerebellare. In pratica, non coordina bene i movimenti. Da piccolino era molto più evidente: ogni pochi passi cadeva. Crescendo, si è irrobustito ed è diventato un bel gatto con il pelo setoso: ora cammina molto meglio e il suo problema si vede da altre cose: quando corre per inseguire Mircalla, per esempio, tende a non proseguire in linea retta ma curva, e non è molto... felpato, sembra piuttosto un cavallino al galoppo dal rumore che fa! Soprattutto, a differenza di Mircalla, che come tutti i gatti si può "lanciare" e cadrà sempre in piedi, il Pampe metà delle volte non mantiene l'equilibrio: per questo non lo lascio mai cadere da grandi altezze, ma lo poso per terra. Inoltre, se ormai ha imparato a saltare giù dai mobili limitando i danni, non sa invece saltare su superfici più alte di un letto. Spesso lo si vede in piedi sulle zampe posteriori, con quelle anteriori puntate contro un mobile, a sbirciare il piano che non riesce a raggiungere.
Ma credete che questo lo fermi?
Se non può saltare sulle sedie o sul divano, be', metà salta e metà si arrampica con tenacia, e alla fine arriva. Se non può correre senza finire pancia a terra dopo un po', questo non gli impedisce comunque di rialzarsi, sfrecciare da una stanza all'altra e placcare Mircalla quando la raggiunge. Se non ha il perfetto "controllo di palla" del gatto medio, quando gioca con le sue palline - ogni tanto lo si vede tentare di colpirle con una zampina... mancandole per due o tre volte di fila, perché non riesce a indirizzare il movimento dove vuole - questo non gli impedisce di divertirsi lo stesso quando alla fine riesce a dare loro un bel colpo e può inseguirle trottando. E se non può proprio farcela, a saltare sul piano della cucina, perché è molto alto e il mobile è liscio... be', si sporge in piedi sulle zampe posteriore, guarda me e miagola! Così sa che lo prenderò in braccio (con immediate fusa da parte sua, ovviamente) e lo poserò io là dove vuole arrivare, per contemplare i piccioni dalla finestra.
Ci sono cose che non possiamo cambiare, ma questo non vuol dire che non possiamo impegnarci per fare del nostro meglio. Accettare l'aiuto di chi ci ama. E divertirci lo stesso.

Pampe. Anzi, il Pampe. Perché come lui
ce n'è sono uno. Universalmente eletto "gatto
più buono e affettuoso del millennio"

lunedì 11 luglio 2016

Anche i trickster mangiano fagioli

Dopo la morte del mitico Bud Spencer, protagonista di un sacco di film che mi hanno accompagnato dall'infanzia fino a oggi, mi è venuta voglia di rispolverare i miei preferiti, che non rivedevo da parecchio tempo. Ho quindi rivisto i due (grandiosi) Trinità, nonché qualche altra commedia della coppia Spencer & Hill.
Inutile ripetere quanto questi due attori e le loro sgangherate e ironiche avventure a base di fagioli e schiaffoni siano entrate nel cuore di ogni italiano, così come di milioni di persone all'estero; basti dire che non faccio eccezione, che ho rivisto i loro film decine di volte, che - last but not least, e non guasta - ho sempre avuto un debole per il biondo Terence dai fantastici occhi azzurri (onestamente, quanti attori più affascinanti di lui vanta, il nostro Paese?)

Solo che, man mano che mi scorrevano davanti agli occhi le scene di Lo chiamavano Trinità o Nati con la camicia, mi sono resa conto di qualcosa che, da ragazzina, sicuramente non avrei pensato.
Il personaggio incarnato da Terence Hill è il trickster.

Che cosa sia un trickster forse lo sapete già, ma nel caso non sia così, basterà dire che si tratta di una figura divina presente in molte mitologie, caratterizzata non da "malvagità", ma da quella che gli inglesi chiamerebbero "mischievousness": una malizia, un comportamento amorale che lo portano a combinare scherzi ai danni di uomini e/o dèi, a ingannare gli altri sia per proprio tornaconto sia per il semplice gusto per il caos. Tra i più famosi trickster posso citarvi Loki dalla mitologia nordica o Coyote in quella degli indiani. Mentitore, furbo, imbroglione che a volte viene a sua volta imbrogliato, il trickster è una forza imprevedibile, a volte amica a volte d'ostacolo, ambigua e che sfugge ai normali confini di "giusto" o "sbagliato".

Faccia da schiaffi... e da trickster
(foto da qui)
Ora, pensate alle classiche dinamiche Bud Spencer-Terence Hill nei film. Com'è ovvio, nonostante superficialmente i personaggi che interpretino possano cambiare (a volte ladri a volte poliziotti, a volte agenti segreti per caso a volte semplici piloti, meccanici o altro del genere, a volte fratelli o amici a volte sconosciuti che s'incontrano per caso), in realtà le loro "maschere" sono sempre le stesse: Bud è l'omone solitario, fondamentalmente buono ma burbero, non stupido ma destinato comunque a venire quasi sempre battuto, sul piano dell'astuzia, da Terence, che invece è lo scanzonato e allegro motore dell'avventura in cui coinvolge il compagno e che magari ruba il cuore di qualche fanciulla. Bud ha la forza bruta e incassa i colpi senza nemmeno accorgersene; Terence ha la velocità e qualche volta un cazzotto lo subisce eccome, anche se è tosto e sa sempre rialzarsi per ribaltare la situazione. Che cos'ha in comune con il trickster, allora?

Parecchio. Prima di tutto, il gusto per lo scherzo, per il caos, che si tratti di spargere confusione e avviare la rissa per un fine utilitaristico o di farlo semplicemente per vedere... be', non "bruciare il mondo", perché TerenceTrickster non è cattivo, ma magari per vedere qualcuno che corre a tuffarsi in acqua con il fondo dei pantaloni in fiamme. Pensate a quando, in Continuavano a chiamarlo Trinità, al saloon, TerenceTrickster dice a Bambino "ehi, quello laggiù ti ha guardato e si è messo a ridere". Non è vero, ovviamente... ma il trickster si godrà la rissa, un po' partecipando, un po' piazzandosi bello tranquillo in un angolo a guardarsi lo spettacolo del forzuto compagno che mena gli altri. O pensate a quando, in Pari & Dispari, TerenceTrickster coinvolge Bud in un'infinita serie di inganni e sventure per portare a termine la missione che gli è stata affidata (è un guardiamarina che deve fermare un giro di gioco d'azzardo).
Coyote, un trickster che amo (foto da qui)
Come detto, non si tratta sempre di raggiungere uno scopo: per esempio, in Chi trova un amico trova un tesoro il personaggio di Bud deve combattere con il figlio della regina della tribù che abita sull'isola sperduta in cui i due sono capitati (ovviamente per colpa di TerenceTrickster). Appena prima che inizi lo scontro rituale che permetterà ai due di essere accettati dalla tribù, TerenceTrickster va dal guerriero indigeno a dirgli "Omo grosso dice che tue sorelle essere molto bonozze". E quando quello si infuria ancora di più, il trickster provvede a informare "Bud" che il guerriero afferma "che lo spaccherà in due". Perché? Il combattimento si sarebbe tenuto comunque. Per quale motivo aizzare i due contendenti così... se non per il semplice gusto di farlo?

E come nella tradizione del trickster, anche se i film della coppia Spencer&Hill finiscono sempre bene per i "buoni" (i cattivi vengono puniti, gli innocenti premiati e/o salvati - pensate ai mormoni in Lo chiamavano Trinità, agli orfanelli in Pari & Dispari, alla tribù citata in Chi trova un amico trova un tesoro, ai frati e alla famigliola presenti in Continuavano a chiamarlo Trinità e così via) non è necessariamente così per i due protagonisti. Che sì, sconfiggono i cattivi, evitano l'arresto quando sono nei panni dei criminali anche loro... ma non riescono quasi mai a conquistare "il tesoro" di turno e ad arricchirsi: il loro destino è ripartire per un'altra avventura, non godersi la bella vita con "il malloppo" per cui hanno magari lottato per tutto il film. Il trickster, insomma, è spesso destinato a venire a sua volta beffato all'ultimo momento. Ma è il personaggio di Bud Spencer a prendersela; TerenceTrickster no. La delusione passa in fretta, è già tempo di spargere altro caos.