giovedì 20 giugno 2013

Kit di sopravvivenza per scribacchini - 6

In questo periodo c'è un essenziale elemento che entra a far parte del kit di sopravvivenza che sto tracciando nel tempo. Ma, in questo caso, si tratta di qualcosa che gli scribacchini condividono con chiunque, anche con chi non sente le voci nella testa, non va a letto alle quattro di notte perché "devo finire la scena" e non entra in lutto perché "devo uccidere un personaggio che adoro". Si tratta, ovviamente, del benedetto ventilatore!


O in alternativa, se ne avete la possibilità, l'aria condizionata. Nel mio caso, i venti euro spesi due anni fa per accaparrarmi questo magico apparecchietto in offerta ultra scontata sono stati un investimento che mi ha salvato la vita. In questo periodo, il ventilatore mi sta puntato contro quando sono alla scrivania e ondeggia avanti e indietro quando vado a letto, in modo da rinfrescarmi dalla testa ai piedi e consentirmi di dormire (una cosa di cui ho tanto, tanto, tanto bisogno in questo periodo). Oltre tutto, quell'acquisto è stato anche origine di un simbolico momento di autostima: preparavo casa nuova, ero separata da un paio di mesi, e me lo sono dovuta montare da sola. Una stupidaggine, forse, ma tra le istruzioni incomprensibili, tra che non mi era mai capitato di farlo, riuscirci è stato una piccola iniezione di fiducia. Per la serie puoi cavartela da sola, dearie.

Comunque, in questo periodo in cui il caldo allucinante toglie le forze e, insieme al sonno, rallenta i miei processi mentali a livello di velocità-bradipo, recuperare dal suo angolino il mio caro ventilatore non solo mi salva la vita, non solo mi mette di buon umore, ma mi consente anche di ristabilire un minimo di capacità di concentrarmi e lavorare sui testi con calma senza temere per le gigavespe/le zanzare-elicottero che, di giorno e di sera, entrerebbero in camera se tenessi la finestra aperta, provocandomi rispettivamente mezzo infarto e fuga precipitosa in un caso, somma irritazione e distrazione nell'altro.

Kit di sopravvivenza per scribacchini: parte unoparte dueparte treparte quattroparte cinque

mercoledì 19 giugno 2013

Tipicamente io

Ho un editing tra le mani, un racconto da scrivere che mi sta preoccupando parecchio, anche perché ho una deadline piuttosto stretta, un romanzo che devo concludere (presumibilmente quest'estate) per poi sistemarlo perché al momento è un amalgama incomprensibile. Ho svariati post arretrati da scrivere per questo blog. Ho una presentazione da preparare. E oltre a tutto questo ho svariate altre faccende di cui occuparmi che non riguardano la scrittura o attività a essa correlate.
Considerato tutto questo, cosa faccio io?

Metto su la colonna sonora di un altro romanzo da sistemare - collegato a un altro da scrivere ancora più avanti - e parto in viaggio mentale nostalgico sospirando su quei personaggi che non c'entrano un tubo con quello che dovrei fare.
Mi sento davvero geniale.


L'immagine viene da Facebook ma non trovo più il link d'origine, sorry!

martedì 18 giugno 2013

Cover a confronto: The sound of silence - Simon & Garfunkel e Nevermore

Oggi vi segnalo una cover piuttosto particolare: la versione che i Nevermore, band americana che ha come marchio di fabbrica la voce di Warrell Dane, hanno realizzato di un grande classico, The sound of silence di Simon & Garfunkel.
Vi devo avvisare: se amate l'originale, o anche solo se ce lo avete presente, la cover potrebbe sconvolgervi un bel po'. L'atmosfera è completamente diversa, i suoni pure: da un lato la dolcezza, la malinconia, dall'altro chitarre pesanti e un'interpretazione vocale che trasuda perfidia. La dimostrazione, a mio parere, di come si dovrebbero comporre le cover: non una semplice riproposizione, ma una totale rielaborazione, che crea un pezzo nuovo. Ascoltare per credere.

Come al solito vi chiedo: quale versione preferite? In questo caso, però, la distanza è così tanta che, per quanto mi riguarda, non posso che dire: mi piacciono entrambe, in modi diversi e per momenti diversi. Enjoy!



lunedì 17 giugno 2013

Nei prossimi giorni

Inizio la nuova settimana ciondolando dal sonno - aprire gli occhi alle sette al sabato senza nemmeno aver puntato la sveglia è una tra le cose più deprimenti che possano capitare. Forse avrò qualche giorno di tregua, ora, prima di rimettermi sotto con gli impegni; ho inviato la mia parte di editing, e a questo punto manca solo il rush finale, ovvero discutere di ultime eventuali correzioni*, quando arriverà il feedback dell'editor. Stasera programmo homemade pizza con MM (la Mitica Marina :-P ) e conseguente serata tra amiche (ovvero: chiacchiere, deliri, nonsense, pettegolezzi e quant'altro). In versione easy, domani devo fare un mucchio di cose e non posso restare a letto con hangover fino a mezzogiorno, come sarebbe cosa buona e giusta. Nei prossimi giorni staccherò un pochino dalla scrittura, in attesa delle ultime correzioni di cui sopra, perché non ho la testa per mettermi subito su M.: come dicevo l'altro giorno, preferisco recuperare energie e un briciolo, uno zinzino, una parvenza di sanità mentale, non riesco a mescolare due progetti "grossi", perciò prima finirò l'editing, poi passerò a quello. Mi dedicherò ad altre faccende, mi porterò avanti col blog, programmerò misfatti & avventure (avrò diversi week end mooolto intensi: se tutto va bene e la Dea vorrà, un impegno via l'altro fin quasi a fine luglio)** e mi immergerò in Friends (visto che ne avevo sempre e solo visto puntate sparse, me lo sto guardando dalla prima stagione. I love Chandler. Mi fa troppo ghignare).
E, oltre a tutto ciò, mi preparerò per...


... questo evento: Godbreaker al Lupo Rosso, la libreria specializzata in fantasy & Co di Paola Boni a Torino. La presentazione si terrà alle 16 questo sabato 22 giugno (qui tutti i dettagli): Luca Tarenzi parlerà del suo nuovo romanzo Godbreaker (se volete sapere cosa ne penso, cliccate qui). E lo farà con... me. Ovvero, per la prima volta non ricoprirò il ruolo di autrice, ma sarò la presentatrice. Comunque tranquilli, non sono per nulla in ansia, sono calma, rilassata, zen... *eh-ehm*.
Se siete in zona, fate un salto!

E se invece non potrete essere a Torino con noi, potete ascoltare Luca questa sera, alle 21, su http://www.improntadigitale.org, per i bravissimi ragazzi di Fantasy on air.

* qui ci vorrebbero i violini da film horror ("zing zing zing...")

** Elliott-dance mode: on.

venerdì 14 giugno 2013

I know the feeling...


Gli amici sono fortunati che, in questo periodo, non ho per nulla voglia di parlare di quello che scrivo. Né di quello che sto editando - sono soddisfatta, per lo più, ma è un lavoro che mi sta prosciugando. E mi aspetta ancora, presumo, il rush finale... - né del romanzo nuovo, M., cui mi dedicherò da luglio, per concluderlo. E riscriverlo/rivederlo/sistemarlo.
Il solo pensiero mi nausea.
Oh, capitano anche questi periodi.

Sarà che fra un po' comincerò a vedere i "dottorini calvi", se continua così. Cioè, brutti sogni, sonni agitati (non vi dico in che stato è ridotto il mio lettone al mattino. Quasi in disordine come dopo una notte di sesso), e io che apro gli occhi sempre prima che suoni la sveglia. Così di giorno mi ritrovo con le cornee in fiamme e avrei voglia solo di scappare in vacanza una settimana almeno. Inutile dire che, invece, la micro-mini vacanzina che speravo di fare sarà, probabilmente, rimandata. Di nuovo. Quindi non mi resta che sdraiarmi sul letto, in genere storta, o al contrario, e guardare il soffitto, senza nemmeno la consolazione di un chilo di Nutella perché no, niente dolci. Sono quei momenti in cui ti viene solo da piangere, hai il cuore stretto e non riesci proprio a piantarla. Il problema è che in genere sono momenti che mi capitano in PMS*, ma per quello mancano ancora un paio di settimane. Damn.
Ieri mi hanno chiesto se sono contenta di questi ultimi due anni (che sono nettamente contrapposti a tutti quelli precedenti). La mia risposta è . Non tornerei mai indietro e sono contenta di quello che ho fatto e sto facendo. Ciò non toglie che sono stanca, a volte. Che ogni conquista porta soddisfazioni, ma anche nuove sfide, e l'armatura a volte è pesante da portare, la spada è difficile da sollevare. Che vorrei estirpare cuore e cervello, a volte, per riposarmi un po'. Che vorrei mille cose, in effetti, puntualmente in contraddizione l'una con l'altra.

E dire che volevo scrivere un post allegro. Ispirato dall'immagine più sopra, già. Perché diciamolo, è sempre così, no?, quando ci si lancia a raccontare di trame, e personaggi, e problemi, e conflitti, e "poi quel cretino del Personaggio X ha detto..." La gente normale può reagire con sguardi d'ammirazione, o, più spesso, di estrema perplessità. Per la serie "allontaniamoci con cautela senza darle le spalle". Eh, è anche (non solo) per questo che sopportare/essere amici/amare uno scrittore è un lavoro duro. Non sai mai se lo scrittore in questione è davvero lì con te. E se lo vedi giù non sai come aiutarlo, perché in genere si tratta 1-di problemi di trama, e solo di rado un autore accetta consigli in tal senso - dipende dal carattere, da chi è che interviene ecc; 2- di sofferenza dovuta alla necessità di uccidere un personaggio amato, e se dite "be' ma allora non ucciderlo, sei tu che controlli tutto, no?" sappiate che il personaggio in questione non sarà l'unico a mordere la polvere quel giorno. Chi ha orecchie... 3- di preoccupazioni legate all'editoria e ai suoi meccanismi, nei confronti dei quali lo scrittore ha limitatissima possibilità d'intervento, e voi che volete consolarlo ancora meno.

Insomma, abbiate pazienza anche con me. Il "post allegro" non è uscito. Tranquilli, mi ritirerò nel mio angolino a ciondolare per il sonno, meditare sul lavoraccio infame che devo concludere, farmi seghe mentali su stupidaggini e cose impossibili, ascoltando per la trilionesima volta le stesse due o tre canzoni di fila.
Buon week end.

On air:
Paramore, Decode
                 Part II
What a shame, what a shame we all remain
Such fragile broken things
A beauty half betrayed,
Butterflies with punctured wings.
Still there are darkened places deep in my heart,
Where once was blazing light, now
There's a tiny spark

Oh glory, come and find me,
Oh glory
Come and find me dancing all alone,
To the sound of an enemy's song,
I'll be lost until you find me
Fighting on my own,
In a war that's already been won,
I'll be lost until you come and find me here
Oh glory

What a mess, what a mystery we've made
Of love and other simple things,
Learning to forgive,
Even when it wasn't our mistake.
I question every human
Who won't look in my eyes,
Scars left on my heart formed patterns in my mind...

Immagine da Pinterest. A proposito: queste sono le mie boards. Tranquille, mamme: niente p0rn. Quello lo riservo per il mio TumblR :-P

* Dai, non ci credo che avete davvero bisogno di una spiegazione. Come fate a sopravvivere se non sapete cos'è la PMS?**

** Insistete??!

giovedì 13 giugno 2013

Work(s) in progress?

Lunedì mi è capitato sotto gli occhi questo articolo dal blog Writeability. La domanda che l'autrice del post pone è semplice: riuscite a gestire più di un "work in progress" allo stesso tempo? Ovvero, a scrivere più romanzi/racconti nello stesso periodo?

Considerato l'editing che sta assorbendo tutte le mie energielamiaanimailmiosangueilmioottimismolamiaforzavitale in questo periodo, la mia prima, spontanea risposta è stata un terrorizzato OHMMIADDEANOPERCARITA'!

Dieci minuti dopo, riflettendoci, la mia risposta ponderata, composta e ben meditata è stata un tremante OHMMIADDEANOPERCARITA'!

Nell'articolo si paragona la capacità di gestire la scrittura di più storie con la lettura di più libri nello stesso momento. Se quest'ultima non mi pone normalmente alcun problema - basta vedere la mia libreria Anobii: ho sempre almeno due o tre testi in lettura, in genere un saggio/manuale di scrittura e uno o più romanzi, ma le combinazioni sono infinite - è molto più difficile che riesca a portare avanti più romanzi insieme, magari, che so, lavorando a uno nel week end e all'altro nel corso della settimana. Mi è capitato di scrivere un racconto, invece, mentre ero impegnata nella stesura di un romanzo, ma si trattava di un lavoro commissionato con una scadenza che ovviamente stavo per far passare, e di qualcosa di breve. Mi è capitato anche, di recente, di scrivere M. su notes, in treno e nei momenti lontani dal pc, ma, appunto, si è trattata di necessità: l'editing avviene ovviamente su file.

In generale, tuttavia, se mi concentro su un romanzo, tutti gli altri in lista d'attesa/abbozzati/interrotti per qualche motivo restano, appunto, in attesa. Considerate che soffro di elefantiasi letteraria, come Stephen King: difficile che scriva storie di meno di quattrocentomila parole*. Perciò, avendo a che fare con minimo due, ma più spesso tre o più, personaggi principali/molto importanti, svariate sottotrame, materiale random che spunta in modo del tutto spontaneo e imprevisto e idee improvvise che si innestano sul blob informe che sono le mie prime stesure - sììì, procedi libera come l'aria con una scaletta ridicola e approssimativa, brava. Poi ridi quando hai da sistemare tutto, cretina - il tutto mi assorbe abbastanza da impedirmi di accollarmi anche un altro romanzo, raddoppiando un lavoro che è già disumano. Normalmente, se inizio un romanzo lo concludo; il che presuppone che ogni altra idea per nuove storie, o quelle già abbozzate, finisca rapidamente appuntata e messa da parte per il futuro. In un caso ho interrotto un romanzo - che ancora attende la sua conclusione: è il prossimo in lista per essere terminato, ma andrà riscritto per via di numerose modifiche. E, appunto, l'ho interrotto per problemi interni alla storia, che forse ho risolto rimuginandoci negli ultimi mesi, e posto in stand by, non ci sto lavorando insieme ad altro. Mi ritengo normalmente multitasking, ma non su questo; anche se scrivo una storia per volta, però, ovviamente le idee e le riflessioni nei momenti liberi spaziano molto di più, ed ecco perché la lista delle storie da iniziare è sempre nutrita. E voi?

*Parole. Io ragiono a parole. Qualcuno di cui non farò il nome ma soltanto il cognome*** - Tarenzi :-P - quando discutiamo di pagine scritte/da scrivere mi parla invece di battute. Ne risultano dialoghi tipo "Ho scritto diecimila battute!" - "Accidenti! Ah, no, aspe', quante parole sono?" e così via. Tornerò sulla faccenda.**

** Tanto, parole o battute che siano, sono numeri. Ergo, io non sono capace di averci a che fare. Ri-ergo, mai che riesca a prevedere prima quanto più o meno un romanzo potrebbe venir lungo, o quanto una storia di quattrocentomila parole risulti in termine di pagine stampate.

*** Ricordate chi pronunciava questo tormentone in tv? :-P

mercoledì 12 giugno 2013

Paramore - 10 giugno 2013, Ippodromo del Galoppo - Milano

Gradito ritorno in Italia per i Paramore, reduci dal quarto disco, self titled, e da un periodo travagliato dovuto all'abbandono di due dei membri storici, Josh e Zac Farro (chitarra e batteria), dopo il successo di Brand new eyes. Il gruppo è andato avanti, con la frontgirl Hayley Williams, la cui voce, l'energia e il look con chioma rossa sono il marchio di fabbrica della band, il bassista Jeremy Davis, simpaticissimo animale da palco, e il chitarrista ritmico Taylor York.

Dopo una mezzoretta di band di supporto, i Dutch Uncles, che non mi hanno particolarmente impressionato, il cielo estivo comincia a farsi scuro. Tempo perfetto: non fa caldo, ma si può stare tranquillamente in maglietta, e non ci sono zanzare a rompere le scatole.
L'inizio dello show è atipico: non botti e opener travolgente, ma Interlude: Moving on, che ha quasi un sapore programmatico, considerati i cambiamenti recenti della band e certi accenni di Hayley alla fedeltà dei fan che li supportano e consentono loro di fare la musica che vogliono. Subito dopo, spazio a luci, corse e cori, con un mix di pezzi vecchi e nuovi. Da For a pessimist, I'm pretty optimistic alla famosa Decode, dal nuovo singolo Now (qui il videoclip) alla ballad The only exception, dalla canzone che apre il nuovo album, Fast in my car, all'altro singolo (molto più easy rispetto a Now, ma con un buon tiro live) Still into you (video anche qui), dall'irrinunciabile Ignorance a Whoa, fatta apposta per far cantare il pubblico. Nell'audience abbondano i teenager, con conseguente folla di genitori in attesa di recuperare i pargoli, all'uscita, una massa di persone vecchie - vecchie negli sguardi, non all'anagrafe - che mi ha fatto un po' rabbrividire. Evviva i genitori che lasciano andare i figli ai concerti, non fraintendetemi; quello che mi ha lasciato perplessa erano gli sguardi seccati, la noia, gli sbuffi di alcuni - ribadisco, alcuni - di quei parenti. Avrei preferito vederli gioire con i figli che arrivavano pieni di luce negli occhi e con sorrisi grandi così. Un gruppetto di ragazzi dalle prime file vengono a un certo punto sono anche stati chiamati sul palco (abbracci, scene semi-isteriche e lacrimucce).
La festa coinvolge, insomma, e lo show è di quelli perfetti per sentirsi spensierati per un'oretta e mezza. Già, qualche canzone in più sarebbe stata gradita: una delle migliori, Brick by boring brick, arriva come brano di chiusura dopo che, come di consueto, la band ha finto di andarsene, ma subito dopo la fine dello show risulta quasi brusca. Almeno qualche altro pezzo da Brand new eyes ci sarebbe stato bene.
Dettagli, comunque. I Paramore, sul palco, mostrano di divertirsi, e se tutti gli occhi sono su Hayley che gestisce il gioco, è il bassista Jeremy a dare spettacolo con salti, adrenalina, sorrisi, saluti; e il pubblico risponde più che bene.

Qui le foto che ho scattato. Qui qualche video (qualità audio terrificante, lo so, ma sono presi con una macchinetta fotografica, abbiate pazienza!)

Un grazie speciale ad Alessandro Fusco e a Giulia per la compagnia, l'entusiasmo e il passaggio a casa! Qui vedete i video di Alessandro, molto migliori dei miei ^^''

A questo link potete trovare la setlist completa (evviva i siti che le pubblicano subito dopo gli show, salvandomi dai miei proverbiali buchi di memoria, ed evitandomi le un tempo abituali scene tipo "Dunque, hanno aperto con questa, ma poi cos'hanno fatto?... Questa o quest'altra? E cosa c'era subito prima di quest'altra ancora? Damn!").


martedì 11 giugno 2013

J.L. Witterick - My mother's secret

Assonnatissima reduce dal concerto dei Paramore di ieri sera (domani post, foto, video e quant'altro), oggi vi segnalo un altro libro letto di recente. In inglese, ma spero che possa arrivare anche da noi nei prossimi mesi, quindi, nel caso, ricordatevene.

La trama: quando i genitori si separano, Helena si trasferisce dalla Germania a un piccolo villaggio polacco insieme alla madre Franciszka e al fratello. La loro vita semplice ma serena cambia con l'invasione tedesca; sopravvivere è sempre più arduo e nel paese si diffondono il sospetto, la paura, la violenza. Helena è anche costretta a separarsi dall'amato Casmir, che deve raggiungere il padre malato in Germania: nonostante lui le chieda di seguirlo, lei non può abbandonare la madre. Soprattutto ora che la donna, Franciszka, nasconde due famiglie ebree e un soldato tedesco disertore, all'insaputa gli uni degli altri.
Helena e sua madre devono inventarsi di tutto per impedire che i vicini si accorgano della verità e racimolare abbastanza cibo per tutte, perfino invitare a cena il comandante nazista e passare per collaborazioniste...

My mother's secret è un libro breve, che si legge in fretta sia per lo stile semplice e immediato – quattro narratori in prima persona per cinque sezioni, con Helena, figlia della protagonista, che ricorre due volte, nella prima e nell'ultima parte – sia per il coinvolgimento che suscitano le vicende narrate. Oltre a quella di Helena e Franciszka, leggiamo di Borak, che, insieme alla moglie, la cognata e il figlio, fugge dal ghetto dopo aver perso il fratello, Dawid, e la figlia neonata; di Mikolaj, figlio di uno stimato dottore licenziato dall'ospedale dove operava; e di Vilhelm, giovane soldato, che non ha mai voluto uccidere nessuno e che si finge morto pur di non essere mandato in Russia e poter tornare, un giorno, dalla nonna che lo aspetta alla fattoria nel nord della Germania dov'è cresciuto, felice, nella natura.
Le voci dei quattro narratori compongono un quadro dove i dettagli si compongono in una rete di richiami (per esempio, il vestito che Helena usa al colloquio di lavoro è stato donato a sua madre dalla moglie di una delle famiglie che anni dopo aiuterà; il soldato che finge di non vedere Bronek in fuga dal ghetto è lo stesso che si nasconderà presso Franciszka, proprio come Bronek stesso; e così via). Nonostante lo stile sia forse fin troppo pacato – gli atti di violenza restano per lo più «dietro le quinte», i narratori non mostrano sentimenti di odio o rabbia nei confronti dei persecutori, quanto amore, dedizione, affetto, paura e desiderio di lottare senza perdere la speranza – la figura di Franciszka, vista attraverso gli occhi della figlia, che la prende a esempio, o di alcune delle persone che aiuta, emerge con forza per il coraggio, l'astuzia e la praticità, l'incrollabile spinta a compiere ciò che è giusto nonostante i pericoli. Tanto più che la storia è ispirata a fatti realmente accaduti e a una Franciszka e una Helena reali.

L'ambientazione è ben ricreata, attraverso dettagli vividi, così che è facile ritrovarsi immersi nella vita del piccolo villaggio di Sokal, respirarne l'aria, apprenderne le abitudini, quando si segue Helena che, prima della guerra, trova lavoro, la sua relazione con Casmir spesso lontano, il progressivo peggiorare delle condizioni degli ebrei. Il soldato tedesco Vilhelm, poi, che diserta per non essere inviato in Russia e desidera solo tornare alla semplice vita della sua fattoria, evita la facile schematizzazione che spesso riduce i tedeschi a un indistinto gruppo di «cattivi» capaci solo di efferatezze, e allo stesso tempo fa risaltare ancora di più l'altruismo della protagonista, che aiuta chiunque abbia bisogno senza distinzioni. Helena, la narratrice principale, è una giovane donna innamorata, una ragazza con dubbi, paure e fragilità molto umane, ma risoluta a seguire l'esempio della madre e fare la cosa giusta. Visti i temi non è scontato dirlo, ma, per fortuna, il libro non risulta eccessivamente retorico né melenso o melodrammatico.
Spesso è una frase fatta, ma in questo caso credo che sia vero: My mother's secret è una lettura che può piacere tanto ai ragazzi quanto gli adulti.

venerdì 7 giugno 2013

Writerland


Se volete venirmi a trovare, questa è la mappa.
No, non potete caricarla su navigatore. Nessuna voce guida che vi conduca sicuri attraverso Writerland: e se ci fosse occhio, potrebbe avere i toni depressi di Marvin della Guida spaziale per autostoppisti. Oppure sfottervi con feroce spietatezza. Insomma, le voci che "risiedono" in Writerland e nella testa dei suoi abitanti non sono raccomandabili.
Speravo di aver almeno abbandonato le Montagne della "Rabbia impotente" che vedete là in cima, invece, ogni tanto, ci faccio ancora un'escursione, anche se per motivi diversi. Casa mia sta là, a "Insecurity-ville", ma essendo una scribacchina, e quindi potendo girovagare con la scusa che "sto cercando l'ispirazione", mi capita spesso di camminare fino al fiume del "Piacere nelle piccole cose". Amo percorrerlo là dove l'acqua è bassa e le pietre affiorano, a piedi nudi, per rinfrescarmi.
Solo che, poi, non resisto e il viaggio continua. Di solito la mia intenzione è proseguire fino alla radura delle Aspirazioni Speranzose ma, non so come, mi ritrovo quasi sempre a nuotare tra le Onde della Depressione o nel Lago della Vergogna (in genere, quest'ultimo, quando rileggo e/o edito). Spesso mi tuffo anche nelle cascate del "Passo-Troppo-Tempo-Su-Internet".
La mappa poi continuerebbe. Ci sono alcuni angolini non segnati sulla mappa, ma che visito spesso: il Cimitero dei Personaggi Morti o Morituri, La Vallata dell'Eco (dove s'inseguono le Voci nella mia testa), il Burrone del Non-Ce-La-Farò-Mai. C'è anche una radura dove è possibile salire su una mongolfiera (Umore Alle Stelle, c'è dipinto sopra) e fare un giretto (sta giusto oltre la Foresta delle Illusioni di Grandezza). Più spesso, tuttavia, m'impantano nelle Paludi del Fa-Tutto-Schifo.
Per entrare in Writerland, dovete attraversare la Porta della Sopportazione, munirvi di tesserino da ospiti (sì, quello lì con su scritto "WARNING: tutto quello che farete o direte potrebbe finire in un libro") e leggere la guida con le istruzioni di sicurezza, diritti e doveri dei visitatori ("Lo scrittore ha diritto a lamentele illimitate, piagnucolii, crisi di nervi, abuso di sostanze di ogni tipo. L'ospite accetta tutti i rischi per la propria incolumità e s'impegna ad assecondare lo scrittore, dire la cosa giusta, non offendersi, offrire parole di conforto, spalle per piangere, tazze colme di caffè, quantità vergognose di cioccolato in tavoletta e/o crema spalmabile" è la più importante).
Se volete venire a trovarmi... a vostro rischio e pericolo. 

Immagine trovata qui, grazie alla condivisione dell'Ineffabile Socia Vale. La trovate anche su Pinterest.

giovedì 6 giugno 2013

Luca Tarenzi - Godbreaker - da oggi in libreria

Luca Tarenzi è un mio amico. Lo scrivo subito - e, d'altronde, non è la prima volta che mi capita di parlarne - perché così potete saltare la parte di "ecco i soliti amykettismi tra autori fantasy italiani che si segnalano a vicenda e bla bla bla". Vero, lo conosco, lo stimavo come autore prima di incontrarlo e lo stimo mille volte di più come persona adesso, perciò non rompetemi le scatole e se non vi va di leggere oltre, padronissimi. Di autori fantasy italiani, peraltro, ne conosco a bizzeffe e ne ho letti diversi, noti e meno noti, ma né amicizia né convenienza mi hanno mai spinto a consigliare pubblicamente romanzi che non consideravo ben riusciti. E questa "recensione" è una doverosa, meritatissima "segnalazione" che va al di là dei rapporti personali.

La pubblico oggi, data di uscita, perché io il romanzo l'ho letto quand'era ancora in formato file (sì, invidiatemi. E sono pure nei ringraziamenti finali, gné gné gné) e, quindi, sto scrivendo queste righe con un paio di mesi di anticipo. Aspettavo di leggerlo da tempo - le prime chiacchierate in cui Luca mi anticipava l'idea per questa storia risalgono a fine 2010 - perché sapevo che, in queste pagine, avrei trovato una storia più ricca, più ironica, più sfrenata rispetto a Quando il diavolo ti accarezza o Le due lune. L'universo di riferimento è lo stesso (tant'è che, come nel Diavolo comparivano per un cameo Ivan e Veronica delle Lune, qui compaiono Arioch e Lena).

La trama ufficiale: "Gli dei esistono. Camminano in mezzo a noi, vivono dentro e fuori la realtà di tutti i giorni, hanno macchine, uffici, soldi... Ma non tutti. Alcuni stanno morendo, travolti dalla perdita di tutti i loro seguaci; altri combattono una lotta spietata per tenersi il proprio posto nel mondo, usando tutti i loro poteri per conquistarsi l'agiatezza e agire in incognito. Ma un giorno uno di loro, Liathàn, si ritrova coinvolto in una sfida: un ragazzo, giovane e apparentemente potentissimo, è sulle sue tracce, e non si fermerà finché non sarà riuscito ad annientarlo. Chi è questo giovane? Edwin - questo è il nome del ragazzo - mostrerà di essere un nemico estremamente pericoloso, in cerca di una vendetta i cui motivi Liàthan ignora del tutto. Un anno esatto durerà la sfida, e se al termine Liàthan non sarà riuscito a fermare il suo avversario morirà, inesorabilmente e senza che niente possa impedirlo."

Per come sono fatta io, già solo l'inizio mi ha fatta andare in solluchero, con la sfida che ricorda quella di Gawain e il Cavaliere Verde, esplicitamente nominati. Se poi aggiungete un trio di divinità che, insieme, si bilanciano alla perfezione - Liàthan cazzaro e impulsivo, tanto che lo vedrei bene a sbronzarsi una sera al pub con uno dei miei personaggi che conoscerete fra un po', Naire taciturno e serio, e il mio preferito in assoluto, il vichingone Siaghal -, una mitologia solida e coerente, costruita grazie a una profonda conoscenza di folklore, leggende, religioni, l'unione di elementi della tradizione e creazioni originali, e la mescolanza di ironia e momenti drammatici, è solo ovvio che adori questo romanzo. Insomma, Luca mi cita anche la piota vagante (quella di Froud e Lee in Fate. Cioè, quanti si ricordano della piota vagante? Io, lui e altre dieci persone, probabilmente. E se volete scoprire di che si tratta, leggete il romanzo). I nerd si divertiranno a ritrovare le atmosfere e il gusto dei telefilm preferiti o dei romanzi cult (penso alla testa di Bran, che all'istante mi ha fatto venire in mente la Faccia di Boe, o alla spedizione contro il Bogeyman, disturbante e disgustoso, che ricorda un'altra missione simile e un altro mostro che terrorizza i bambini... lascio a voi il compito di riconoscere quale).
Io ho apprezzato in particolare la visionarietà di alcune scene - il confronto finale, sul quale ovviamente non svelerò nulla, o gli effetti della presenza del Re Fungo sulla Terra... quite creepy - e la varietà delle ambientazioni: Milano, Londra, Amsterdam, tutte e tre ricostruite con cura e vividezza, tutte e tre più ricche di quello che appare agli sguardi distratti di chi ci abita. E se all'inizio dei e semidei rubano la scena, progressivamente emerge la figura del tutto umana di Molly, prostituta del Red Light District di Amsterdam, fragile, impaurita, e tuttavia decisa a tenere testa alle divinità e a fare la cosa giusta nonostante i pericoli.
Insomma, è questo il fantasy che vorrei leggere più spesso in Italia. Con la forza e l'immaginazione di un Neil Gaiman. Con ironia e gusto dell'avventura, mi verrebbe da dire come in Hellboy, perché una buona storia deve prima di tutto appassionare, travolgere, non farti staccare dalle pagine. Con una storia d'amore che non sia banale, che sia intensa senza essere l'unico centro della storia.
Leggendo Godbreaker mi sono meravigliata, mi sono divertita, ho scoperto personaggi e vicende nuove, e allo stesso tempo ho avuto la rassicurante sensazione che tutto fosse esattamente come doveva essere e tutto fosse più ricco di quel che appariva in superficie. Cosa che capita, se ci pensate, con gli archetipi, con le fiabe, con i miti. Con tutte quelle storie, insomma, che sono sempre nuove anche quando sono vecchie di millenni, quelle storie che troviamo in mille varianti e allo stesso tempo hanno uno scheletro riconoscibile; storie così solide che non smettono mai di funzionare. Forse è così che bisognerebbe concepire il fantastico, e che il fantastico dovrebbe entrare nel nostro mondo e nei nostri romanzi, per raccontare quello che siamo e insieme quello che eravamo.

Sulla pagina Facebook del romanzo scoprite come vincere Lucca Comics.
La bellissima copertina è di Davide Nadalin. E poi, diciamolo: è figo anche il retro ^___^

mercoledì 5 giugno 2013

Videoclip: Alanis Morissette - Precious illusions

Questo mese vi propongo un videoclip... stavo per scrivere recente, poi ho controllato l'anno d'uscita e ho verificato che si tratta del 2002. Undici anni fa.
Quando dieci anni cominciano a sembrarti ieri, vuol dire che hai superato i tren... *coffo coff* i ventinove + 1. Mi importa tanto quanto, nel senso che so di essere più giovane (o tardoadolescenziale) io di tanti altri nati dopo di me, e considerato la voglia di fare che ho, e la voglia di divertirmi, posso davvero dire che il tempo non mi sfiora (questo è un discorso che torna spesso con i miei altri amici tardoadolescenziali, perciò perdonatemi se in questo periodo ce l'ho in mente).

Anyway, nel 2002 usciva Under rug swept di Alanis Morissette, un buon album, a mio parere, che contiene diversi pezzi graziosi. Le mie canzoni preferite? Sono due. La prima è 21 one things I want in a lover: che mi fa dire "prendete appunti, aspiranti amanti" (Do you have a big intellectual capacity but know that it alone does not equate to wisdom?/Do you see everything as an illusion but enjoy it even though you are not of it?/Are you both masculine and feminine, politically aware, and don't believe in capital punishment?/These are 21 things that I want in a lover/Not necessarily needs but qualities that I prefer.../I'm in no hurry; I could wait forever/I'm in no rush cause I like being solo/There are no worries and certainly no pressure/In the meantime I'll live like there's no tomorrow/Are you uninhibited in bed, more than three times a week, up for being experimental?) Parlando di uomini, potrei scrivere un'enciclopedia sui tipi di maschi che cercano di acchiapparti tramite internet (resto sconvolta dalla goffaggine di certa gente... a cui si può rispondere solo con un Seriously? Pensi che quello sia il modo di renderti interessante? Sono d'accordo che non si cerca il fidanzamento, ma solo magari di divertirsi una sera, e mi va benissimo, ma anche così, santo cielo... E il bello è che se li mandi a stendere questi super maschi pensano che sei tu che fai la difficile, non loro che sono rimasti a un livello evolutivo precedente. Buona fortuna ragazzi). Meglio però rimandare a un'altra volta e tornare in argomento.

La seconda canzone che voglio citarvi è quella del videoclip che vi presento, Precious illusions. Le immagini già rendono l'idea del tema affrontato nella canzone, di cui vi riporto parte del testo; e mi è sempre piaciuta l'idea di questo video "sdoppiato" tra realtà e illusione, quotidianità e ideale romantico, nonché il fatto che il testo non sia lamentoso, quanto, piuttosto, lo vedo come un risoluto inno alla grinta. Enjoy!

You'll rescue me right? In the exact same way they never did
I'll be happy right? When your healing powers kick in
You'll complete me right? Then my life can finally begin
I'll be worthy right? Only when you realize the gem I am?

But this won't work now the way it once did
And I won't keep it up even though I would love to
Once I know who I'm not then I'll know who I am
But I know I won't keep on playing the victim

These precious illusions in my head did not let me down
When I was defenseless
And parting with them is like parting with invisible best friends...

But this won't work as well as the way it once did
Cuz I want to decide between survival and bliss
And though I know who I'm not I still don't know who I am
But I know I won't keep on playing the victim...

martedì 4 giugno 2013

Alice in Deadland

Alice vive nella Deadland, in India, in una delle tante comunità di sopravvissuti che lottano ogni giorno contro il pericolo dei morti viventi. Quando Alice insegue uno strano zombie con delle orecchie da coniglio addosso, cade in un tunnel sotterraneo e scopre che le voci sono vere: gli zombie o Biters si nascondono in basi sotterranee, vecchi rifugi, fognature. Inseguita e in trappola, Alice si aspetta la morte o, peggio, la non-morte... ma gli zombie si fermano di fronte all'infantile disegno di una ragazza bionda come lei. E quando la portano dalla loro regina, Alice fa un'altra scoperta sorprendente: gli zombie comunicano con i loro ringhi e ululati e non sono affatto così incontrollabili. La loro regina, la dottoressa Protima, è sì una non-morta, ma grazie a un vaccino preso in extremis ha mantenuto la razionalità e la parola. La dottoressa crede in una profezia: Alice li guiderà e permetterà che uomini e zombie convivano pacificamente, oltre a mettere in salvo l'ultima fiala di vaccino e portarla in qualche laboratorio dove produrlo in serie e, chissà, trovare forse un antidoto.
I veri nemici sono i membri del Comitato Centrale, politici, banchieri, potenti del Vecchio Mondo, cinesi ma non solo, che hanno causato il diffondersi del virus che tramuta la gente in zombie e ora vogliono governare sulle rovine del mondo. Braccio armato del Comitato solo le Guardie Rosse, cinesi, e i mercenari dello Zeus, che cooptano giovani indiani per unire i vari insediamenti di sopravvissuti e inviare gente in campi di lavoro dove produrre cibo per la popolazione cinese. Dapprima Alice rifiuta la verità e fugge, ma quando l'insediamento governato da suo padre, ex funzionario americano, rifiuta di collaborare col Comitato e subisce un attacco massiccio, la ragazza guida i sopravvissuti nelle grotte della regina degli zombie. Inizia così la ribellione...

Eviterò di risolvere un post-recensione-opinione con il lapidario, fantozziano giudizio che mi è venuto in mente leggendo. Normalmente, inoltre, preferisco segnalarvi i libri che mi colpiscono positivamente, anziché demolire quelli che mi deludono. Ma mi è stato chiesto un parere, su questo Alice in Deadland, che è germinato in una serie, e già che dovevo scriverne...
Abbiamo di fronte l’ennesima contaminazione «Alice in Wonderland + qualcos’altro»; ultimamente i libri di Carroll vengono rispolverati piuttosto spesso, in un modo o nell'altro. L'idea di mescolare Alice con gli zombie avrebbe anche potuto risultare interessante, se fosse stata trattata in maniera meno risibile, ma la scrittura pessima, l'illogicità di molte scene, le idee grossolane e poco credibili e la ripetitività di fondo affondano il romanzo più in fretta dei missili e delle armi da fuoco dispiegati con abbondanza nel corso della vicenda.
Una volta verificato che gli zombie non sono così feroci e privi di umanità, infatti, il barlume d'interesse del romanzo si disperde in fretta, perché restano una lotta «umani buoni+zombie obbedienti contro i cattivi - anzi, Kattivi - cospiratori assetati di potere» di una banalità disarmante, infarcita di retorica da due soldi.
Il tipo di romanzo che potrebbe salvarsi solo con l’ironia, insomma, della quale, invece, ahimè, non c’è traccia, o quasi. La scrittura mediocre – a livello di ripetizioni e punteggiatura sballata, roba da scuola media – appiattisce anche le scene d’azione, progressivamente meno credibili, e non ci sono nemmeno dialoghi particolarmente brillanti. Siamo nei dintorni di un manuale su come non scrivere, o giù di lì: il punto di vista è ballerino, le descrizioni e il mostrato sono carenti, la protagonista è la solita predestinata «perché sì» (una profezia senza capo né coda, basata sul semplice fatto che la «Regina degli Zombie» trova una copia di Alice nel Paese delle Meraviglie... stupido anche solo a raccontarlo. Avesse trovato una copia del Kamasutra, sarebbe venuta fuori la versione porno di Warm Bodies?), una Mary Sue che tutti i buoni amano e tutti i cattivi odiano. Ci viene ricordato ogni tre per due che Alice è molto più abile a combattere rispetto alla sua età (tanto che un militare grosso il doppio di lei non riesce a farla fuori, già... d'altronde, sono i militari che nemmeno la perquisiscono quando la catturano), e che la vita nella «Deadland» consiste solo nel sopravvivere un altro giorno; e le ripetizioni di concetti già espressi infarciscono le pagine, sia quando si tratta di spiegare quello che il lettore ha già tranquillamente capito da solo perché lo ha appena visto succedere, sia quando si tratta di ribadire che «è difficile accettare che si possa convivere con gli zombie» o altro del genere: eliminando tutto l'inutile si potrebbe tranquillamente dimezzare il libro. L'unico lato "positivo" è che scrittura e storia sono talmente inconsistenti che il libro si legge in fretta, almeno.

Assodato che agli appassionati di zombie un libro del genere può risultare solo irritante, la domanda è: potrebbe piacere almeno ai quindicenni, coetanei della protagonista? Posso solo dire «spero di no», considerato che l'avventura è infarcita di stupidaggini, non c'è humour, non c'è atmosfera, e non c'è nemmeno il consueto romance sdolcinato.
Ecco, forse questo è l'unico lato positivo.

lunedì 3 giugno 2013

Dimmi cosa cerchi e ti dirò WHAT THE FUCK??? - 14

Lunedì mattina. Reduce da un week end semicomatoso (traduzione: ho dormito tutte le ore che non dormo durante la settimana) dal quale devo riprendermi rimettendomi in carreggiata (traduzione: riprendere le sane, buoni abitudini che ultimamente mi sto dimenticando troppo spesso). Almeno c'è il sole, mi vien da dire, nonostante il meteo già minacci il ritorno dei temporali.
Vabbe', facciamoci due risate con le chiavi di ricerca assurde di maggio. Chiavi con una prevalenza musicale, complici i recenti post sul concerto dei Rammstein e sul nuovo disco dei 30 Seconds To Mars. Abbiamo dubbi esistenziali come: rammstein vengono. capiti dal pubblico. Ora questo dilemma tormenta anche me. C'è anche chi, più prosaicamente, pensa alla carne, anziché alla mente: till lindemann nudo. Provvedo ad accontentare i/le fan più sotto. La band di Jared Leto, invece, mette in crisi per il titolo complicatissimo. Pare infatti che i 30 Seconds To Mars abbiano fatto uscire due dischi, di uno dei quali io non mi sono accorta, perché c'è chi cerca titoli brani love trufh fait 30stm. Vi prego. Notate il trufh. It made my day.

Till Lindemann con perfetta espressione "Bitch, please..."
Per il resto si va da momenti horror (ragni che ti fanno andare in coma. Se non è horror questo! Ho giusto un innocente ragnettino che sta ballonzolando lungo lo schermo) e interessi cultural-cinematografici (iron man esploso - eh? immagine di tutto il corpo di tony stark - approvo. Più che per le nudità di Lindemann, in effetti, che pure ha un suo non so che). Come tutti i mesi ho la mia quota di stalker che storpiano il nome Aislinn in tutti i modi possibili, stavolta però uno, più creativo, storpia il blog: aislinndrams blogspot. Sì, lo so, è un refuso, ma questo aislinndrams assume un suono così tedesco che mi fa sorridere. Grazie invece a chi ha digitato dimmi cosa cerchi e ti dirò what the fuck?, ovvero il nome di questa rubrichina senza pensieri. Sono abbastanza soddisfatta del titolo che avevo pescato oltre un anno fa ^^

E tutto il resto, ovviamente, sono perversioni e ricerche a sfondo porno-sessuale. A parte un inquietante "fammi harakiri", che mi sembra un po' troppo estremo, e un ambiguo oggetti che mettono di buonumore (sì, sono io che penso male, a inserire questa chiave innocente e quasi new age in questa categoria malandrina), noto un florilegio di tizi che cercano video incentrati su baby sitter. O meglio, su beby sitter. Vi risparmio le infinite varianti, così le innumerevoli declinazioni del concetto "membro maschile di notevoli dimensioni", perché sono gli evergreen che compaiono sempre (mi spiace, ma qui al massimo trovate l'esclamazione, niente porno). Mi resta oscuro un fuck nona, sperando che l'ignoto cercatore non intendesse nonna.
Domani sarà tempo di post più seri. Oggi fatevi due risate e buon lunedì!

sabato 1 giugno 2013

To Write List (sort of)

Primo giugno. No, nessuna To Write List vera e propria, perché l'obiettivo ora non è scrivere qualcosa di nuovo, quanto concludere lo stramalebenedettissimo editing del romanzo che ho per le mani ora. La sensazione è quella di strappar via la pelle per esporre lo scheletro, stile Terminator, e poi ricucire tutto. Più e più e più volte. E vorrei dire meno male, considerato che non avere editing sarebbe grave. Ma ciò non toglie che sia la faccenda più stressante che mi sia capitato di affrontare, da scribacchina. Sono abituata a strizzare, ribaltare, rivoltare le mie pagine, ma ora mi sembra di averle messe in centrifuga. Una volta finito, credo che di questo libro non vorrò più sentir parlare per almeno qualche settimana, per "decomprimere". Blimey, vorrei direttamente saltare a luglio.


Good for me I have plenty of projects beside that. Un libro che finirò in estate, M., per poi fare entro l'autunno una risistemazione/revisione/riscrittura, perché è davvero incasinato, al momento; e poi, be', avrò un po' di impegni, prevedo, ma anche un altro libro ancora da rivedere per conto mio prima del vero e proprio editing nel 2014, e qualcosa di nuovo da scrivere. E nel mezzo dei progetti a più mani che mi piacerebbe davvero tanto continuare, portare a termine, o iniziare - a seconda.
Ma prima sopravviviamo a questo giugno pazzesco e vediamo che succede.
Allons-y!*

*Si vede che ho concluso la quarta stagione di Doctor Who, uh?

On air:
Safetysuit, These times (perché mi fa pensare a quello che mi dice sempre una persona...)


... And I have this feeling in my gut now
And I don’t know what it is I’ll find
Does anybody ever feel like
You’re always one step behind

Now I’m sitting alone here in my bed
I’m waiting for an answer I don’t know that I’ll get
I cannot stand to look in the mirror, I’m failing
I’m telling you these times are hard
But they will

And I know there’s someone out there somewhere
Who has it much worse than I do
But I have a dream inside, a perfect life
I’d give anything just to work
It’s like I’m only trying to dig my way out
Of all these things I can’t

And I am sitting alone here in my bed
I’m waiting for an answer I don’t know that I’ll get
I cannot stand to look in the mirror, I’m failing
I’m telling you these times are hard
But they will pass
They will pass
They will pass
These times are hard
But they will

These times will try hard to define me
But I will hold my head up high

Sitting alone here in my bed
I’m waiting for an answer I don’t know that I’ll get
I cannot stand to look in the mirror, I’m failing
I’m telling you these times are hard
But they will pass

And I know there’s a reason
I just keep hoping it won’t be long ’til I see it
And maybe if we throw up our hands and believe it
I’m telling you these times are hard
But they will pass...

mercoledì 29 maggio 2013

L'incanto di cenere - Laura MacLem

La segnalazione è doverosa, quando pesco un romanzo italiano interessante. L'incanto di cenere è infatti il prodotto di una penna tutta italiana, nonostante il nome in copertina sia Laura MacLem, e il libro esce per Asengard, casa editrice di Vicenza da sempre attenta agli autori nostrani.
Si tratta di uno dei due romanzi che ho voluto accaparrarmi al Salone del Libro, per poterlo avere autografato dall'autrice; in attesa di godermi L'età sottile di Dimitri, next in line nella pila sul mio comodino non appena avrò sbrigato le letture in corso, ho "consumato" L'incanto di cenere in un paio di giorni.
Il romanzo infatti è breve e si può divorare in fretta, ma il gusto che lascia in bocca è duraturo: ed è il sapore della cenere.
Di questi tempi sono frequenti le riletture delle fiabe in chiave "alternativa": che si tratti di modernizzarle, di stravolgerle, di ribaltarle, di vivificarle tramite l'ironia, di rimescolarne gli archetipi per mostrarne l'attualità anche nel terzo millennio. L'operazione investe la letteratura, ma anche cinema e televisione dicono la loro in merito (tralasciamo le due recenti Biancaneve cinematografiche percaritàdelladdea, ma citiamo almeno Once upon a time, la serie di cui vi ho parlato spesso in questo blog). E, a questo punto, avrete intuito a quale fiaba L'incanto di cenere si ispira: Cenerentola.
Ma.
Ma questa volta il punto di vista è quello di Genevieve, la sorellastra maggiore.
Ma questa volta la diafana bellezza di Cenerentola ha un che di molto inquietante.
Ma questa volta i topini non sono affatto graziosi.
Ma questa volta la fata madrina non è una signora paciarotta, smemorata e gentile...

Non dirò altro sulla trama. Posso solo aggiungere che dovete aspettarvi qualcosa di molto più horror rispetto alla versione disneyana della fiaba con cui tutti siamo cresciuti; una scelta che personalmente apprezzo, considerato che i racconti originali, prima che i genitori moderni si convincessero che i bambini debbano crescere in una realtà zuccherosa color rosa confetto, sono parecchio crudeli. Lo stile è piuttosto buono e i numerosissimi riferimenti alla fiaba ispiratrice e al lungometraggio Disney sono inseriti con intelligenza, fino a comporre un quadro completo e armonico; solo a volte paiono superflui o rendono possibile anticipare ciò che accadrà grazie alla conoscenza dei modelli, e anzi, alcune soluzioni sono particolarmente brillanti. Io ho apprezzato in particolare la scena del ballo, anche più del confronto finale.
Insomma, se volete dare una chance al fantastico italiano, try this.

lunedì 27 maggio 2013

La meravigliosa fase dell'editing

Passo la vita a scrivere, rileggere, correggere, cambiare, riscrivere, aggiustare, sistemare, rileggere ancora, e poi di nuovo da capo. E mi capita anche, a volte, di leggere, annotare, suggerire modifiche su testi altrui, ovviamente. Ho anche sempre detto quanto mi piacciano entrambe queste attività - l'editing, insomma. Se sono io a lavorare sui testi altrui è una sfida, un intrigante puzzle da risolvere - cosa si può migliorare, come può brillare meglio questa pagina? Il tutto, cercando di entrare in un testo che non mi appartiene, in meccanismi, preferenze, stili che non sono miei e andrebbero, idealmente, rispettati, com'è ovvio.
Se lo faccio per me stessa, be', è uno degli aspetti dell'essere scrittori. O scribacchini. Le domande e gli obiettivi sono gli stessi, solo che conosco la materia con cui lavoro come le mie tasche, la respiro, la vivo, è sempre in un angolo della mia mente anche quando sono lontano da pc e notes. Non sarò mai soddisfatta, e allo stesso tempo diamine, adoro quello che faccio. Non sarò mai abbastanza obiettiva, pure, e per questo servono gli occhi esterni, a me come a tutti.
In più, se parlo con altri autori devo essere diplomatica, gentile, professionale... oh, be', insomma. Se si tratta non di estranei ma di amici, c'è molta più disinvoltura, naturalmente. Se lavoro sulle mie pagine, posso invece spaziare dall'auto-insulto al nervosismo alla lamentela (da sfogare magari sugli amici di cui sopra, le Socie e così via).

Poi capita di lavorare all'editing di un mio romanzo, con un aiuto importante dall'esterno. Soffro, fatico, ma mi diverto - eccheccazzo, sono pur sempre innamorata di quella storia in particolare e della scrittura in generale. Finché arriva un primo feedback, con tutta una serie di note, osservazioni, consigli, domande eccetera eccetera.
Quello che, insomma, io infliggo agli altri, e le Socie hanno sempre inflitto a me negli anni. Quello che non vedevo l'ora di ricevere, anche. Ero abituata, quando leggevo le opinioni delle Ineffabili Socie, a essere un po' in imbarazzo, a battermi la mano sulla fronte perché "questo avrei dovuto capirlo da sola", a scoprire sfaccettature di cui non mi ero reso conta, ad accettare o rifiutare i consigli di volta in volta. Punto.
Per la prima volta, però, ora i suddetti consigli e le menzionate osservazioni arrivano dall'esterno, e per quanto io abbia ogni motivo di essere soddisfatta, per quanto sia riuscita a sistemare quello che volevo, per quanto lo scambio sia un arricchimento eccetera, per quanto, lo ribadisco, questo lavoro è esattamente quello che volevo per il mio libro... scopro che sbam. L'imbarazzo è centuplicato, l'adrenalina è a mille - da zero a mille in due secondi, peraltro. Insieme al vago senso di stordimento dato dal "ohmmiaddeah devo rileggere per la trilionesima volta ancora quelle dieci pagine".
Tutto normale, eh. Scopro l'acqua calda, come si suol dire. Ma ah, la teoria è una cosa. Provarlo sulla tua pelle è un'altra. Nulla cambia nel mio desiderio di lavorare al romanzo e renderlo il libro migliore possibile, però sono in fase "ohddea ohddea ohddea".

Però, evviva, io posso sempre confrontarmi con altri amici che scrivono no? Che mi faranno pat pat sulla spalla, no? Che mi sosterranno e condivideranno la mia vaga ansia-misto-eccitazione-misto-nausea-misto-voglia, no?
Telefono a Luca Tarenzi. Tra una chiacchiera e l'altra spiego la situazione. E, in tono lamentoso-agitato-eccitato (ve l'avevo detto): "Uaaah sto guardando le pagine mammamiaaa devo rivedere fare scrivere ponderare sistemare e sono fottutamente imbarazzata anche se è assurdo esserlooo!"
Risposta: una sghignazzata di cinque minuti.
Condita da "Te l'avevo detto! Cosa dicevo io quando qualche mese fa TU leggevi il MIO Godbreaker e ne parlavamo?"
Io (con gocciolina sulla fronte stile anime): "Ma... ma... è diverso!"
Sghignazzata. E conversazione che si può riassumere in un "col cazzo che è diverso!"
Per fortuna poi sono stata consolata: "Tranquilla, anche fra cinque libri sarà imbarazzante uguale."

Ah, gli amici.

domenica 26 maggio 2013

Compleanni

Ieri e oggi si festeggia il compleanno di due attori che stimo moltissimo: il 25 marzo sir Ian McKellen ha compiuto 74 anni. Attore di indiscussa bravura, che si batte contro l'omofobia, è Gandalf, è Magneto, è anche il criminale di guerra nell'inquietante L'allievo tratto da un racconto di Stephen King, è Freddie nella divertentissima serie Vicious, solo per citare alcuni ruoli nei quali ho potuto apprezzarlo.


Oggi invece è "Helena Bonham Carter Day" (iniziativa da cui apprendo qui): l'attrice, musa di Tim Burton, con una solida carriera personale e uno stile da gothic freak che io adoro, compie oggi 47 anni. Per celebrare questa splendida donna di vero talento, ripesco qui la breve recensione scritta ai tempi dell'uscita di Sweeney Todd, uno tra i miei film preferiti del regista, dal mio blog precedente.

"Tim Burton non mi ha deluso: la vicenda, drammatica e venata qua e là di tocchi di humor nero, vi sarà ormai nota - un barbiere ingiustamente condannato al carcere torna per vendicarsi. Io mi limito a sottolineare la straordinaria bravura degli attori: Johnny Depp, tormentato, a tratti apatico, a tratti pieno di furia, a mio parere da Oscar; Helena Bonham Carter, perfetta nel delineare tutte le sfumature di Mrs. Lovett, innamorata, gelosa, pratica, spesso il vero motore della storia, quando Sweeney si abbandona all'irrazionalità, senza scrupoli eppure capace di sentimenti d'affetto per il piccolo Toby; lo sgradevolissimo Timothy Spall e il morboso Alan Rickman. Ho adorato le scenografia - premiate davvero con l'Oscar, almeno loro - e i costui, il trucco degli attori e l'uso dei colori; e non posso smettere di cantare le canzoni, non semplici intermezzi come in alcuni musical, ma veri e propri dialoghi cantati, che raccontano la storia e delineano i rapporti tra i personaggi. In particolare, amo la potenza drammatica di My friends, durante la quale Sweeney si rivolge ai suoi rasoi senza ascoltare Mrs. Lovett, che invece indirizza a lui il suo amore; la visionarietà di Epiphany, durante la quale Sweeney rivolge la sua furia contro i cittadini ignari - in una realtà che esiste solo nella sua testa - lacerato a volte dal dolore che ritorna per la perdita di moglie e figlia; e la macabra allegria di A little priest, durante la quale prende corpo l'idea geniale di Mrs. Lovett... Non racconto altro, non voglio rovinarvi la visione: certo è che avrei voglia di vedere e rivedere questo stupendo film, doloroso ed emozionante, pregno e sanguinoso, crudele e triste."


Entrambe le immagini circolano su Facebook.

sabato 25 maggio 2013

Towel Day - 2013

Sapete che amo la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. Ho letto tutta la serie, che prosegue tra alti e bassi fino a un finale sorprendentemente amaro, ma, senz'ombra di dubbio, almeno il primo libro, la Guida appunto, è da leggere. Per lo stile ironico, per le idee geniali e surreali disseminate a manciate, per i personaggi iconici e indimenticabili.
Perciò, approfittiamo del Towel Day per ricordare anche quest'anno l'autore scomparso troppo presto, e se ancora non avete letto la Guida, rimediate, accidenti!

As usual, quando parlo di Adams non posso non riportare la mia citazione preferita (pag. 211 dell'edizione Oscar):

La storia di tutte le maggiori civiltà galattiche tende ad attraversare tre fasi distinte e ben riconoscibili, ovvero le fasi della Sopravvivenza, della Riflessione e della Decadenza, altrimenti dette fasi del Come, del Perché e del Dove.
La prima fase, per esempio, è caratterizzata dalla domanda Come facciamo a procurarci da mangiare? La seconda dalla domanda Perché mangiamo? E la terza dalla domanda In quale ristorante mangiamo oggi?



Grazie a Kobayashi Maru per aver condiviso l'immagine.
Grazie a Socia Vale invece condivido questa ricetta in tema.

venerdì 24 maggio 2013

30 Seconds to Mars - Love Lust Faith + Dreams

Una cosa è certa, i 30 Seconds To Mars si sono impegnati per mettere alla prova la fiducia e la fedeltà dei fan.
Attendo questo disco da un paio d'anni - ho iniziato ad ascoltare sul serio la band relativamente da poco - e il primissimo impatto con la ormai famigerata Up in the air è stato traumatico. "Le chitarre ohmmiaddea che fine hanno fatto le chitarreee?" è stato il primo pensiero. Poi ho accantonato la canzone per diverso tempo; né mi ha fatto ben sperare la copertina, che sarà anche un dipinto di arte moderna (Isonicotinic Acid Ethyl Ester di Damien Hirst), ma non mi aveva colpito particolarmente (diciamolo: non sono per niente appassionata di certa arte moderna...)
A iniziare il mio processo di riconciliazione è stata Conquistador, secondo brano che ho sentito grazie a un official lyrics video, scelto appositamente, secondo me, per mostrare ai fan l'altra faccia della medaglia di Love Lust Faith + Dreams: ovvero, va bene la sperimentazione elettronica, ma le chitarre, sì, le chitarre ci sono ancora, e Conquistador le piazza in bella mostra con suoni polverosi e dal flavour settantiano.
Poi?... Poi è venuto il videoclip di Up in the air, che mi ha di nuovo lasciato perplessa (Bartholomew Cubbins, pseudonimo di Jared Leto come regista della maggior parte dei videoclip della band, ha iniziato a farsi un po' prendere la mano con le immagini a caso, eh...) Peccato, perché finora i video dei 30 Seconds To Mars sono stati più o meno tutti splendidi, mentre questo... mah. E poi, sarà un caso, ma alcune parti usano polveri colorate come Now dei Paramore, uscito poco prima. Ma che, si sono messi d'accordo?
Finché poco tempo fa ho pescato le anteprime di trenta secondi di tutti i brani, su iTunes. E, per quanto fossero solo brevi frammenti, ho iniziato a cogliere cosette interessanti, qua e là, che mi hanno ridato un po' di fiducia in vista del momento fatidico: l'ascolto del disco intero.

Colpevoli di piacere alle ragazzine e di un breve periodo con look dark/emo - ma definire "emo" il gruppo è davvero riduttivo, please; odio le etichette, ma se proprio dovessi usarne una, credo che "alternative rock" renda meglio l'idea - i 30 Seconds To Mars si sono evoluti da un primo disco più ruvido e metal (il self-titled, con lo splendido inizio di Capricorn e la magnetica Buddha for Mary) a quello che probabilmente è il loro capolavoro, A beautiful lie, che infila almeno tre canzoni assolutamente indimenticabili (la stessa A beautiful lie, una delle mie canzoni-manifesto, The kill e From yesterday), fino al penultimo This is war, che flirta con le prime suggestioni elettroniche e si avvale dell'uso massiccio dei cori dei fan: Kings & queens, per esempio, è la perfetta canzone-conquista pubblico, come Closer to the edge è l'inno perfetto per i live; Hurricane è una delle canzoni più belle che abbia mai sentito, punto e basta, drammatica e carica di atmosfera; Stranger in a strange land mette in campo l'anima più oscura e inquietante di quel diavolo dagli occhi d'angelo di Jared Leto.

In quest'ottica, Love Lust Faith + Dreams è l'evoluzione naturale del cammino dei 30 Seconds To Mars. Abbiamo i suoni elettronici, abbiamo i richiami rock - emmenomale -, abbiamo i cori ruffiani. Abbiamo un disco diviso in quattro parti, ciascuna legata a uno dei quattro grandi temi proposti nel titolo; un disco che lascia una certa impressione di frammentarietà e mescola sound e suggestioni diverse senza arrivare a quel salto di qualità che trasforma un bell'album in un disco imprescindibile.
Eppure, dopo svariati ascolti, mi sento comunque di considerarlo un bell'album. Il singolo Up in the air, la già citata Conquistador e così via non hanno la potenza per trasformarsi in classici come le canzoni che vi ho citato dagli album precedenti, non azzeccano esattamente la melodia che una volta sentita diventa parte di te. Eppure, quello che paradossalmente si presentava come un disco commerciale, proprio per via delle suggestioni elettroniche di Up in the air, rivela comunque il fondo oscuro e drammatico che è tipico dei testi di Jared Leto. Io sono di parte, lo so: adoro quest'uomo, non solo, ovvio, per la bellezza assoluta che possiede (ora che, evviva, ha ripreso un po' di chili dopo essere dimagrito per un ruolo, e che si è fatto crescere i capelli, be', non mettetemelo tra le mani perché lo rovino), ma perché ha innegabilmente un suo stile in tutto quello che fa, e fa tanto: canta, suona, recita - ed è fottutamente bravo, poche storie: invidiosi alla larga - è regista e fotografo; e, inoltre, adoro la follia che traspare da tanti suoi atteggiamenti, a volte più, come dire, scanzonata, a volte più inquietante. Ed è proprio quel tocco inquietante che mi intriga: quello che in Stranger in a strange land lo faceva cantare Enemy of mine/I'll fuck you like the devil/violent inside/beautiful and evil; quello che in Love Lust Faith + Dreams abbina a un brano "commerciale" come Up in the air un testo che no, non è d'amore e no, non è nemmeno allegro come ci si aspetterebbe (I'll wrap my hands around your neck so tight with love, love...)
City of angels, Bright lights e Do or die sono i brani dai bei ritornelli che possono essere cantati dal pubblico, con i testi che esprimono speranza e voglia di lottare; City of angels, in particolare, è anche un testo apertamente autobiografico, con un esplicito accenno alla famiglia Leto (Bought my fate, straight from hell/A second sight has paid off well/For a mother, a brother and me), nonché, come vi dicevo ieri, quella frasetta magica che, quando l'ho sentita e letta, è immediatamente diventata uno dei miei motivational (our dreams aren't made, They're won).

Ma il mio personale gruppo di favorite comprende quattro brani che non vi ho ancora citato. Pyres of Varanasi è una delle poche strumentali che mi abbiano conquistato: bella, affascinante, ottima colonna sonora. The race è stato il brano che mi ha colpito di più ai primi ascolti: convincente, accattivante senza essere spudorato, e con un bel testo che, in questo momento, sento parecchio vicino (The lessons that I've learned/I promise you I said:/Never again! Never again! No never!/Hey! It began with an ending/Hey! We were fighting for the world/Hey! My desire never ending/Hey! The race. The race/Love is a dangerous game to play/Hearts are made for breaking and for pain...) tanto che medito se inserirla in extremis nella colonna sonora del romanzo cui sto lavorando ora (e poi, insomma, lo sapete che per me le lyrics e la musica hanno un grande potere).
Infine, vi segnalo ancora, tra le mie preferite, Northern lights che, pur semplice, azzecca un ritornello che ogni volta mi fa gonfiare il cuore; e, a sorpresa, End of all days, che ho trascurato all'inizio, per poi scoprire che ti cresce dentro e ha un sapore tragico che mi conquista. Oltre al fatto che Jared Leto che canta I punish you with pleasure/And pleasure you with pain non vi dico che pensieri mi fa venire...

In conclusione, Love Lust Faith + Dreams va ascoltato brano per brano, sforzandosi di dimenticare i dischi precedenti e allo stesso tempo consapevoli che siamo di fronte a un'evoluzione naturale, non a uno stravolgimento; senza pregiudizi, e pronti a consentire alle canzoni più di un ascolto, per arrivare a cogliere le sfumature dell'album, che sono molte. Un disco non facile, che non piacerà a tutti; un disco non riuscito al cento per cento, forse, ma che non è affatto il passo falso che io stessa, per qualche tempo, ho temuto.

Potete ascoltare gratuitamente Love Lust Faith + Dreams a questo link su Spotify.
Lyrics; videoclip ufficiale di Up in the air (versione breve e versione integrale. "Bart Cubbins" ha la mania dei video lunghissimi...)

mercoledì 22 maggio 2013

Quello che vorrei migliorare

Qualche mese fa ho partecipato ad alcuni dei post-riflessione proposti da Daniele sul suo blog Penna Blu, intitolati "Scrivere nel 2013". Oggi riprendo parzialmente uno di quei post, "3 parole per il 2013", che trovate a questo link. In quell'articoletto si parlava di "sintetizzare con tre vocaboli obiettivi, punti deboli da correggere, sfide da superare" per quanto riguarda la scrittura; io avevo scelto concentrazione (stendiamo un velo pietoso), curiosità di sperimentare (e ok, qualcosetta la sto provando) e coraggio (e nemmeno vi immaginate - non lo immaginavo neanch'io, quando ho scelto questa parola - quanto me ne occorra al momento per andare avanti per la mia strada. Ma il traguardo è lì per chi combatte - our dreams aren't made, they're won - questa frase da City of angels dei 30 Seconds To Mars è uno dei miei nuovi motti. I sogni non si costruiscono, si conquistano. Combattendo.).

Perché questo preambolo? Perché oggi vorrei invece parlare di altri punti deboli su cui vorrei lavorare - o di cui sono consapevole... e vanno bene così. La distinzione è delicata, ma ora cercherò di spiegare cosa intendo.
Ecco qui, comunque, alcuni dei miei personali crucci. Che, in qualche caso, stanno solo nella mia testa; anyway...

- Descrizioni. La parte che mi infastidisce di più quando sono in fase di revisione/riscrittura. In prima stesura scrivo le descrizioni ultra-rapidamente, giusto per fissarle un minimo, perché in realtà sto inseguendo il dialogo o l'azione che voglio buttar giù prima di scordarmi qualcosa, nella "febbre" del momento. Poi, in revisione, sistemo, correggo e rimpolpo le descrizioni, aggiungendo i dettagli, uniformandoli (per esempio, in M. sto continuando a modificare/arricchire la casa del protagonista maschile man mano che mi vengono in mente cose nuove, oggetti che mi servono in una scena, dettagli che riflettono la sua personalità e così via). La mia linea di pensiero è: 'fanculo le descrizioni lunghissime, i blocchi di venti righe per rappresentare il colore del cielo, la mezza pagina su vestiti viso e trucco di questo o quel personaggio. Meglio pochi dettagli vividi e originali che si fissino nella mente del lettore, il quale riempirà poi con calma il resto con la propria immaginazione. Certo, non è facile trovare il dettaglio giusto o quello originale, ma, idealmente, è così che per me dovrebbero funzionare le descrizioni, in generale (poi le eccezioni si possono trovare sempre).
Il problema è che non sono mai sicura di dove stia la linea sottile tra "dettagli essenziali" e "troppo pochi dettagli". Vorrei lavorare su questo e aumentare un pochino lo spazio che normalmente concedo a questa parte dei romanzi, ma senza diventare verbosa. Insomma, vorrei acquisire sicurezza nell'equilibrio che ricerco tra troppo e troppo poco.
Come diceva King, la descrizione comincia nella fantasia dell'autore, ma dovrebbe finire in quella del lettore.

- Documentazione. Quando in un romanzo devo trattare qualcosa che non so, la soluzione qual è? Andare di documentazione. Internet se ho poco tempo, saggi se ne ho in abbondanza, domande a esperti quando è possibile (non vi dico la mezz'ora a parlare con Luca Tarenzi delle possibili ferite che posso infliggere a un personaggio in M. per averlo indebolito ma non stecchito, o di quando ho fatto chiedere allo zio medico di una delle Socie quanto tempo ci va a suicidarsi tagliandosi le vene... la mia cronologia internet sembra quella di una maniaca depressiva).
Il problema è che a volte vorrei essere maniaca come quelli che contano anche i lampioni di una strada, prima di ambientarci una scena, ma non lo sono, è inutile. Per me prevale sempre la storia, quello che mi serve, è verosimile ed efficace nel romanzo che scrivo; e se ciò prevede che io mi inventi una chiesa di Milano che in realtà non esiste, lo faccio senza scrupolo alcuno. Se ho bisogno di un personaggio che sotto l'effetto di droghe si comporti così e cosà, ma non riesco a individuare la droga giusta, o su quella che scelgo non trovo abbastanza... 'fanculo, me ne invento una. Io considero le ambientazioni reali come un canovaccio e voglio essere libera di inventarmi posti, inserire bar dove in realtà non ci sono, se mi gira,e modificare i luoghi reali senza vincoli. E non scrivo saggi storici: posto che non metterei un orologio al polso di un antico romanzo, voglio che la mia scena ambientata nel Seicento sia convincente, non vera.
Chiamatela pigrizia, ok, ma io voglio prima di tutto essere libera di costruire una bella storia nel modo più coinvolgente possibile con i personaggi più "vivi" possibile. Il resto viene dopo. E se per non offendervi devo scrivere un disclaimer per difendere le mie scelte, d'accordo. Ciò non toglie che ammiri moltissimo le persone come Socia Vale, che invece è precisa e tecnica in tutto quello che riguarda setting e documentazione delle sue storie. Ma io, sorry, non sono così, e nemmeno mi interessa più di tanto esserlo.
Come dice Christopher Moore nella postfazione di Un lavoro sporco (parafraso a memoria, non ho il libro sotto mano ora), leggete di mostri e vampiri e soprannaturale e vi preoccupate che i nomi delle vie siano precisi?

- Programmazione e scaletta. Come già detto, sono decisamente una NOP, No-Outline Person, una "giardiniera"... Insomma, una volta che ho incipit e idea per il finale, il resto è un "sì, potrebbero succedere queste due cose in mezzo, e magari anche questa... vediamo come arrivarci". Insomma, zaino in spalla e seguiamo i personaggi, perché sono loro, con le loro reazioni, decisioni, paure e desideri, a formare la narrazione, a "far capitare" (o "farsi capitare") gli eventi. Le uniche scalette che faccio davvero sono quelle che mi servono quando ho due o più personaggi che agiscono indipendentemente l'uno dagli altri e ho bisogno di capire in quali giorni accade cosa, e quando le loro storyline si riuniranno, altrimenti non uscirei viva da certi romanzi. Perché ho la mania di avere tanti personaggi, le cui azioni si devono incastrare bene.
Questo è un caso in cui vorrei davvero essere capace di fare la brava "architetta" e programmare tutto con cura... ma non sono capace. Tante idee mi vengono in mezzo alla stesura, tante volte le scene prendono pieghe inaspettate o mi offrono spunti che non avevo previsto, a volte mi saltano fuori addirittura nuovi personaggi dal nulla. Ecco perché poi devo rivedere tutto, ordinarlo, tagliare e aggiungere per plurime stesure.

- Grafica. Questo non c'entra in sé con la scrittura, ma potrebbe essere un corollario importante... se, naturalmente, io possedessi un minimo di talento grafico. Invece non solo non so disegnare, non solo non so photoshoppare, ma nemmeno avrei il gusto per farlo. Se mi chiedono "che copertina vorresti per il tuo libro?" il massimo cui arrivo è "Boh, mi piacciono le scritte argento sul nero". Sono del tutto nelle mani di chi quel mestiere lo fa davvero. E invece adorerei essere capace di illustrare, di disegnare i ritratti dei miei personaggi, di farne dei fumetti. Mi dicono che si può sempre imparare, ma se aggiungo anche quello alle cose da fare posso rinunciare alle già scarse ore di sonno che ho.